La rivincita del corpo sulla guerra, il fanatismo e l’estasi

Matilde Vigna in un momento di «Causa di beatificazione»

Matilde Vigna in un momento di «Causa di beatificazione»

TORINO – «Nella mia testa ci sono solo i formaggini e le figurine dei formaggini». «Esco portandomi in grembo l’assurdo». «Io so quanto suda, so anche la puzza di Dio».
Sono queste, credo, le battute-chiave di «Causa di beatificazione», il testo di Massimo Sgorbani presentato in «prima» nazionale, per la regia di Michele Di Mauro, nell’ambito del Festival delle Colline Torinesi. Le pronunciano rispettivamente, nell’ordine in cui le ho citate, una prostituta di Pristina, una kamikaze palestinese e una suora italiana del Medioevo. E traducono come meglio non si sarebbe potuto il tema che accomuna le storie di quei tre personaggi: la rivincita del corpo di fronte alla vita negata – sempre rispettivamente – dalla guerra, dal fanatismo e dall’estasi.
L’atto unico di cui parliamo – molto interessante e trascinante, perché basato sulla fusione di dati estremamente realistici e delle fughe continue nei territori di una smarrita e pure indomita poesia – prende le mosse dai testi di alcune mistiche e, giusto, dai resoconti di processi di beatificazione. E la predetta rivincita del corpo s’identifica – ecco l’altro elemento comune alle tre storie narrate da Sgorbani – col fatto che, nonostante tutto sembri vietarne la possibilità o l’opportunità, sia la prostituta kosovara sia la terrorista palestinese sia la suora medievale restano incinte.
Questo trionfo del corpo è reso in maniera particolarmente incisiva dal primo dei tre personaggi in questione. I formaggini significano, ovviamente, il bisogno del cibo, mentre, altrettanto ovviamente, le figurine dei formaggini significano le immagini in cui si tenta d’imprigionare una realtà esterna dolorosa e minacciosa. E appare oltremodo sintomatico, al riguardo, che la prostituta di Pristina dica che non esistono le figurine della paura e dell’amore, ma solo quella dell’inverno.
L’inverno – il «gigante di ghiaccio», il «gigante di fango», il «gigante di neve sporca» – lo vedi e lo tocchi, puoi stabilire con esso, per l’appunto attraverso il corpo, un legame diretto. Non così con la paura e l’amore. E tutto, dunque, viene ricondotto al corpo, con inesausta e visionaria fermezza. Esemplare, in tal senso, è il seguente sfogo, ancora della ragazza kosovara: «Madre Teresa… che è nata qui, Madre Teresa che adesso l’hanno fatta Beata… Beata Madre Teresa che è una beata ma anche una strada di Pristina (strada Madre Teresa, Beata Madre Teresa, Beata Strada Teresa) dove ci andavo in su e in giù, io con la mia minigonna arancione».

Un primo piano di Matilde Vigna in «Causa di beatificazione» di Massimo Sgorbani

Un primo piano di Matilde Vigna in «Causa di beatificazione» di Massimo Sgorbani

Si arriva, date queste premesse, addirittura al transfert: «perché» – aggiunge la prostituta di Sgorbani – «a furia di starci, in quella via, si diventa beati, a furia di andarci su e giù… la beatitudine ti si appiccica addosso come un odore, come la polvere gialla sulle macchine». E fa il paio, un simile transfert, con quel che dice la kamikaze sul punto di farsi esplodere: «[…] il tuo corpo diventa nostalgia delle membra scoppiate, nostalgia degli abbracci e dei baci, […] e tu diventi la vita fantasma che vive quando cambia il tempo, la vita fantasma che vive quando arriva la tempesta».
Il trionfo del corpo raggiunge infine l’acme drammaturgico quando la suora, in linea con la battuta citata all’inizio, riduce Dio all’uomo che l’ha violentata in una vigna: «[…] mi sento di tanto vicina al Signore come mai prima d’ora, qui, in forma soltanto di pezzo di carne. Che posso pensare la carne, soltanto. Che sono, la carne, che pensa e s’indivina nell’enormità di un cielo flaccido, che s’indivina lontana dall’infinito, giù, tra le cose piccole, giù, nella testa che mi esce da dentro».
Ma, s’intende, Sgorbani non tralascia lo straniamento. E in proposito basta considerare che l’attacco del discorso della kamikaze palestinese, in cui lei parla di esplosivo e delle «case da radere al suolo, case da farne macerie», viene accompagnato dalla canzoncina di Charles Trenet «Boum»: «La pendola fa tic tac tic tac / gli uccelli del lago fanno pic pic pic pic / glou glou glou fanno tutti i tacchini / e la bella campana ding din don»…
Per quanto riguarda, poi, lo spettacolo in sé, proprio sulla compresenza e sul «duello» fra loro del corpo e dell’immagine risulta fondata, con sagacia e inventiva, la regia di Di Mauro. In tal senso, l’acme si tocca quando, al corpo della kamikaze palestinese seduta su una sedia con le spalle rivolte al pubblico, corrispondono i primi piani del suo volto trasmessi da una videocamera a circuito chiuso sullo schermo che fa da fondale. E lo stesso compito tocca a Giulio Maria Cavallini, autore, appunto, dei video che scandiscono lo spettacolo e, insieme, attore che fa da servo di scena, introducendo di volta in volta gli oggetti previsti dall’azione, e contemporaneamente, poiché conferisce una visibilità muta ai personaggi via via evocati dalle tre donne, diventa un autentico distributore di figurine.
Infine, l’attrice protagonista, Matilde Vigna. È assolutamente straordinaria. L’avevo lasciata al Teatro delle Passioni di Modena come una delle interpreti di «Santa Estasi», il progetto ideato e realizzato da Antonio Latella. E la prova che fornisce in questa circostanza dimostra che quel progetto, varato da Emilia Romagna Teatro, non è stato solo il più monumentale e articolato che sia stato portato a compimento in Italia negli ultimi anni, ma, ciò che maggiormente conta, si è posto come un’incubatrice di talenti nuovi, capaci, cioè, di trasformare la pura tecnica in acuta sensibilità verso il mondo che ci circonda.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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