Le grida di una vita
ch’è vestale della bellezza

 

Gianluca Ballaré e (sulla sedia a rotelle) Bobò in un momento di «Orchidee»

Gianluca Ballaré e (sulla sedia a rotelle) Bobò in un momento di «Orchidee»

«Confusa di rumori / Rauchi grida la lontana vita». Ecco, adotterei questi due versi di Campana come epigrafe di «Orchidee», lo spettacolo di Pippo Delbono in scena al Bellini: perché qui si tratta dello scontro tra una Forma, consolatoria e illusoria insieme, e – per l’appunto – la forza indomabile e anarchica della Vita.
La Forma è il teatro stesso, che – dichiara Pippo nelle note di regia – «spesso sento un luogo diventato troppo polveroso, finto, morto. La menzogna accettata della rappresentazione teatrale»; e contro questa Forma si levano, giusto, le «grida» impavide di una Vita che è, sì, il susseguirsi di «confusi» momenti di disgregazione, ma è anche la vestale di una bellezza infinita.
Per questo la bellezza può essere anche Bobò, il microcefalo sordomuto che Pippo raccolse nel manicomio di Aversa, e il miracolo del suo corpo: un corpo glorioso perché, non potendo né comunicare né ricevere comunicazione, comunica soltanto sé stesso e, dunque, è al riparo da qualsiasi costrizione formale.
Sì, la bellezza evocata da Delbono è infinita proprio perché rifiuta di cristallizzarsi in una Forma, ma sceglie puntualmente di «suicidarsi» perché è l’unico modo per donarsi. E si capisce, allora, la metafora incarnata dall’orchidea: «è il fiore più bello», dice Pippo, e in pari tempo «il più malvagio, perché non riconosci quello che è vero da quello che è finto».
Tutto si tiene, perciò, in questo spettacolo straordinario, tanto duro e impietoso quanto dolce e misericordioso. E l’ossimoro, ovviamente, si traduce nello scarto inesausto determinato, appunto, tra la formalizzazione estrema e l’evasione immemore: vedi, da un lato, la citazione del melodramma come forma chiusa per eccellenza (il «Nerone» di Mascagni) e dello Shakespeare più proverbiale («Romeo e Giulietta» e «Amleto») e, dall’altro, il frequente abbandonarsi degli interpreti a una danza lieve e giocosa. Mentre, a sua volta, il parallelo scarto tra la finzione e la verità si manifesta, poniamo, con il ricorso al playback da un lato e, dall’altro, con le immagini strazianti dell’agonia della madre di Pippo tratte dal suo film «Sangue».
Del resto, non è un caso nemmeno che un ruolo decisivo svolgano, in «Orchidee», la musica e il canto di Enzo Avitabile: ce ne rendiamo conto quando, in uno dei sottofinali, gl’incomparabili attori di Delbono trasferiscono una delle loro danze in platea, sull’onda di un brano che cita e contestualmente frantuma una forma tra le più acclarate della tradizione campana, il tempo battuto in uno della tammurriata.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 26 marzo 2015)

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