Un «blade runner» che va a caccia fra gli elisabettiani

Fausto Cabra in un momento de «La tragedia del vendicatore» di Thomas Middleton (le foto che illustrano l'articolo sono di Masiar Pasquali)

Fausto Cabra in un momento de «La tragedia del vendicatore» di Thomas Middleton
(le foto che illustrano l’articolo sono di Masiar Pasquali)

BOLOGNA – Tanto per intenderci: la quantità complessiva di amoralità, odio, corruzione, inganno, rabbia, depravazione, violenza, mostruosità, narcisismo, macabrosità, frustrazione, truculenza, volgarità, smania del potere, crudeltà, prevaricazione, culto del denaro, lussuria, menzogna, delitto e sangue riscontrabile negli altri grandi elisabettiani messi insieme (Ben Jonson, Ford, Webster, Marlowe e, naturalmente, Shakespeare) non è pari nemmeno alla metà di quella che dilaga ne «La tragedia del vendicatore (The Revenger’s Tragedy)» di Thomas Middleton.
Basta considerare il modo in cui Vindice, il personaggio protagonista, si vendica, per l’appunto, del duca che ha stuprato e ucciso la sua promessa sposa Gloriana: assistito dal fratello Ippolito, che lo ha introdotto a corte sotto le mentite spoglie del mezzano Piato, riesuma il teschio della giovane, lo avvelena e, agghindatolo a dovere, induce l’assassino a baciarlo. Ed è l’acme di un vortice di ammazzamenti (per definirne l’atmosfera non resta che l’imbarazzo della scelta fra sabba, tregenda e ordalia) al cui confronto il Grand Guignol e le sue proiezioni moderne – il thriller, l’horror e lo splatter – ci fanno la figura di un ballo delle debuttanti.
Ora, quest’autentico monumento alla ferocia fatta teatro (se ne ricordava solo la versione tutta al femminile firmata da Ronconi nel 1970 e interpretata, fra le altre, da Mariangela Melato, Edmonda Aldini, Liù Bosisio e Paola Gassman) è stato riportato in scena grazie alla coproduzione Piccolo Teatro di Milano-Emilia Romagna Teatro e affidato – nella versione di Stefano Massini – alla drammaturgia e alla regia di Declan Donnellan, per la prima volta chiamato a dirigere attori italiani. E stando alla replica dello spettacolo che ho visto all’Arena del Sole di Bologna, il risultato non delude le attese, per loro conto ampiamente giustificate dall’interesse che rivestono il testo in questione e, soprattutto, il suo autore.
Thomas Middleton, di sedici anni più giovane di Shakespeare, collaborò spesso con il Bardo, fino al punto che qualcuno lo ritiene coautore del «Timone d’Atene». Del resto, in proposito non sussiste alcun dubbio che il teschio riesumato di cui sopra metta sul tappeto una chiarissima e plateale citazione dell’«Amleto». Mentre, dal canto suo, «La tragedia del vendicatore» costituisce un perfetto paradigma del Male, assunto come connotato ontologico dell’uomo e, perciò, ineliminabile.
Ma parliamo di un’opera che – pubblicata nel 1606, e per secoli attribuita a Cyril Tourneur – è anche un testo sottilmente e perfidamente anfibologico: poiché Middleton ne colloca il plot in un’imprecisata corte italiana dietro la quale si nasconde, ovviamente, l’assetto religioso e politico dell’Inghilterra, giudicato una probante incarnazione di quel Male. E infatti, Middleton finì per incappare nelle maglie di una censura implacabile, rischiando il carcere e vedendosi costretto ad abbandonare il teatro tre anni prima della morte.

