Amleto oggi? Gli tocca la scelta fra essere e apparire

Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari in un momento di «Amleto take away» (foto di Angelo Maggio)

Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari in un momento di «Amleto take away» (foto di Angelo Maggio)

CASTROVILLARI – «La mia generazione è schiacciata. Tra gli under 35 e gli over 63. Tra lo studio che non serve e il lavoro che non c’è. Tra avanguardie incomprensibili e tradizioni insopportabili. Io mi sento schiacciato, accecato, come una falena vago di vetrina in vetrina alla ricerca di qualcosa che mi appaghi e mi dia un po’ di calore, in questo mondo dove tutto è rovesciato, capovolto. Dove l’etica è una banca, le missioni sono di pace, la guerra è preventiva, le bombe intelligenti, dove un diamante è per sempre e l’amore è uno yogurt da consumare con il sapore il giorno di Natale in offerta speciale».
Si presenta così l’attore protagonista di «Amleto take away», lo spettacolo che la compagnia Berardi-Casolari e il Teatro dell’Elfo hanno dato nell’ambito della XIX edizione del festival «Primavera dei Teatri». E si capisce subito, quindi, che il testo non è un granché: piuttosto scontato per quanto riguarda i temi messi sul tappeto, risulta per giunta incapace di decidersi fra la denuncia, la satira e il semplice intrattenimento, finendo, a tratti, per precipitare addirittura in un facile cabaret.
Sono in scena la custode di un teatro e, per l’appunto, un attore, che sta provando, giusto il titolo, la parte di Amleto. Senza eccessivo entusiasmo, come annuncia la battuta di cui sopra. E di qui la solita, e nella circostanza telefonatissima, manfrina circa la crisi del teatro e la gente che «va dietro ai culi, ai balletti, ai comici e ai nomi importanti della televisione». Con l’aggiunta di freddurine tipo: «Facciamo uno Chefspeare, è un must a teatro».
Ovviamente, all’Amleto nel quale c’imbattiamo tocca, invece del dubbio canonico che gli appioppò il Bardo, solo la constatazione: «Essere o apparire, questa è la scelta», con la precisazione: «To be or FB, this is the question for me, my friend». E giù con la scena della chat in cui il nostro Amleto «social» dialoga con una Trudy 69 debitamente «alta, bionda, magra, formosa», che «lavora presso centro benessere, non solo massages» e non meno debitamente scrive «non pensavo mi avresti mai risposta» e «mi sono fraintesa».
L’unico spunto davvero interessante è costituito dalla commistione fra la recita e la vita reale dell’attore in campo: perché il Gianfranco Berardi che interpreta questo Amleto condannato all’«apparire» è un non vedente. E di conseguenza un momento alto si determina nella scena del discorso rivolto dai maestri agli attori, quando il terzo dei maestri, dopo aver bollato il famigerato «lavoro sul personaggio» con il lapidario commento: «Questi hanno il terzo teatro marchiato a fuoco, nel sangue», dice all’attore che deve calarsi nel ruolo del principe danese: «Senti me. Tu sei bello perché sei così, sei autentico, sei vero, perché non vedi un cazzo».
Ma, per l’appunto, si tratta di un momento. Per il resto, il copione procede, ripeto, sui binari della prevedibilità. Sino a sfociare in un pistolotto conclusivo che davvero costituisce la sintesi di quanto ho esposto sinora: «È un sortilegio, siamo tutti dentro un sortilegio. Tutti facciamo tantissime cose, aperitivi, viaggi, concerti, chiacchiere. È tutto un gran muoversi, ma in realtà siamo tutti immobili. Il sortilegio non va assecondato, va affrontato, va combattuto, altrimenti si mangerà tutti i nostri sogni, quelli veri, quelli che ancora oggi danno un senso a questo nostro viaggio».
Resta, in definitiva, la performance attorale che Gianfranco Berardi dispiega con l’assistenza di Gabriella Casolari. Ed è sicuramente una prova impegnata e godibile, che il pubblico mostra di apprezzare, con risate e applausi, soprattutto quando l’Amleto da asporto in questione compie un’incursione in platea, dialogando e scherzando con alcuni degli spettatori. Ma, francamente, mi sembra davvero un po’ poco. E, in specie, mi sembra che – dopo tante «rivisitazioni» del capolavoro shakespeariano di cui discorriamo – si abbia il diritto a qualche passo avanti, e sul piano teorico in generale e su quello drammaturgico in particolare.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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