L’angelo della vita nel parcheggio delle anime perse

Da sinistra, Beatrice Schiros, Angela Ciaburri, Pier Luigi Pasino e Alessandro Federico in un momento di «Cous Cous Klan», lo spettacolo di Carrozzeria Orfeo in scena al Bellini (le foto che illustrano l'articolo sono di Laila Pozzo)

Da sinistra, Beatrice Schiros, Angela Ciaburri, Pier Luigi Pasino e Alessandro Federico
in un momento di «Cous Cous Klan», lo spettacolo di Carrozzeria Orfeo in scena al Bellini
(le foto che illustrano l’articolo sono di Laila Pozzo)

NAPOLI – È tutto un ossimoro «Cous Cous Klan», lo spettacolo (testo di Gabriele Di Luca, regia dell’autore, di Massimiliano Setti e di Alessandro Tedeschi) che Carrozzeria Orfeo presenta al Bellini. E questo fin dal titolo: che accoppia il piatto africano ormai familiare anche da noi, e dunque un simbolo della globalizzazione e dell’integrazione, con la società segreta americana a sua volta simbolo del razzismo.
Siamo in un futuro più o meno prossimo. L’acqua è stata privatizzata e possono goderne solo i ricchi che vivono all’interno delle recinzioni, ossia di città protette dal filo spinato e da telecamere di sorveglianza. Gli altri – quelli che vengono chiamati diversi, esclusi ed emarginati – tentano di sopravvivere, per esempio, nel parcheggio abbandonato qui messo in scena: dove incontriamo tre fratelli (Caio, un ex prete nichilista e depresso, Achille, sordo, con difficoltà a parlare e per giunta omosessuale represso, e Olga, obesa e priva di un occhio) più Mezzaluna, un turco musulmano immigrato in Italia da dieci anni, compagno precario di Olga e dedito di giorno a seppellire rifiuti tossici per conto di un’organizzazione criminale e di notte al commercio ambulante.
Come si può immaginare, la loro convivenza è per l’appunto un ossimoro. Che diventerà iperbolico addirittura quando arriveranno nel parcheggio anche Aldo, un pubblicitario ch’è stato nella vicina recinzione fino alla rottura con la moglie per una sua storia con una minorenne, e soprattutto Nina, una ragazza ribelle che a quella piccola comunità sbrindellata proporrà di riscattarsi rubando al cardinale Gutierrez, un trafficante di reliquie religiose, nientemeno che il prepuzio di Gesù. Da vendere per trecentomila euro a Jurij Danchenko, il magnate mondiale dell’acqua che, nel contempo, è pure lui interessato alle reliquie religiose, al punto di aver commissionato il furto del cervello di Don Bosco.
Avete capito, insomma. Il testo di Di Luca è innanzitutto, per quanto riguarda la lettera e il plot, una surreale, politicamente scorrettissima e, proprio per questo, oltremodo godibile cavalcata fra alcuni dei principali temi e problemi messi in campo dalla nostra terremotata quotidianità. Ma – ecco il suo non comune pregio – di tanto in tanto arresta quel galoppo a rotta di collo e lo tramuta in pause di riflessione, notevoli e per l’entità delle conclusioni a cui giungono e per lo stretto legame che in ogni caso mantengono con le vicende narrate.
Sentite, poniamo, che cosa dice al fratello lo spretato Caio, che sarebbe l’intellettuale del gruppo ancorché non si periti, per comprare l’acqua, di rubare oggetti preziosi e finanche protesi dalla bare che va a prendere nel cimitero dietro il parcheggio. Dice: «Il bene non potrà mai vincere, Achille. Svegliati. Perché il bene è sfinente. L’onestà, la sincerità, il vero amore sono tutte cose sfinenti da praticare perché non durano, sono solo degli istanti. Mentre il “male” è un maledetto maratoneta. Uno spietato realista che ha la resistenza dalla sua».
Torna, dunque, l’ossimoro. Caio prende delle gocce calmanti. E ad Aldo, il quale gli spiega che «quella roba offusca la mente», risponde: «Ma è proprio questo il bello. Perché gli “altri” saranno anche insopportabili, ma l’incontro con se stessi è la cosa più sgradevole che ci possa capitare. Se non le prendo penso. E quando penso sto male. Queste mi aiutano a chiudere un po’ la porta, diciamo. Ad abbassare le tapparelle». Caio, in breve, si pone come un raisonneur, sia pure di borgata, che soffre d’essere tale. E dunque le gocce che prende sono gocce metaforiche, mentre i suoi interlocutori, che sono innocenti, prendono «gocce» reali, nel senso che trovano il più semplice ed efficace dei rimedi nell’uscire da sé.

