Far politica con una Smorfia

Enzo Decaro, Lello Arena e Massimo Troisi quand'erano insieme nella Smorfia

Enzo Decaro, Lello Arena e Massimo Troisi quand’erano insieme nella Smorfia

NAPOLI – Riporto la riflessione sulla dimensione «politica» della Smorfia pubblicata ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

In vista della festa organizzata in piazza Plebiscito per ricordare Massimo Troisi e i quarant’anni della Smorfia, Enzo Decaro ha dichiarato a «la Repubblica» che accanto a quello «poetico» ci fu anche un Troisi «politico», che «prendeva sempre posizione, e mai in maniera ortodossa, ovvia o scontata». Ed estendendo il discorso al gruppo, ha aggiunto: «Insieme, noi tre, ci prendemmo lo sfizio di mettere in discussione ciò che la grande Storia e anche le piccole consuetudini facevano passare come verità assolute».
Ha perfettamente ragione, Enzo. E proprio nella dimensione politica, ovviamente nel senso nobile dell’aggettivo, stanno il segno distintivo e il valore dell’esperienza scenica (e, di più, culturale) rappresentata dalla Smorfia. Per convincersene, basta riandare col pensiero a «Così è (se vi piace)», lo spettacolo che, dato al Sancarluccio fra il novembre e il dicembre del 1977, assicurò ai tre ragazzi venuti da San Giorgio a Cremano una popolarità cittadina «dal vivo» dopo quella «virtuale» che gli aveva regalato la partecipazione al programma televisivo «Non stop».
Mi colpì, di quello spettacolo, soprattutto lo sketch, ormai famosissimo, che s’intitolava «Natività». Era ambientato, nessuno se ne può dimenticare, nella casa di un pescatore. E l’impagabile Massimo Troisi, che vestito come la Madonna si calava nel ruolo della moglie del pescatore, innescò un turbinìo di risate che per me si mescolarono fin da subito con la riflessione di fondo, al contrario serissima, che qui di seguito riporto.
Com’è la casa dei pescatori? È umile, certo. Senza alcun dubbio è umile. È umile a prescindere, lo direbbe da par suo anche Totò. È umile irrinunciabilmente. È umile definitivamente. Infatti, è umile in tutti i giornali. È umile – non lo si crederebbe, ma è così – pure alla radio. E addirittura, guarda un po’, è umile alla televisione. È tanto umile che, naturalmente, resta un’umile casa di pescatori.
Si capiva, in breve, che la chiave di volta di «Così è (se vi piace)» consisteva, come ho già ricordato su queste pagine, in un meticoloso processo, venato di una rabbia tanto più gelida quanto meno appariva esibita, che trascinava sul banco degli accusati le parole, quelle che imprigionano nella demagogia delle definizioni di comodo, e perciò condannano all’immutabilità, i dati reali delle condizioni di vita delle classi subalterne. E dunque si capiva subito anche un’altra cosa: che non ci si trovava di fronte al solito spettacolo di cabaret, quello, fatto di battutine qualunquistiche e soporifere, a cui ci avevano purtroppo da gran tempo abituati i cultori del genere, a Napoli in particolare.
I tre componenti della Smorfia – appunto Troisi, Lello Arena e Decaro – a proposito del loro spettacolo chiamavano in causa il cabaret soltanto per comodità di classificazione. Ma bisognava – e del resto lo dimostrava già il titolo del loro spettacolo, che era, insieme, un ironico richiamo a uno degli archetipi più usurati della drammaturgia italiana e una provocazione nei confronti di un certo tipo di pubblico piccolo-borghese, proprio quello che adorava il cabaret d’evasione – bisognava, dicevo, parlare, puramente e semplicemente, di teatro «tout court».
Non solo, infatti, in «Così è (se vi piace)» venivano rivisitati, e addirittura «stracciati», con una determinazione ch’era pari unicamente alla disinvoltura, generi come, poniamo, la sceneggiata e la drammaturgia edificante incarnata da un modello quale «La cantata dei pastori». In più, l’operazione dava luogo ad autentiche «situazioni». Ed era per l’appunto il caso della scena in cui la moglie del pescatore non riusciva a raccontare la storia del marito, che andava alla ricerca inutile di un lavoro meno rischioso e più redditizio, giacché veniva di continuo interrotta dall’ingresso ripetuto nella sua «umile» casa (e quell’aggettivo riempiva ossessivamente il discorso della malcapitata) di personaggi «estranei»: primi fra tutti l’arcangelo Gabriele, col suo tormentone «Annunciazione, annunciazione, tu, Mari’, Mari’, fai il figlio di Salvatore», e il cherubino incaricato di creare un’atmosfera celestiale.
Ancora non a caso, perciò, si scopriva alla fine dello sketch che quei personaggi – ripeto, «estranei» – avevano sbagliato casa, scambiando il pescatore per il falegname. E tutto questo si traduceva, senza parere (ed anzi con naturalezza e agilità sorprendenti), in una perfetta e funzionalissima applicazione dei meccanismi dettati da Brecht.
In altri termini, quel processo intentato alle parole faceva propria la lezione di Dario Fo: il padrone vince sull’operaio perché rispetto a lui conosce un numero molto maggiore di parole. Di parole, l’abbiamo visto, ipocrite e fuorvianti. E va da sé che per tal verso «La Smorfia» batteva in breccia anche la cosiddetta «cultura popolare», quella che passa artificiosa sulla testa del proletariato, ignara dei suoi problemi attuali e anzi cristallizzandoglieli nel ripescaggio pianificato di miti e rituali irrimediabilmente legati a una realtà di emarginazione.
Estremamente significante era, del resto, lo stesso svolgersi complessivo di «Così è (se vi piace)». Lo spettacolo iniziava con un gioco di «nonsense» proprio sulla parola «inizio» e si concludeva con il canto di «Jesce Sole». Un canto che, com’è noto, conosce varie versioni, da quella attribuita dal Galiani addirittura ai tempi di Federico II, nella lezione «Jesce, jesce, Sole, / scajente ‘Mperatore», a quella meno antica e più sicuramente napoletana, nel testo «Jesce, jesce, Sole, / chelli povere criature / che non hanno che magnà, / jesce, jesce, Sole, p’ ‘e scarfà!».
Ebbene, la Smorfia ripercorreva tutta intera la storia e la tradizione di queste versioni. Però, di tanto in tanto, Massimo Troisi si staccava dal gruppo e veniva alla ribalta, la faccia stranita. E mentre i due compagni continuavano a ubriacarsi con l’invocazione fatidica e fidente al sole, dalla sua bocca usciva un mormorio sconnesso: «Ma che gghiesce a ffà?». Credo che mai si sia levato da un palcoscenico di Napoli un affondo tanto violento e lucido contro il paralizzante conforto di una tradizione malintesa e, nello stesso tempo, oggetto irredimibile di mille lenocini strategici.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 22/6/2018)

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