Latella Antonio fu Ronconi

Antonio Latella (foto di Andrea Pizzalis)

Antonio Latella (foto di Andrea Pizzalis)

NAPOLI – Riporto la riflessione su Antonio Latella pubblicata ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Forse qualcuno se lo ricorda. Antonio Latella cominciò a far teatro come attore, e come tale ebbe fin da subito maestri d’alto rango: primi fra tutti Massimo Castri e Luca Ronconi. E che ne abbia appreso perfettamente la lezione è dimostrato dalle considerazioni che a loro riguardo espresse a Emanuele Tirelli, autore de «La misura dell’errore», il libro-intervista sulla vita e il teatro di Latella pubblicato due anni fa da Caracò: del primo disse: «Forse Castri è quello che mi ha insegnato di più con la sua umanità e la sua analisi del testo» e del secondo: «Ronconi ha inventato un nuovo modo di parlare in teatro».
Ecco, su questo «nuovo modo di parlare in teatro» voglio riflettere adesso. E ad affrontare il discorso sul rapporto fra Latella e Ronconi mi ha spinto, ovviamente, il fatto che la messinscena dell’«Aminta» di Tasso presentata nei giorni scorsi al Nuovo da Latella era stata preceduta da quella presentata nel 1994 all’Argentina di Roma da Ronconi. Ci sono fra i due spettacoli evidenti coincidenze, innanzitutto sul piano visivo (penso al ruolo di Silvia interpretato da due attrici che si somigliano molto, le bionde Matilde Vigna di Latella e Sandra Toffolatti di Ronconi) e poi – ciò che, s’intende, più conta – sul versante della lettura del testo (lo spostamento dell’attenzione dalla forma ai grovigli psicologici).
Ma, ben oltre la contingenza costituita dall’«Aminta», la lezione che Latella ha appreso da Ronconi concerne, come si capisce, l’idea del teatro in generale. Ed è sintomatico che sia stata appresa nell’assenza di Latella come attore per Ronconi: il debutto nel monumentale allestimento de «Gli ultimi giorni dell’umanità» di Kraus, varato nel dicembre del 1990 nel Lingotto di Torino prossimo alla chiusura, gli venne impedito da una malattia che lo costrinse per due mesi in ospedale; e, però, proprio la lontananza dal palcoscenico, su cui avrebbe agito sotto l’influenza diretta e condizionante di Ronconi, fece in modo che Latella maturasse in solitudine – con indipendenza di giudizio e, dunque, con capacità di penetrazione maggiore – l’insegnamento del maestro.
Ebbene, l’idea di teatro che Latella ha mutuato da Ronconi è quella che scaturisce da quanto lo stesso Ronconi mi disse nel febbraio del 2006 al termine de «Il silenzio dei comunisti», lo spettacolo che, ricavato dall’omonimo libro di Vittorio Foa, Miriam Mafai e Alfredo Reichlin, venne presentato nell’ambito del Progetto Domani e in un luogo emblematico come le Fonderie Limone di Moncalieri: «Mi pare significativo e importante l’interesse dimostrato dai giovani. Perché questa, certo, è una storia di fallimenti, ma è anche una storia di coraggio: se si fallisce, significa che si è fatto qualcosa, e qualcosa al di fuori dell’ordinario. Significa, insomma, che si è vissuto veramente, affrontando la vita come una sfida».

Luca Ronconi

Luca Ronconi

La sfida di Ronconi, lo sappiamo, fu quella di spingere il teatro al di là del teatro, nella terra di nessuno pericolosa ma fraterna che esiste fra la rappresentazione e la vita. Nacque da quella sfida il trasferimento sul palcoscenico di testi di straordinaria complessità non concepiti per il teatro, da «Lolita» di Nabokov a «Lo specchio del diavolo» di Giorgio Ruffolo, una storia della finanza da Adamo ed Eva alla globalizzazione. E a tanto Latella ha risposto con gli spettacoli tratti, poniamo, da «Querelle di Brest» di Genet, da «Moby Dick» di Melville, dai racconti di Kafka e da «Le benevole» di Littell.
Dietro la sfida in questione c’era, per Ronconi, l’attestarsi su uno strenuo paradosso: se il teatro è un’arte minoritaria, che lo diventi sino in fondo, in maniera consapevole, e diventi, addirittura, «ferocemente» elitario. In qualche modo Latella s’è incamminato sulla stessa strada. Ma in lui agisce anche un’altra spinta, a cui, forse, non è estraneo il «calore» che gli deriva dalle sue origini meridionali. Vi ho accennato indirettamente all’inizio, citando il parere espresso da Latella circa la dote dell’«umanità» attribuibile, giustamente, a Castri. E basta a fornirne una prova un altro allestimento di Latella centrato su un testo non teatrale: «I Trionfi», lo sterminato (più di dodicimila versi) poema di Testori del ’65.
Fu dato in «prima» nazionale, al Teatro Sala Fontana di Milano, nel marzo del 2003, esattamente il giorno successivo a quello, il 16 marzo 1993, in cui lo scrittore si spense di Aids all’ospedale San Raffaele. E se Giovanni Raboni, a proposito degli allestimenti testoriani di Federico Tiezzi e Sandro Lombardi, aveva potuto scrivere: «Ci volevano due toscani per portare al trionfo un grande lombardo nella sua città d’elezione e d’abominio», a me fu facile, a proposito dello spettacolo di Latella, replicare che ci voleva un napoletano per rendere a Testori, nel decimo anniversario della morte, quello che apparve come l’omaggio probabilmente più alto e certamente più bruciante.
La messinscena si traduceva in un cerimoniale funebre e barocco che diventava, insieme, una preghiera laica, e disperata e tenera come tutte le preghiere. E ciò che colpiva era il fatto che l’interprete, un magnifico Danilo Nigrelli, agiva dall’inizio alla fine chiuso in un’enorme cornice poggiata sul palcoscenico. Una cornice apparentabile al cerchio entro cui agiscono i quattro interpreti di «Aminta».
Quella cornice – che rimandava, certo, all’attività di critico d’arte e di pittore svolta da Testori – si poneva altresì, e soprattutto, come una metafora della vita. E della vita, infatti, parla spasmodicamente e amorevolmente Testori ne «I Trionfi»: della «porca, dolcissima, durissima, infingarda, ladra e divina vita» di cui cantò, alla vigilia della morte, in un «pezzo» scritto per una mostra dell’adorato Morlotti. Così come hanno fatto, e proprio nel Teatro Fontana, i giovani Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo con una loro riscrittura del «Platonov» di Cechov.
Lo spettacolo, invece che con il colpo di pistola che nel testo originale uccide Platonov, si concludeva con la battuta: «La vita! Perché non viviamo come avremmo potuto?» e il commento: «Ecco, finché non ci sarà una risposta a questa domanda abbiamo bisogno, abbiamo voglia di continuare a vivere». Ancora la circolarità, dunque: come il segno distintivo che sancisce, appunto, la coerenza del percorso artistico del Latella Antonio fu Ronconi.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 21/11/2018)

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