Da sinistra, ancora Cabra e Ivan Alovisio in un altro momento dello spettacolo, in scena all'Arena del Sole di Bologna

Da sinistra, ancora Cabra e Ivan Alovisio in un altro momento dello spettacolo, in scena all’Arena del Sole di Bologna

Dunque, non a caso (trattandosi, cioè, della dimostrazione di una tesi) qui sono in campo, più che personaggi veri e propri, le pure funzioni a cui gli stessi si riducono. Tanto che i protagonisti hanno come nomi solo i caratteri che li distinguono: sicché, oltre che nel citato Vindice, c’imbattiamo in un Lussurioso, in un Supervacuo, in uno Spurio, in un Ambizioso e in una Castiza. E sempre non a caso, li sentiamo esprimersi per mezzo di quelle che sono sentenze direttamente collegate alla funzione che debbono svolgere.
Per esempio, Vindice – colui che orchestra la mattanza, per poi restarne egli stesso vittima – spara a ripetizione assiomi del genere: «Onestà, onestà, onestà. È una retorica da preti, del tutto staccata dalla moda dei tempi», «La castità è contro natura: puro gelo» e «La regola del mondo è vendersi, e solo chi si vende resterà a galla». Ma contemporaneamente – ed è ciò che tuttavia costituisce la sua natura tragica – non smette mai di riferirsi alla dimensione ontologica di cui sopra. Sempre per fare un esempio, dice: «È il mondo intero che ci ha dato al cervello». E conclude, sul punto dell’addio: «È questo il tempo di morire!».
Già, sono le stesse parole di Roy Batty, il replicante di «Blade Runner»: ovvero di un essere che sembra un uomo ma non lo è. E chissà che, nello scrivere quel celebre monologo, gli sceneggiatori di Ridley Scott, Hampton Fancher e David Webb Peoples, non abbiano pensato proprio a «La tragedia del vendicatore». Col che Middleton si porrebbe, dunque, come un antesignano dei fantascientifici cacciatori di androidi: un antesignano che, però, dona al suo Roy Batty/Vindice uno statuto del tutto umano, per quanto minato dal predetto Male ontologico; e infatti gli attribuisce, dopo la battuta: «È questo il tempo di morire!», la chiosa: «quando diventiamo i nemici di noi stessi».
Ebbene, rispetto a un simile quadro Donnellan (che, fra parentesi, con questo spettacolo permette che agevolmente gli perdoniamo lo scivolone del «Pericle, principe di Tiro» presentato l’anno scorso al Napoli Teatro Festival Italia) ha innanzitutto il merito di non cadere nella solita tentazione di attualizzare ciò che non è attualizzabile: vedi la scritta a caratteri cubitali, VENDETTA, che compare sul fondale a mo’ dell’intestazione di una cartella d’archivio. E sullo stesso piano si collocano, poi, la moltiplicazione e l’esasperazione del grottesco che, come in altri celebri testi elisabettiani (a partire proprio da «Amleto»), percorre dall’inizio alla fine la tragedia di Middleton.
Al riguardo, basterebbe considerare la sequenza d’avvio: tutti i personaggi si danno a ballare sull’onda della canzoncina «Ahi Ahi Ahi» cantata da Raffaella Misiti e subito dopo, quasi senza soluzione di continuità, con la massima disinvoltura si mettono in fila per ricevere dalle mani del vescovo l’ostia consacrata. E a un identico scopo obbediscono, di pari passo, l’abbassamento del tono (quel duca che è interpretato da un attore di poca statura, quella duchessa che si presenta con tanto di grembiule a stendere i panni da asciugare, quel Vindice che, travestito da prete, divora con animalesca voracità le fette di pane con burro e marmellata che gli offre Graziana…) e la sottolineatura per contrasto (a cominciare dal fatto che, ad intervalli più o meno regolari, il fondale si apre per mostrare, a fronte di tanta atrocità, la bellezza perenne di dipinti di Mantegna, Tiziano e Piero della Francesca).
Eccellente, infine, la prova complessiva degl’interpreti: su tutti Fausto Cabra (un Vindice davvero gelido come la lama del pugnale che ha in mano pressoché ininterrottamente), Ivan Alovisio (un Lussurioso nel quale la nevrosi prevale di gran lunga sulla foia) e Pia Lanciotti (una duchessa e una Graziana inscritte in un’ammirevole stilizzazione ironica). E torna in ultimo, scendendo su quella carneficina come l’alito di una consolazione impossibile, la canzoncina di cui all’inizio: «Ahi ahi ahi, l’amore è forte come la morte».

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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