«L’ultimo Decamerone» in lotta con le «fake stories»

Un momento de «L'ultimo Decamerone», in scena al Bellini  (le foto che illustrano l'articolo sono di Mario Spada)

Un momento de «L’ultimo Decamerone», in scena al Bellini
(le foto che illustrano l’articolo sono di Mario Spada)

NAPOLI – Stefano Massini – autore del testo de «L’ultimo Decamerone», lo spettacolo che il San Carlo e il Bellini presentano in coproduzione nella sala di via Conte di Ruvo – ha compiuto quest’operazione: invece di aggiungere l’ennesimo ai tanti (troppi, e in genere fallimentari) adattamenti del capolavoro di Boccaccio partoriti in precedenza, s’è dato a scrivere in proprio dieci novelle, che contengono tutte le cento del «Decameron» solo per echi, stilemi e nomi di personaggi.
Ma, se si fosse limitato a questo, Massini non avrebbe reso onore al suo status di drammaturgo fra i migliori (per quanto, in verità, appaia piuttosto inflazionato) che agiscano oggi in Italia. E dunque mette al fuoco ben altra carne. A partire dal fatto che i dieci narratori in campo, sette donne e tre uomini, sono tutti anziani e, come recita la didascalia iniziale, «occupano – seduti, in piedi, rannicchiati – l’intero spazio di una grande stanza dalle altissime finestre sbarrate» che «potrebbe assomigliare quasi a un bunker». «È come se», precisa Massini, «il mondo fosse stato chiuso fuori, da moltissimo tempo. Regna il silenzio. È come se la voglia di narrare si fosse consumata con il tempo».
Due passi capitali, poi, spiegano questa situazione, e la trasferiscono sul terreno della metafora. Il primo, non a caso collocato in posizione fortemente icastica, proprio in apertura del testo, attribuisce a Panfilo, circa l’origine del racconto che s’appresta a dipanare («Alatiel che perse il sorriso»), l’affermazione: «Non lo so più. Non m’interessa». E il secondo, un’autentica invettiva posta in capo al racconto «Il limbo del perduto amore», è appannaggio di Filomena: «Ma non vi siete un po’ stancati di dir storie? Come fosse cosa facile: là fuori ormai non ve n’è uno che non racconti, non trovi se non gente che vomita giù parole, e non v’è alcuno che lo sappia fare, cosicché in fondo ai veri narratori gli passa lentamente la voglia di parlare».
Il riscontro sta nella scena del pittore deforme che, con un pezzo di carbone, riproduce «incantevolmente» il sorriso di Alatiel/La Figlia sulla parete di una stanza. Abbiamo, quindi, non il sorriso, ma l’immagine del sorriso. Ed è, per l’appunto, una metafora: quella riferita, giusto, al raccontare, al raccontare che evoca non la realtà ma un fantasma della realtà, e così ricrea la realtà che inevitabilmente e incessantemente il tempo trasforma e consuma.
Lo afferma chiaramente Neifile: «Narrare non è dire. Narrare non è parlare. Narrare, io lo credo, è inventare». Dunque i personaggi di Massini sotto tutti anziani perché molte di quelle trasformazioni e consunzioni hanno conosciuto, e insistono a raccontare, pur non avendone più voglia, perché non finisce mai la speranza in una realtà nuova. Ed è una speranza che non finisce perché traduce la coscienza dell’esserci al di là della convinzione che non ha senso esserci.
Il vero scopo di Massini è, in breve, quello di battere in breccia le «fake stories» dei social networks e, quindi, le chiacchiere che tramite Facebook e Twitter hanno preso il posto delle Parole: alla ricerca, come dice Fiammetta, delle «storie che se fai silenzio le senti risuonare, stanno ovunque, stanno oltre le parole».
Ma, venendo adesso allo spettacolo, non sembra che di tutto questo il regista Gabriele Russo si sia preoccupato più di tanto. La sua invenzione principale consiste nell’aver adottato un cast di sole donne. E inutilmente ho letto e riletto le note che Russo pubblica nel programma di sala per spiegare e motivare quella scelta. Non ho capito niente. Che significa, per esempio, «restituire la forte presenza dell’uomo attraverso la sua assenza»? che significa avere, grazie al cast di sole donne, la possibilità di «lavorare sulla rappresentazione più che sull’immedesimazione»? e perché, infine, il «dare centralità all’interpretazione femminile» dovrebbe consentire di «realizzare quel gioco che il teatro ci chiama a fare mediante gli attori»?

Uno degli interventi del corpo di ballo del San Carlo

Uno degli interventi del corpo di ballo del San Carlo

A conti fatti, poi, si assiste a uno straniamento nei confronti del testo di Massini tanto incomprensibile quanto scolastico, fatto di smorfie e strilli e corsettine e pause d’immobilità. E incolore risulta la recitazione delle varie Angela De Matteo, Maria Laila Fernandez, Crescenza Guarnieri, Antonella Romano, Paola Sambo, Camilla Semino Favro e Chiara Stoppa. Mentre del tutto incongrui appaiono gl’interventi del corpo di ballo del San Carlo su musiche originali (registrate) di Nello Mallardo e coreografie di Edmondo Tucci: spezzano il ritmo della parte in prosa dello spettacolo e, per il loro carattere «moderno», stridono pesantemente (a parte, s’intende, la bravura dei danzatori) con il tono onirico (o, anche, semplicemente scherzoso) che si vorrebbe conferire all’insieme.
Chiudo. Io sono perfettamente d’accordo con Angelo Curti, quando asserisce che «il Bellini fa il vero lavoro di teatro stabile». Ho scritto più volte che quello del Bellini è, da qualche anno, il miglior cartellone che venga offerto a Napoli. Ma proprio per questo, proprio per non buttare alle ortiche l’ottimo lavoro fatto fin qui, occorre che i fratelli Russo evitino scivoloni rovinosi. «L’ultimo Decamerone» possiamo definirlo un ibrido se vogliamo essere generosi e un pateracchio se vogliamo dirla tutta. La riprova è che l’altra sera file intere di spettatori se ne sono andate alla fine del primo tempo, e nonostante si trattasse per la massima parte d’invitati e addetti ai lavori.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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