«Calcinculo» all’ipocrisia e al tradimento nell’eco di Gaber

Valeria Raimondi in un momento di «Calcinculo» (foto di Angelo Maggio)

Valeria Raimondi in un momento di «Calcinculo» (foto di Angelo Maggio)

CASTROVILLARI – Proprio vero. Ciò che distingue Babilonia Teatri, e ne fa una delle punte d’eccellenza della più avanzata ricerca teatrale italiana, è lo straordinario mélange di provocazione concettuale, violenza espressiva e freddezza scientifica con cui il gruppo veronese aggredisce il coacervo inestricabile delle idiozie, delle menzogne, delle vigliaccherie, dei paradossi e delle iperboli che costituiscono il nostro tempo. E ne offre l’ennesima dimostrazione «Calcinculo», lo spettacolo che Enrico Castellani e Valeria Raimondi hanno presentato in anteprima nazionale nell’ambito della XIX edizione del festival «Primavera dei Teatri».
Si tratta, per quanto riguarda la forma, di uno spettacolo atipico rispetto al percorso precedente di Babilonia Teatri: poiché ha l’aspetto di un musical, che alterna al testo di Castellani ben sei canzoni. Ma, s’intende, la sostanza è sempre la stessa. E tanto per fornire subito un esempio del mélange di cui sopra, ecco che cosa segue all’annuncio «Ho deciso di smettere di fare teatro».
Castellani, dopo aver constatato che si è «creato un nuovo umanesimo», «un’idea di fratellanza e di condivisione» basata sul principio: «io non condivido la tua idea ma sono pronto a toglierti la vita per convincerti della mia», snocciola questa professione di fede, il mantra dell’orrore che s’è fatto quotidianità: «Credo che i terroristi islamici siano dei grandi uomini di spettacolo. Non credo in nessun modo al loro successo politico né culturale, ma credo che siano dei grandi registi, dei grandi attori, dei grandi organizzatori di eventi, dei grandi uffici stampa. Sono indubbiamente i migliori. Non capisco perché i cartelloni delle stagioni teatrali e dei festival non siano integralmente dedicati a loro, perché tutti i progetti territoriali non siano affidati a loro, perché non siano affidati a loro il lavoro nelle scuole e con l’università e i progetti speciali».
Avete capito a che cosa mirava l’annuncio «Ho deciso di smettere di fare teatro», contro che cosa era diretto? Se non l’avete ancora capito, provvede ad aiutarvi il passo successivo: «Io non vedo l’ora che mi venga affidata la direzione di un teatro, perché so già come farlo funzionare, come farlo deflagrare, come farlo esplodere. Si dice che nessuno più va a teatro, si dice che nessuno più parla di teatro. Ma del mio si parlerà. Il mio ufficio stampa lo darò in mano all’Isis, tutti i miei collaboratori saranno membri dell’Isis. Il mio teatro sarà una cellula dell’Isis, io sarò uno di loro».
Si potrebbe immaginare una più corrosiva (e tanto più efficace perché, come si vede, divertentissima) polemica contro l’astenia del teatro cosiddetto «ufficiale», quello definito da un aggettivo, stabile, che troppo spesso significa immobile?
Ma, naturalmente, la denuncia del sempre più evidente e generalizzato tradimento della poetica e delle motivazioni profonde del teatro non rimane chiusa in sé, diventa – e qui si determina il valore dello spettacolo di cui parliamo – l’innesco per quella che concerne ben altri e decisivi tradimenti.
La canzone intitolata «Comunista» a un certo punto dice: «Che Guevara appeso al muro col nastro adesivo / in camera mia ero un sovversivo / un rivoluzionario / io ero il vertice della protesta / rivoluzione nella mia testa». E poi: «Ma quando lo scotch è ingiallito / anche il mio credo è appassito / la gravità ha vinto la colla / ho detto addio alla mia bolla / il mio è un rosso relativo / è un Campari nell’aperitivo / un Negroni a colazione / il disincanto è la mia costellazione».
Non si poteva rendere meglio (voglio dire con più rabbia e, insieme, più dolente partecipazione) il dramma del ridursi dell’ideologia prima a una pura illusione privata e quindi a una semplice faccenda di colori inscritta, allusivamente, nel consumismo alcoolico. Torna in mente il finale di «Qualcuno era comunista» di Gaber: con l’immagine del «gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito».
Bisogna ritrovare l’innocenza, un’innocenza antica: sembra essere questo, alla fin fine, l’appello politico (ma è pure un messaggio fraterno) che trasmette lo spettacolo di Babilonia Teatri. Stanno, quell’appello e quel messaggio, nel rammarico manifestato da «Unità di misura», l’ultima canzone: «Non ho più mani per dire terra / non ho più bussole per dire dio / non più occhi per dire bello / non più un corpo per dire io».
Tutto questo, poi, si esprime in sede di messinscena con alcune invenzioni straordinariamente felici e pregnanti: la paura dell’«esterno» trova riscontro in un monologo che Castellani pronuncia circondato da estintori (l’ossessione della sicurezza) e sullo sfondo delle bandiere dell’antica Repubblica Veneta «cooptate» dalla Lega (la strumentalizzazione della storia); la metamorfosi animalesca degli umani acquista la forma di una sfilata di campioni delle varie razze canine; e, per concludere con gli esempi, la necessità di ritrovare una sana e genuina comunione d’intenti sfocia nella comparsa, al termine, di un coro di vecchi alpini.
Inutile, a questo punto, dire dell’efficacia con cui si muovono, in quanto interpreti, gli stessi Enrico Castellani e Valeria Raimondi, adeguatamente affiancati, a tratti, dal monumentale direttore di scena Luca Scotton nelle vesti di attore e persino ballerino. Piuttosto, è il caso di sottolineare il coraggio che Babilonia Teatri manifesta ancora una volta proponendo uno spettacolo del genere in perfetta coincidenza con l’avvento del governo populista che ci ritroviamo.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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