Il rifiuto di vivere che viene chiamato ricordo

Da sinistra, Carlo Guasconi, Massimiliano Speziani e Mariangela Granelli in «Essere bugiardo»  (la foto è di Angelo Maggio)

Da sinistra, Carlo Guasconi, Massimiliano Speziani e Mariangela Granelli in «Essere bugiardo»
(la foto è di Angelo Maggio)

CASTROVILLARI – Un padre, una madre e un figlio. Sono questi i personaggi di «Essere bugiardo», l’atto unico di Carlo Guasconi che La Corte Ospitale, Proxima Res e il Premio Riccione hanno presentato nell’ambito della XIX edizione del festival «Primavera dei Teatri». Nella prima delle tre scene di cui si compone il testo dialogano il padre e il figlio, nella seconda il padre e la madre, nella terza il padre, la madre e il figlio.
Dunque, sembrerebbe trattarsi di uno dei soliti «spaccati» familiari. Ma il pregio di «Essere bugiardo» – non a caso vincitore dell’undicesimo Premio Riccione «Pier Vittorio Tondelli» – sta nel fatto che procede per spiazzamenti continui. Nel corso della scena iniziale, prima scopriremo che i fiori che il padre porta alla madre perché, dice, «cerca ancora di conquistarla» in realtà glieli porta sulla tomba perché lei è morta di cancro e poi verremo a sapere che il figlio è morto a sua volta nell’incendio del macello in cui lavorava. Sicché, dopo che nella seconda avremo assistito alla visita che il padre fa alla madre ricoverata in ospedale, nella terza scena il dialogo avviene fra tre persone delle quali una sola, il padre, è viva.
Ma non basta. Al principio ci viene detto che il padre insiste a ricordare i suoi cari scomparsi perché questo è un modo per tenerli ancora in vita. E infatti, al figlio che gli ha raccontato: «[…] siamo bruciati tutti, io e quegli altri cinque. Sei in tutto, ci hanno ritrovato e nessuno avrebbe più potuto distinguerci, papà. Eravamo tutti uguali, tutti uguali», replica caparbio: «Ma se non ti ho riconosciuto tra loro, magari non sei morto. Va bene, eri in turno, ma magari eri uscito a fumare una sigaretta e l’hai scampata. Se non ti ho riconosciuto non sei morto». Poi, però, il figlio osserva: «Devo andarmene, sennò non aprirai mai più le finestre», la madre spiega: «Tu devi dimenticarci» e ancora il figlio tira le somme: «Sai qual è il tuo problema? Che sei un bugiardo. Non lo fai con cattiveria, no. Lo fai per tirare avanti, continui a pensare a noi perché nella tua testa ti dici che è giusto che sia così, che un padre non può dimenticare un figlio e un marito deve portare i fiori alla moglie sempre, anche se lei sta in un loculo al cimitero e non è altro che una fotografia sul muro».
Arriviamo, così, nientemeno che a Pirandello. Scopriamo, cioè, che i ricordi del padre incarnano il tentativo – centrale nell’opera del Girgentino – d’imprigionare la vita (che, lo ripeto ancora una volta, è un susseguirsi di momenti di disgregazione, per giunta slegati l’uno dall’altro) in una Forma unica, per sempre data e per sempre riconoscibile. Quei ricordi sono proprio la Forma in questione. E di nuovo, al riguardo, mi torna in mente, di Pirandello, la novella «La carriola», in particolare il suo passo che recita: «Chi vive, quando vive, non si vede […]. Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive più: la subisce, la trascina, come una cosa morta la trascina».
È giusto ciò che fa il padre, perché ricordare non significa altro che, per l’appunto, limitarsi a guardare la propria vita. L’accusa («Tu menti sapendo di mentire») e la constatazione («Tu non vuoi vivere, non prenderti in giro») che la madre rivolge al marito non potrebbero essere, di conseguenza, più esplicite ed esaustive.
Ovvio, infine, che «Essere bugiardo» adotti un finale aperto: il padre impugna una pistola e, davanti alla finestra, volge le spalle ai familiari, come se volesse uccidersi; ma, dopo un attimo di buio, lo rivediamo mentre sta pescando, mentre, cioè, sta dedicandosi al passatempo che nella prima scena aveva rievocato con il figlio morto.
Tuttavia, ed è un altro pregio del testo di Guasconi, tanto rigore analitico non si nega ad «escursioni» nei territori della tenerezza. Accade, per fare solo un esempio, quando in ospedale – rispondendo al marito che le ha detto: «Eri così piccola quando sei morta che avevo paura di spezzarti accarezzandoti con queste stupide manone» – la madre commenta: «Era bello. Le sentivo le tue mani, avevo freddo mentre me ne stavo andando e loro mi scaldavano».
Tutto questo trova, poi, una «sponda» più che adeguata nella regia attenta e partecipe di Emiliano Masala. E basta in proposito un solo esempio: l’impianto scenico di Giuseppe Stellato si fonda su tre tapparelle che – mentre, alludendo ad altrettanti sipari, servono a «straniare» – realizzano, con il loro alzarsi e abbassarsi, proprio il citato procedere del testo per spiazzamenti continui. Senza contare sequenze memorabili come l’incontro in ospedale fra il padre e la madre morente, quando – all’opposto della tapparella che va lentamente calando – si leva su quella vita che si spegne il volo de «Il cielo in una stanza».
Sì, accade talvolta, come in questo caso, che l’iddio del teatro, sempre più evanescente e indifferente, voglia ancora regalare il miracolo dell’emozione. E a tanto contribuiscono in maniera decisiva gl’interpreti in campo. Innanzitutto, nel ruolo della madre, Mariangela Granelli. Confesso la mia colpa, non l’avevo mai vista o non l’avevo notata vedendola in ruoli secondari. Ma mi affretto qui a colmare la lacuna: è certamente una delle ultime attrici vere in circolazione, intendo una delle ultime attrici capaci d’incarnare la grazia e la maledizione del teatro, costretto per sua natura a fingere la vita nel momento stesso in cui vive.
Non meno persuasivi, al suo fianco, Massimiliano Speziani (il padre) e lo stesso Carlo Guasconi (il figlio). In definitiva, uno spettacolo che occorrerebbe non lasciare che si perda. Giro questo mio appello agl’impresari e ai direttori di teatro napoletani.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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