Nel «Deserto rosso» di Antonioni s’aggira un certo Genet

Da sinistra, Daria Deflorian e Monica Piseddu in un momento di «Quasi niente», presentato nel Fabbricone (la foto è di Luca Del Pia)

Da sinistra, Daria Deflorian e Monica Piseddu in un momento di «Quasi niente», presentato nel Fabbricone
(la foto è di Luca Del Pia)

PRATO – «Lei non può immaginare le paure che ho io». È questa, secondo me, la battuta-chiave di «Deserto rosso», il capolavoro di Antonioni del 1964. La dice la protagonista, Giuliana, all’ingegner Corrado Zeller, l’amico e collega del marito Ugo che poi, fugacemente, diventerà il suo amante. E due sono le paure fondamentali di Giuliana, reduce da un ricovero in una clinica psichiatrica dopo che tentò di uccidersi: quella delle parole e quella del movimento.
Infatti, al termine del discorso grondante ideologismo con cui Zeller ha risposto alla sua domanda: «Ma tu sei di sinistra o di destra?», Giuliana commenta ironica: «Hai messo insieme un bel gruppetto di parole»; e a proposito del mare osserva: «Non sta mai fermo, mai, mai, mai. Io non riesco ad andare lungo il mare, se no tutto quello che succede a terra non m’interessa più».
Giuliana, in breve, è letteralmente murata nell’incomunicabilità e nell’immobilità. Non a caso, le altre tre battute tematiche che pronuncia sono: «Mi fanno male i capelli», «Io non sono guarita, non guarirò mai» e «C’è qualcosa di terribile nella realtà, e io non so cos’è. Nessuno me lo dice». Appunto, le fa male l’elemento più mobile e sfuggente del corpo, si abbandona alla sua malattia come a un alibi e ha la certezza di non poter arrivare, per il tramite delle parole, al segreto minaccioso che si nasconde nelle viscere del mondo circostante e che lei dovrebbe combattere.
È questo, in sintesi, l’argomento di «Quasi niente», lo spettacolo di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini che, ispirato per l’appunto a «Deserto rosso», il Teatro di Roma, il Teatro Metastasio ed Emilia Romagna Teatro hanno presentato nel Fabbricone. Ma occorre aggiungere subito che il merito decisivo del progetto varato dalla Deflorian e da Tagliarini sta nel fatto che non approda a un adattamento del film di Antonioni, non si traduce, per dirla tutta, in uno dei tanti obbrobri del genere che stanno invadendo il teatro. Approda, invece, a un’opera autonoma, pensata e realizzata non in funzione di, bensì a partire da «Deserto rosso».
Quel film, infatti, viene, sì, citato più volte, ma solo per essere commentato. E in un’occasione, anzi, ci si spinge addirittura a rendere un esplicito (e sacrosanto, s’intende) omaggio a Monica Vitti: «Poi lei questa cosa la dice così bene… Monica Vitti quanto è brava… A parte che lei è proprio un’attrice superbrava, in generale. Lei non è che carica, non è che dice “Io non sono guarita!!! E non guarirò mai!!!”». E il fatto che oggi la Vitti, la persona Monica Vitti, s’identifichi completamente con il personaggio di Giuliana, prigioniera com’è di una malattia che la separa da una vita cosciente e dal prossimo, rimanda, per di più, a un’altra delle caratteristiche fondanti e portanti di «Quasi niente»: appunto il continuo scambio fra gli attori, spesso in veste di narratori, e i loro rispettivi personaggi.

Tutti gli attori intorno al cassettone, il «personaggio» principale dello spettacolo (la foto è di Claudia Pajewski)

Tutti gli attori intorno al cassettone, uno dei «personaggi» principali dello spettacolo
(la foto è di Claudia Pajewski)

Mi riferisco, così, al confondersi di una condizione generale, esterna, e di una individuale, interna. Non è un caso, perciò, che l’unica volta in cui si parla esplicitamente di un rapporto sessuale si tratti di un rapporto fra due uomini. Qui entra in azione Genet, per il quale l’omosessualità si traduce unicamente e perennemente in un desiderio di sé e, dunque, nasce e si sviluppa in seno a una solitudine ontologica.
In un quadro del genere, allora, s’inscrivono i personaggi di «Quasi niente»: la Quarantenne, la Sessantenne, la Trentenne, il Quarantenne e il Cinquantenne. E a dimostrare l’intelligenza e l’acutezza di analisi con cui Daria Deflorian e Antonio Tagliarini si son distaccati da Antonioni pur mutuandone l’impianto concettuale profondo, basterebbe la battuta iniziale della Quarantenne: «È difficile anche dire solo questo. / Uno non riesce neanche a dire: non ce la faccio. / È già una prova di forza dire non ce la faccio. / Io non mi sento nemmeno quella forza». E ancora: «Non ho le parole, forse non me le hanno insegnate, non le ho viste dire. Forse non le ho mai sentite dire le parole che adesso mi permetterebbero di sentirmi come tutti».
Già, mi torna in mente ancora una volta quel che il 18 giugno del 1895 Hofmannsthal scrisse al guardiamarina E.K.: «Le parole non sono di questo mondo, sono un mondo a sé del tutto indipendente, come il mondo dei suoni». E aggiunse: «Perciò, vedi, io penso questo: non vi è nulla di scritto a cui si possa credere. Tutti i grandi libri… sono simili mondi di sogno».
Attenzione, dunque, alla Quarantenne della Deflorian e di Tagliarini quando, a proposito delle parole, afferma: «non le ho viste dire». Se le parole costruiscono, secondo Hofmannsthal, solo «mondi di sogno», ecco che in «Quasi niente» esse si riducono ad essere appena le labili tracce che la vita lascia sulle cose, un po’ come la polvere sui mobili. E appunto, in tal senso possono soltanto «essere viste».
I mobili, infatti, sono i veri protagonisti dell’allestimento: un armadio, un cassettone, una poltrona e tre sedie di plastica. E su quella poltrona vanno a sedersi a turno tutti e tre i personaggi femminili («Posso mettermi al tuo posto?», chiede la Sessantenne alla Quarantenne), così come si scambiano le sedie i due personaggi maschili. È il tentativo di agganciare la vita, che non può essere spiegata dalle parole, a qualcosa di tangibile e riconoscibile.
Non solo. A un certo punto il cassettone «chiama», dal suo interno provengono, come una risposta, gli stessi rumori che prima la Sessantenne aveva prodotto grattando con le unghie sul piano del mobile. Siamo, giusto, alla surreale e confortante utopia di stabilire un’alleanza e una complicità con le cose. E allorché da un cassetto vengono fuori i reperti di un tempo lontano (una fotografia, degl’indumenti…), mi è tornato il ricordo di quando, ne «L’amara scienza» di Luigi Compagnone, da un cassetto simile, a lungo serrato, si sprigiona «l’odore della nostra vita», rimasto chiuso là dentro fra le povere trine e gli straccetti di seta di una moda ormai sorpassata.
Sì, corre anche un brivido di tenera e smarrita poesia nelle vene gelide di «Quasi niente». Ed è la poesia che, come le proustiane «intermittenze del cuore», anima la recitazione dei cinque bravissimi interpreti: gli stessi Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, Monica Piseddu, Francesca Cuttica e Benno Steinegger. Finisce, e non poteva essere diversamente, con i mobili che restano in luce mentre i personaggi (ovvero gli attori che li incarnano) diventano pallidi fantasmi che appena s’intravvedono dietro un velatino.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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