I Sei Personaggi affidati a un solo attore. Incazzato

Piergiuseppe Di Tanno in «Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?» (foto di Angelo Maggio)

Piergiuseppe Di Tanno in «Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?» (foto di Angelo Maggio)

CASTROVILLARI – A proposito di «Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?» – la «rivisitazione» di «Sei personaggi in cerca d’autore» che Fortebraccio Teatro ha presentato per la drammaturgia e la regia di Roberto Latini nell’ambito della XIX edizione del festival «Primavera dei Teatri» – parto per l’ennesima volta dall’acutissima e ancora insuperata osservazione di Szondi riferita a Pirandello in generale.
Scrisse Szondi: «Contro il postulato fondamentale della forma drammatica, che considera il dialogo e l’azione, proprio nella loro definitività, come espressioni adeguate dell’essere umano, Pirandello vi scorge una limitazione indebita e nociva della vita interiore, infinitamente varia e molteplice». E niente potrebbe inverare questa constatazione meglio, per l’appunto, di «Sei personaggi in cerca d’autore».
Infatti, qui siamo di fronte a un’evidente e dichiarata impossibilità del dramma: in quanto si oscilla fra la presenza immanente del tirannico e onnivoro «io» strindberghiano (che costituisce la negazione aprioristica di qualsiasi rapporto tra i personaggi e giusto, perciò, di qualsiasi dialogo) e il continuo ricorso al procedimento analitico tipico di Ibsen (che, privilegiando il passato, determina a sua volta una non meno aprioristica sconfitta dell’azione). E basta, al riguardo, considerare la vera e propria battuta tematica che pronuncia il Figlio: «Signore, quello che io provo, quello che sento, non posso e non voglio esprimerlo. Potrei al massimo confidarlo, e non vorrei neanche a me stesso. Non può dunque dar luogo, come vede, a nessuna azione da parte mia».
Abbastanza fondata, di conseguenza, risulta l’idea di Latini di affidare tutti i personaggi presenti nel testo di Pirandello a un solo attore, Piergiuseppe Di Tanno. Il problema, però, è come quest’idea Latini l’ha tradotta in scena. E si tratta di un problema gigantesco, un’autentica e invalicabile montagna che prende la forma di uno spettacolo tanto pretenzioso quanto inconcludente, tanto urlato quanto inespressivo, tanto complicato e confuso quanto incerto (nell’allestimento) e indecifrabile (negli scopi). E perciò mi limito, qui di seguito, ad elencare solo alcuni esempi di quel che tocca agli spettatori.
L’interprete agisce per gran parte dello spettacolo (che dura in tutto sessanta minuti) su una piattaforma quadrata montata su quattro alti piedi. Indossa la maschera di un teschio (forse si allude alla morte del teatro di tradizione?), una gorgiera (forse s’ironizza sul teatro classico?), una maglietta bianca, pantaloni di lattice neri e ha dietro di sé (o di fronte, quando si gira) un telo bianco (forse il sipario?). E dall’inizio alla fine non fa altro, appunto, che urlare, proprio come il cane rabbioso che a un certo punto imita, con tanto di latrati e lingua penzoloni.
Sembra davvero molto incazzato, quest’attore che dice alla rinfusa le battute e anche le didascalie di Pirandello. E davvero non si capisce, fra le tante altre cose di questo spettacolo che non si capiscono, perché sia tanto incazzato. Non si capisce, poniamo (e nel merito s’è acceso al termine della «prima» un piccolo dibattito fra gli addetti ai lavori), se, quando si toglie la maschera e si deterge dal sudore la faccia e i piedi con il telo (o il sipario) di cui sopra, dia seguito a un’indicazione del regista o semplicemente soddisfi un personale bisogno, visto che, presumibilmente, il sale del sudore sotto la maschera gli è entrato negli occhi e fra le dita dei piedi gli provoca prurito.
Comunque, poi, quella maschera se la toglie, la bacia e la getta a terra, andando via dopo aver coscienziosamente strizzato la maglietta zuppa. Ma erroneamente gli spettatori avevano sperato che lo spettacolo fosse finito. Dopo che sul fondale e sul velatino che chiude il boccascena sono comparse, col commento di una musica assordante, parole del testo di Pirandello scritte a caratteri cubitali (prevalgono, ovviamente, le parole «realtà» e «finzione»), l’attore ritorna, stavolta in giacca bianca, e dà la stura a una serie incredibile di sottofinali per cui la vasca in cui annega la bambina dei «Sei personaggi in cerca d’autore» diventa prima la fossa dalla quale emerge, nell’«Amleto», il teschio di Yorick (forse, allora, la maschera indossata dall’attore era solo un’anticipazione di questa scena?) e quindi, per chiudere, la vasca da bagno in cui l’attore s’immerge (forse è un lavacro purificatore dopo la lordura inflittagli da Pirandello?) tra le soffici nuvole di schiuma sintetica che una macchina gli spara addosso (per la verità le spara anche in bocca agli spettatori delle prime file) per tre o quattro minuti buoni.
Basta, via. Roberto Latini, che l’anno scorso, proprio qui a Castrovillari, aveva già fatto a pezzi il «Cantico dei Cantici», è un pericolo pubblico, ancorché (o proprio perché?) da più parti osannato. E visto il coacervo di cose viste e riviste a cui si riduce questo suo spettacolo che solo con un generosissimo eufemismo possiamo definire peregrino, merita che nel codice penale venga inserito un articolo che punisca severamente, voglio dire con l’esilio per un congruo numero di anni da teatri e festival, chiunque insista a scoprire l’acqua calda o a riscoprire l’America.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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