Se Lear incontra Bob Dylan, Fred Bongusto e Peppino Di Capri

Da sinistra, Maria Luisa Abate, Marco Isidori, Batty La Val e, in alto, Francesca Rolli in un momento di «Lear, schiavo d'amore» dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa (le foto che illustrano l'articolo sono di Giorgio Sottile)

Da sinistra, Maria Luisa Abate, Marco Isidori, Batty La Val e, in alto, Francesca Rolli
in un momento di «Lear, schiavo d’amore» dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa
(le foto che illustrano l’articolo sono di Giorgio Sottile)

ROMA – L’obiettivo dello spettacolo – parlo di «Lear, schiavo d’amore» di Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, coprodotto con lo Stabile di Torino e dato al Teatro Vascello – non sono Shakespeare e la messinscena di quel suo gran testo. Il vero obiettivo (ma sarà meglio dire bersaglio) lo dichiarano le due citazioni che Marco Isidori pone in epigrafe alla sua riscrittura del capolavoro in questione: da un lato le parole del «Re Lear» dette alla fine da Edgardo («Noi dobbiamo accettare il peso di questo tempo triste, e dire ciò che sentiamo, non ciò che convien dire») e dall’altro un’affermazione di Lady Gaga («La verità è che non sei un artista se non hai una prospettiva che sia solo tua»).
Dunque, il bersaglio di «Lear, schiavo d’amore» sono lo Shakespeare ridotto a merce di consumo dal teatro d’intrattenimento oggi dilagante e il «Re Lear» ridotto da quel teatro a semplice e sterile esibizione dei mattatori. E non potrebb’essere più eloquente, al riguardo, la sortita dell’attore che all’improvviso, mentre Lear cerca riparo dalla tempesta, esce dal testo del Bardo per dire: «Lapidario il vostro attore / dalla storia si licenzia / per mollarvi una romanza / che di Lear se ne straponza. / Canto, invoco, vi spadello / qual che sia ragionamento / per centrare l’argomento / che su tutti ci commuove; / il Teatro e il suo Destino: / un grandioso tema umano! / Noi che il palco ci fa casa / spesso spesso ci chiediamo / quale scopo generale / abbia questo nostro agire / oltre all’ovvio e al mercantile / (siam pur sempre ciccia vile!). / Oggi è in campo Confusione (grande!). / Tira in corner Professione (sbandierata!). / Che rimpalla Mediazione (passepartout!). / Che sgambetta Situazione (de caccola!). / Interviene Affiliazione (mafiosante!). / Contrattacca Seduzione (serva sciocca!). / Dà di testa Confezione (imperatrice!)».
La conclusione della radiocronaca di quest’incontro di «teatrocalcio» forse la potete immaginare. E comunque ve la trascrivo: «Ma ecco avanzare adesso Multimedialità, l’eguagliatrice/ineguagliato puttanone che con magistrale strategia brucia ogni difesa: travolge Artigianalità / spintona Passionalità / entra in area di rigore, spazzola Serietà / dribbla Capacità / atterra Giocosità…e…e…gol!!!».
L’attore, evidentemente in veste di portavoce di Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, aggiunge solo, a mo’ d’ironica (ma in pari tempo velenosa) dichiarazione di poetica: «Si sfonda la rete…vediamo lo strappo…torniamo a cucire…questo è il nostro rattoppo». E il «rattoppo» si traduce in un allestimento che accoppia, molto intelligentemente ed efficacemente, il rispetto per l’alta scrittura shakespeariana e la cifra espressiva estrema (con più esattezza si dovrebbe dire estrema «cum ratione») che da sempre connota l’attività della compagnia torinese, una delle punte di diamante storiche del teatro di ricerca.

Da sinistra, Batty La Val, Marco Isidori e Eduardo Botto in un altro momento dello spettacolo, dato al Teatro Vascello

Da sinistra, Batty La Val, Marco Isidori e Eduardo Botto in un altro momento dello spettacolo, dato al Teatro Vascello

Basterebbe, in proposito, considerare la sequenza iniziale. La bella e significante scena di Daniela Dal Cin, che allude alla tolda di una nave piegata su un lato come, appunto, nel corso di una tempesta, ci mostra un Lear che, in veste di ragno, dal centro della sua tela manovra gli altri personaggi, che sbucano da botole o da sagome di cartone, con i gesti tipici del puparo: giacché, s’intende, quei personaggi son diventati nient’altro che succubi proiezioni di un protagonista, il mattatore di turno, ridottosi a un Io onnivoro e dispotico. In un quadro del genere, il re di Francia e il duca di Borgogna non compariranno, addirittura, che in forma di due burattini che cacciano fuori la testa da altrettanti oblò.
Naturalmente, è sul piano del tipo di recitazione adottato che tale smitizzazione trova poi l’approdo ideale. E se lo stesso Isidori, nel ruolo di Lear, esibisce fin da subito un birignao che definire impagabile è assai poco, in questo senso l’acme si tocca con l’invenzione, davvero strepitosa, che affida i personaggi dei due figli di Gloucester a un solo attore, vestito da un lato come Edgardo e dall’altro come Edmondo. E non è un caso che sia proprio quest’attore a recitare la sortita fuori testo di cui sopra.
Per suo conto, del resto, il Lear dei Marcido s’ubriaca di recitazione al punto d’infilare fra le sue battute originali anche quella celeberrima («Il mio regno per un cavallo!») che appartiene di diritto a Riccardo III. E s’avvia verso la morte canticchiando «Una rotonda sul mare» di Fred Bongusto e «Champagne» di Peppino Di Capri. Mentre all’altrettanto celebre battuta del Lear di Shakespeare («Soffiate, o venti, e fatevi scoppiare le gote!») fa eco un coro che intona Bob Dylan («The answer, my friend, is blowin’ in the wind…the answer is blowin’ in the wind…»).
Ma, beninteso, non si ride soltanto. Rivolgendosi a Kent, questo Lear parla, a proposito del temporale, di «una partita finale». E si capisce che, così, Marco Isidori rimanda all’acutissima interpretazione di Jan Kott e Peter Brook, i quali accostarono il «Re Lear» a Beckett, e, in particolare, non solo ad «Aspettando Godot» ma, per l’appunto, anche a «Finale di partita». Ed ora non mi rimane che chiudere accennando alla prova con cui esalta il disegno della regia, firmata ancora da Isidori, la prova degl’interpreti: sono, accanto a lui, Maria Luisa Abate (Gonerilla/Gloucester), Paolo Oricco (Edgardo/Edmondo/Tom), Batty La Val (Regana/Matto), Francesca Rolli (Cordelia/Osvaldo), Vittorio Berger (Albany/Cornovaglia), Nevena Vujić (Jolly) e Eduardo Botto (Kent).
Completo il discorso citando la battuta conclusiva di Lear, che non solo mi sembra bellissima, ma, per di più, riassume come meglio non si sarebbe potuto il senso complessivo di questo spettacolo importante, spiegandone nel contempo il titolo: «[…] vita…vita…che stai mancando purtroppo dappertutto…mancami…mancami adesso che non amo più!».

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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