Le visioni mentali del commissario Ricciardi

Claudio Di Palma in un momento de «Il senso del dolore» di Maurizio de Giovanni, in scena al San Ferdinando (le foto che illustrano l'articolo sono di Marco Ghidelli)

Claudio Di Palma in un momento de «Il senso del dolore» di Maurizio de Giovanni, in scena al San Ferdinando
(le foto che illustrano l’articolo sono di Marco Ghidelli)

NAPOLI – «Il commissario Luigi Alfredo Ricciardi è inquieto testimone sensoriale della presunta resistenza dei defunti. E lo è non tanto, e non solo, perché lui i morti li vede, in particolare quelli deceduti per cause violente, ma perché è egli stesso il prodotto di una vita solo presunta ancorché credibile». E ancora: «L’autore riconsegna, quindi, la sua creatura al senso ed alla forma di una memoria. Non lo restituisce come una sporadica evanescenza immaginaria, ma come qualcuno da poter ricordare anche se non più esistente. Un morto appunto».
Sono due brani delle note di Claudio Di Palma, autore e regista dell’adattamento teatrale de «Il senso del dolore» di Maurizio de Giovanni che lo Stabile di Napoli presenta al San Ferdinando. E dico subito che rarissimamente mi è capitato di leggere in note di regia considerazioni tanto intelligenti e precise.
Infatti, «Il senso del dolore», il primo dei romanzi che de Giovanni ha dedicato a Ricciardi, offre passi che risultano, in proposito, assolutamente emblematici. Come, per esempio, quello relativo al bambino morto che il commissario vede sull’incrocio fra Santa Teresa e il Museo. «L’uomo senza cappello» – scrive de Giovanni di Ricciardi – «sapeva della presenza del bambino morto ancora prima di vederlo». E poteva saperlo solo perché, giusto, fa parte anche lui dei defunti. Non a caso, del resto, il passo in questione è collocato in posizione fortemente icastica, proprio in apertura del romanzo. Così come non a caso il brigadiere Maione, il fedelissimo collaboratore di Ricciardi, si dichiara convinto che nel commissario abiti una parte del proprio figlio Luca, anche lui poliziotto e ammazzato a coltellate durante una perquisizione. In breve, si determina una perenne osmosi fra i morti e coloro i quali vengono ufficialmente classificati come vivi.

Da sinistra, ancora Di Palma e Alfonso Postiglione in un altro momento dello spettacolo

Da sinistra, ancora Di Palma e Alfonso Postiglione in un altro momento dello spettacolo

Ma ora, venendo allo spettacolo, debbo rilevare che, in confronto a tutto questo, Claudio Di Palma non è riuscito a trasformare in materia drammaturgica adeguata le citate considerazioni – ripeto, d’intelligenza e precisione rare – sviluppate in sede di note di regia. E parliamo, in particolare, di un allestimento, assai contraddittorio, che alterna invenzioni oltremodo acute ed errori madornali, francamente inaccettabili.
Un’invenzione acuta, poniamo, è sicuramente costituita dal fatto che lo spettacolo si apre e si chiude con il commissario Ricciardi che ripete ossessivamente, davanti alla sua immagine riflessa in uno specchio, la frase: «È tutto nella mia testa». E non meno persuasive, sempre per fare un esempio, sono quella sorta di colonne che, realizzate con teli trasparenti, calano dall’alto e imprigionano a lungo taluni dei personaggi, come se le colonne in questione fossero, appunto, recessi della testa di Ricciardi.
Senonché, poi, arriva un don Pierino ridotto a macchietta, con tanto di turibolo da cui si levano nuvole d’incenso. E sì che il prete è un personaggio decisivo, è colui che apre gli occhi al commissario: il quale, infatti, lo ringrazia con le parole: «Dovete sapere, don Pierino, che mi siete stato di grande aiuto» e, ancora: «Grazie, padre. Di nuovo, grazie tante. Il vostro aiuto è stato importantissimo».

Un'altra scena de «Il senso del dolore», sempre con Di Palma e con Chiara Baffi

Un’altra scena de «Il senso del dolore», sempre con Di Palma e con Chiara Baffi

Il peggio, però, arriva quando compare in scena (e vi resta per gran tempo, addirittura interagendo con i personaggi «vivi») la bambina che rientra fra i morti che vede Ricciardi: quella che, mostrando una bambola fatta di stracci, cantilena: «La figlia mia, è questa. Io la faccio mangiare e la lavo». Se, com’è vero, è tutto nella testa di Ricciardi, se, di conseguenza, i morti li vede solo lui, noi quella bambina non dobbiamo vederla. Altrimenti, il «tutto» esce fuori dalla «testa» del commissario e precipita nelle sabbie mobili di un realismo tanto improponibile quanto insignificante.
La stessa contraddittorietà, infine, connota anche la recitazione. Giacché, se Di Palma disegna di Ricciardi un ritratto orientato giustamente verso la sospensione, gli altri interpreti si orientano, al contrario, verso un bozzetto naturalistico a tutto tondo che, insisto, rappresenta un errore palese. È il caso, come si sarà capito, di Alfonso Postiglione (don Pierino). Ed è il caso di Chiara Baffi (Maddalena Esposito): la quale ultima fornisce, sì, una prova di notevole impegno e di forte presenza sul piano espressivo in sé, ma viene trascinata lei pure – probabilmente per un difetto di direzione da parte della regia – «fuori della testa» del commissario.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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2 risposte a Le visioni mentali del commissario Ricciardi

  1. Maurizio Giordano scrive:

    Completamente d’accordo. Purtroppo, anche lo spettacolo è tutto nella testa di chi lo dirige.
    Maurizio Giordano

  2. Enrico Fiore scrive:

    Gentile Maurizio,
    non sarei così drastico. Ci sono in questo spettacolo, ripeto, momenti in cui la regia di Claudio Di Palma si rivela intelligente come ormai raramente accade di poter constatare. Il problema è che, poi, Di Palma non riesce ad essere coerente con se stesso.
    Cordiali saluti.
    Enrico Fiore

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