«1977 2018. Mario Martone Museo Madre»

Angelica Ippolito e Carlo Cecchi in un momento de «La serata a Colono», il testo della Morante messo in scena da Mario Martone

Angelica Ippolito e Carlo Cecchi in una scena de «La serata a Colono» della Morante, regia di Mario Martone

NAPOLI – Riporto il commento che il «Corriere della Sera» pubblica nell’inserto settimanale «la Lettura».

Fuori, in via Settembrini, il solito brulichio immemore delle strade di Napoli. Ma dentro, nel museo Madre, la memoria si prende una rivincita sontuosa, e ci riesce perché il modo in cui attiva i ricordi non li confina, come di solito accade, nel registro delle perdite tenuto dalla nostalgia.
Quel museo, che lo produce, ospita «1977 2018. Mario Martone Museo Madre», un film di nove ore e mezzo in cui il regista ripercorre per frammenti i suoi quarant’anni di carriera fra teatro, cinema e opera lirica. I visitatori, seduti su trentasei sedie girevoli e circondati da quattro megaschermi, si trovano nella stessa condizione in cui si trovò, nel 1986, il pubblico dello spettacolo «Ritorno ad Alphaville», circondato da quattro palcoscenici. Possono, quindi, costruirsi una visione del film che continuamente si frantuma e si ricompone. E non a caso, allora, l’otto finale del titolo è scritto sul manifesto dell’installazione in orizzontale, a riprodurre il simbolo matematico dell’infinito.
Voglio dire che, oltre la cronaca, di quest’evento bisogna indagare le ragioni e il senso profondi. Giacché, per cominciare, qui entra in campo Ibsen, il quale, siccome il teatro conosce solo l’opzione del presente, per far rivivere in scena il passato escogitò l’espediente di sottoporlo a un vero e proprio processo. Ed è appunto ciò che fa Martone.
Basta considerare, ad esempio, che il suo film-autobiografia propone frammenti sia di «Tango glaciale», il celeberrimo spettacolo del 1982, sia di «Tango glaciale reloaded», il riallestimento del gennaio scorso. Martone non effettuò questo riallestimento di persona, ma lo affidò a Raffaele Di Florio e ad Anna Redi, suoi collaboratori di lunga data. E dunque si collocò al di fuori dello spettacolo, proprio nella posizione del giudice durante un processo.

Mario Martone

Mario Martone

Con ciò, il film di cui parliamo rimanda al concetto su cui più volte ho insistito: per comprendere appieno Martone, occorre prestare attenzione al suo percorso e, specialmente, alla coerenza che lo distingue. Lo dimostra, sempre per fare un esempio, il fatto che alle immagini in Super 8 di «Theatre functions terminated», l’azione svolta nel 1979 a Caserta nell’ambito degli incontri sulla post-avanguardia organizzati da Beppe Bartolucci, corrispondono i brani dell’«Edipo a Colono» allestito nel 2004 all’India di Roma. Se a Caserta Martone metteva termine alle funzioni date del teatro per spingerlo più avanti, a Roma centrava direttamente quello ch’è il cuore del testo di Sofocle: Edipo s’acceca non perché non vuole più vedere, ma perché vuole vedere, appunto, oltre il limite dei significati dati.
Scopriamo, così, che al film in questione presiede anche un altro eccelso nume tutelare, Erich Auerbach. Il suo metodo figurale si basa su questo principio: «L’interpretazione figurale stabilisce fra due fatti o persone un nesso in cui uno di essi non significa soltanto se stesso, ma significa anche l’altro, mentre l’altro comprende o adempie il primo. I due poli della figura sono separati nel tempo, ma si ritrovano entrambi nel tempo, come fatti o figure reali». Ed è proprio quel che realizza «1977 2018. Mario Martone Museo Madre», lo dicono gli esempi di cui sopra: «Tango glaciale reloaded» comprende e adempie «Tango glaciale», «Edipo a Colono» comprende e adempie «Theatre functions terminated».
D’altra parte ho citato Auerbach anche perché, impareggiabilmente, applicò il metodo figurale all’interpretazione della «Commedia» dantesca. E infatti, la struttura del film di Martone e le modalità stabilite per la sua fruizione chiamano in causa un’altra decisiva lettura della «Commedia», quella di Charles Singleton. Secondo Singleton, nella «Commedia» ha luogo la rappresentazione di un «doppio viaggio», «un duplice “itinerarium ad Deum”»: un «viaggio letterale», in cui «il protagonista è determinato», è Dante, e un viaggio allegorico, in cui «il viandante è qualsiasi cristiano: l'”homo viator””… Che tale viaggio “hic et nunc” sia una possibilità aperta a tutti, resta il postulato fondamentale e, per Dante, la dottrina su cui egli può costruire l’allegoria della “Commedia”… In nessun punto dell’opera queste cose ultraterrene vengono presentate come visione o come sogno. Queste cose accaddero, e il poeta che fece quel cammino in carne e ossa e le sperimentò, è, ora che è tornato, uno scriba che le registra come avvennero».
Insomma, il miracolo compiuto da «1977 2018. Mario Martone Museo Madre» è quello di trasformare quarant’anni in un eterno presente. E in proposito si può fare un gioco. Le si dà una spinta e, girando su se stessa, la sedia su cui siamo appollaiati ci mostra in rapidissima successione, tanto rapida da annullarsi, tutto quanto viene proiettato sui quattro megaschermi che ci circondano.
Il tempo si annulla. Nove ore e mezzo equivalgono perfettamente a un solo istante. Un’immagine degli «Appunti da Santarcangelo» ci fa cogliere il baleno della faccia bellissima di Leo de Berardinis che accompagna con lievi gesti una prova di musicisti. E questo concerne il segreto calore che sempre mi è parso di poter cogliere nella geometria del teatro di Martone. Il lampo di quella faccia è come la poesia di Trakl, una fiammella che brilla di una luce più intensa un attimo prima del buio.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

(«Corriere della Sera»/«la Lettura», 17/6/2018)

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