Ancora Angela Ciaburri e Massimiliano Setti in un altro momento dello spettacolo

Ancora Angela Ciaburri e Massimiliano Setti in un altro momento dello spettacolo

In altri termini, la corte dei miracoli accampata in quel parcheggio abbandonato – un po’ anarchica e un po’ coatta – costituisce un perfetto paradigma della nostra condizione psicologica e sociale, intendo di tutte le nostre paure rispetto, per l’appunto, al razzismo, agli immigrati e alla manomissione dell’ambiente; ma, nello stesso tempo, rappresenta anche un inno alla vita che ci ritroviamo, squinternata, sbalestrata e, pure, meravigliosa (quando sappiamo renderla meravigliosa e accorgerci che lo è diventata) al di là di ogni frustrazione, di ogni mania e, specialmente, di ogni delitto, grande o piccolo che sia, contro la nostra comunità di umani.
Così, cominciamo a ridere, e molto, fin da quando Olga fa il suo esordio dicendo a Mezzaluna: «Ieri ho avuto un orgasmo strusciandomi per sbaglio contro il cassonetto» e, di fronte allo stupore di lui, aggiungendo: «Pensa a quanto sono eccitata. Sai cos’era quell’orgasmo? Un disperato grido d’aiuto della mia patata». Ma, poi, un velo di malinconia cala su quelle risate quando scopriamo che Olga vuole far l’amore con Mezzaluna non per una pura spinta sessuale, bensì perché vuole a tutti i costi restare incinta, per «rimpiazzare» la bambina che anni prima s’era rifiutata di dare alla luce.
Allo stesso modo, e sempre per fare un esempio, ridiamo se Mezzaluna prega Olga di darsi una «spuntatina» là sotto, perché, spiega, «quando l’ho vista mi sono un po’ spaventato. […] Ci sono troppi peli, sembra testa di Jimi Hendrix». Ma, poi, non possiamo fare a meno di riflettere, se Mezzaluna manifesta alla stessa Olga il tormento di dover rivelare al padre («Non voglio spezzargli il cuore, poverino. Ha speso tanti soldi per farmi addestrare, ha fatto sacrifici, mi ha pagato il viaggio fino a qui…») che non è diventato un terrorista.
Ancora, e chiudo con gli esempi, alla farsa travolgente di Olga e Nina che tagliano ad Aldo il prepuzio con cui sostituire nella cassaforte di Gutierrez quello autentico di Gesù corrisponde l’epicedio di Caio che constata l’inevitabilità di dover arrendersi «al fatto che tutto ciò che siamo stati disposti ad amare nella nostra vita prima o poi ci lascerà per sempre». E l’insieme, infine, si scioglie nella favola di Nina che tocca la pancia di Olga e le dice: «Stasera c’è la luna piena. È un buon momento. È il momento giusto».
Adesso, dunque, possiamo rispondere al Caio che ha domandato a Nina: «Cosa sei tu?». Nina è l’angelo della vita, sceso fra le anime perse di quel parcheggio abbandonato per una distrazione o un sussulto di generosità del Cielo. E infatti, dopo aver destato l’amore nell’aridità dell’ex prete, tornerà, Nina, nel buio misterioso da cui era venuta. Mentre Aldo, che lo aveva sempre disprezzato chiamandolo «frocio», si fa baciare sulla bocca da Achille per insegnargli come comportarsi durante il primo appuntamento con un uomo che lo attende.
Concludo rilevando l’efficacissimo ritmo veloce e sincopato, quasi da rap, che la regia conferisce alla rappresentazione. Ed è inutile che aggiunga quanto sono bravi gl’interpreti. Raramente s’incontra, oggi, una compagnia di pari spessore ed omogeneità. E vanno quindi citati proprio tutti, quegli attori: Angela Ciaburri (Nina), Alessandro Federico (Aldo), Pier Luigi Pasino (Mezzaluna), Beatrice Schiros (Olga), Massimiliano Setti (Caio) e Aleph Viola (Achille).
Credo che «Cous Cous Klan» sia lo spettacolo più bello fra quelli che ho visto a Napoli nella stagione in corso. Non ve lo lasciate sfuggire, andate al Bellini. Fra l’altro, se già non lo sapete, scoprirete che si può ridere anche senza smettere di pensare.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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2 risposte a L’angelo della vita nel parcheggio delle anime perse

  1. Francesco Scotto scrive:

    Gentile Enrico Fiore,
    concordo in pieno con la sua analisi. Ho visto da poco lo spettacolo a Bari ed è un raro esempio di drammaturgia che affronta in maniera acuta e irriverente il nostro presente. La visione estrema della realtà, supportata da un’ironia graffiante, è al contempo motivo di amara riflessione e di incontenibile divertimento. Compagnia da standing ovation.
    Un cordiale saluto.
    Francesco Scotto

  2. Enrico Fiore scrive:

    Caro amico,
    non c’è niente da fare: a teatro, come in qualsiasi altro settore, la qualità mette tutti d’accordo.
    Le ricambio il saluto, con pari cordialità.
    Enrico Fiore

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