Tra l’illusionismo e le metamorfosi dei sempreverdi Momix

Un momento di «Viva Momix Forever», lo spettacolo antologico in scena al Bellini (la foto è di Max Pucciariello)

Un momento di «Viva Momix Forever», lo spettacolo antologico in scena al Bellini
(la foto è di Max Pucciariello)

NAPOLI – A proposito di «Viva Momix Forever» – lo spettacolo, adesso in scena al Bellini, creato per celebrare i trentacinque anni di attività della celebre compagnia di danza statunitense fondata da Moses Pendleton – non posso che ripetere quanto, fra l’altro, scrissi a proposito di uno dei maggiori successi precedenti degli stessi Momix, «Sun Flower Moon»: una creazione nata, a sua volta, per celebrare i venticinque anni della compagnia.
Non a caso, nella circostanza, Pendleton dichiarò che faceva riferimento a Calvino. Vittorini, a proposito de «Il visconte dimezzato», osservò che la molteplicità d’interessi di Calvino «può prender forma sia in un senso di realismo a carica fiabesca sia in un senso di fiaba a carica realistica». E proprio quell’osservazione s’inverò in «Sun Flower Moon»: contemporaneamente o alternativamente, i corpi dei ballerini erano riconoscibili come corpi di ballerini (il realismo) o visibili come incarnazioni oniriche (la fiaba) delle creature diafane – amebe, cavallucci marini, meduse – che abitano nelle fluorescenze degli sprofondi acquorei.
Potevano, d’altronde, manifestarsi anche come lapidi o fantasmi tra gli alberi spogli di un cimitero disteso, giusto, sotto la luna; o – per richiamare il fuoco del sole – come la fiamma d’inquietanti o gioiosi viluppi di carne. Perché l’altro riferimento letterario dichiarato da Pendleton era quello alle «Metamorfosi» di Ovidio.
Senonché, sappiamo che oggi il mitico, il meraviglioso e il magico conoscono solo le coordinate di un immaginario collettivo che mescola i più svariati linguaggi sul piano della pura superficie. Questo fu l’approdo di Giorgio Barberio Corsetti, il quale, nel suo spettacolo ispirato alle «Metamorfosi» e presentato alla Biennale di Venezia del 2002, si servì, infatti, di Antoine e Agathe Rigot, due dei fondatori di quel Cirque du Soleil che, per l’appunto, fonde le tecniche circensi con la danza. E di superficie e di commistione di linguaggi consisteva, in sostanza, anche l’operazione varata dai Momix.
Mentre sul velatino che chiudeva il boccascena veniva proiettata una serie ininterrotta di dissolvenze incrociate che davano vita a un caleidoscopio di forme fantasmagoriche in perpetua mutazione, dietro di esso – nell’impossibilità di un disegno drammaturgico connotato in senso ideologico – i ballerini (ma meglio si direbbe i «medium») potevano farsi carico soltanto di figurazioni, per quanto raffinatissime e mutuate da altrettanto raffinati modelli che andavano, poniamo, dal Teatro Nero di Praga sino all’Open Theatre (penso, in particolare, al rituale «The Serpent») del compianto Joseph Chaikin.
Ebbene, proprio tutto questo si riscontra in «Viva Momix Forever». Per la cronaca, si tratta di uno spettacolo antologico che accoglie «numeri» tratti dai più noti e innovativi lavori della compagnia: a parte «Sun Flower Moon», «Momix in Orbit», «Momix Classics», «Passion», «Baseball», «Opus Cactus», «Bothanica» e «Alchemy», a cui si aggiungono tre nuove coreografie: «Daddy Long Leg», «Light Reigns» e «Paper Trails». E dunque, si capisce, anche in questa occasione viene riproposta, identica, la formula che ha reso inconfondibili i Momix: siamo di fronte a un tipo di teatro-danza basato sull’illusionismo del corpo, sullo stile ginnico-atletico e sui giochi plastici, spesso ispirati ai volti – ripeto, fantasmagorici e mutevoli – della natura; mentre, sul versante della fruibilità da parte del pubblico, riesce ancora una volta vincente l’accoppiata fra il virtuosismo tecnico della danza moderna e il ritmo spettacolare del varietà.
Ecco, tanto per fare solo qualche esempio, che le lunghe aste flessibili manovrate da tre ballerine fanno pensare, in rapida successione, ad ali di libellula, pale di elicotteo ed eliche d’aereo; ecco che due corpi s’aggrovigliano sino a fondere le loro membra in un animale strano, multiforme e cangiante; ed ecco che il gonnellino corto del tutù di tre danzatrici diventa fiore, pianta sottomarina e, da ultimo, la fascia a balze che orna l’estremità del costume delle ballerine di flamenco. E a questo punto, non resta che annotare il successo travolgente ottenuto dallo spettacolo, in un Bellini esaurito in ogni ordine di posti, dalla platea alla più alta fila di palchi.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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