Nel «corpo» del genocidio armeno, fra gli Usa e Istanbul

Da sinistra, Monica Bauco, Marcella Ermini, Serra Yilmaz ed Elisa Vitiello in un momento de «La bastarda di Istanbul», in scena alla Sala Umberto di Roma (le foto dello spettacolo sono di Enrico Gallina)

Da sinistra, Monica Bauco, Marcella Ermini, Serra Yilmaz ed Elisa Vitiello
in un momento de «La bastarda di Istanbul», in scena alla Sala Umberto di Roma
(le foto dello spettacolo sono di Enrico Gallina)

ROMA – Domenica 4, sulla copertina di «Robinson», il tema centrale affrontato in quel numero dell’inserto culturale de «la Repubblica» veniva annunciato con la frase: «Parliamo sempre più attraverso il corpo: è questa la nostra vera anima?». E si tratta dell’interrogativo a cui aveva già risposto Elif Shafak, una delle maggiori scrittrici turche, con il romanzo «La bastarda di Istanbul», campione di vendite in tutto il mondo, tradotto in oltre trenta lingue e adesso portato in scena alla Sala Umberto di Roma da Pupi e Fresedde, nella riduzione e per la regia di Angelo Savelli.
Detto in breve, il romanzo scende nell’autentico buco nero che resta dolorosamente aperto nella coscienza turca: il genocidio e la diaspora degli armeni. Ed è, dalla prima all’ultima pagina, come un vortice inesausto che mescola storia, generazioni, vite individuali, genealogie di gatti, leggende, magie, sogni, divinazioni, bevute, incubi, religioni, amori, violenze efferate, tenerezze infinite, rancori sanguinosi, abbracci languidi, fughe, legami, tradimenti, incontri e perdite, risate e lacrime. Ma, ecco il pregio non comune de «La bastarda di Istanbul», questo vortice non tocca il tema predetto, il genocidio e la diaspora degli armeni, sul piano delle analisi riferite in astratto allo scontro fra razze e ideologie o all’ambito socio-politico, bensì, per l’appunto, sulla base dell’affermarsi totalizzante del corpo, e della fisicità in genere, in quanto certezza unica e immutabile.
In altri termini, la risposta di Elif Shafak all’interrogativo posto da «Robinson» consiste nell’affermazione che tutto parte dal corpo e al corpo ritorna. Tanto è vero che protagoniste del romanzo non sono entità collettive, identificabili come espressioni di popoli, ma due esistenze singole, giusto due corpi, identificabili soltanto attraverso i loro connotati specifici: Armanoush, diciannovenne di San Francisco che si reca ad Istanbul in cerca delle proprie radici armene, e la sua coetanea Asya, che ad Istanbul vive con la madre, tre zie, la nonna e la bisnonna.

Elif Shafak

Elif Shafak

Si sarà capito, però, che siamo di fronte alle due facce di una sola medaglia: dal momento che entrambe, la pacifica Armanoush e l’anarchica Asya, inseguono una loro identità precisa e completa, cioè un’identità che traduca in armonia spirituale e mentale il fatto che la prima è figlia di un armeno e di un’americana e la seconda conosce, giusto, la madre, ma non sa chi è il padre. E tale «inseguimento» si svolge, dall’inizio alla fine, proprio sulle strade comprese nella mappa disegnata dal corpo: a cominciare dalla passeggiata che le ragazze fanno alla ricerca della casa natale della nonna di Armanoush, quando, in pratica, comprano qualcosa («Mais dolce bollito, cozze ripiene, halvah di semolino e anche un grosso sacchetto di semi di girasole») da ogni ambulante che incrociano e «a ogni assaggio» si lanciano in un nuovo argomento di conversazione. Senza contare che la zia Feride esprime le mutazioni del suo stato psicologico cambiando pettinatura e colore dei capelli. E senza contare, soprattutto, che il mestiere della madre di Asya è quello della tatuatrice.
Del resto, Armanoush, constatando che la città è «un miscuglio di odori» che, quasi tutti, le ricordano un cibo, osserva che ha cominciato a percepire Istanbul «come qualcosa di commestibile». E nel solco di un ritualismo estremo e avvolgente, il corpo conosce il proprio trionfo con l’entrata in campo dell’ashure, il dolce turco che è «il simbolo della continuità e della stabilità, l’epitome dei tempi felici che seguono ogni bufera, non importa quanto terribile sia stata».
Infatti, è la preparazione dell’ashure che segna la festa per il ritorno a Istanbul di Mustafa, patrigno di Armanoush e zio di Asya. E una ciotola di ashure dà l’avvio alla serenità indotta dalla saggezza di saper dimenticare, quella ciotola di ashure avvelenata con il cianuro ch’è servita allo stesso Mustafa per uccidersi quando stava per essere scoperto il suo orribile segreto: che, cioè, violentò la sorella Zeliha e da quella violenza nacque Asya.
Non a caso, i diciotto capitoli del romanzo assumono come titoli gl’ingredienti per preparare l’ashure («Cannella», «Ceci», «Zucchero», «Nocciole tostate», «Vaniglia», «Pistacchi», «Grano», «Pinoli», «Scorze d’arancia», «Mandorle», «Albicocche secche», «Semi di melagrana», «Fichi secchi», «Acqua», «Uva passa», «Acqua di rose», «Riso») e il veleno («Cianuro di potassio») che all’ashure medesimo conferisce, sempre sul piano simbolico, il potere di sancire il compiersi del destino.

Da sinistra, Fiorella Sciarretta, Serra Yilmaz, Marcella Ermini e Monica Bauco in un altro momento de «La bastarda di Istanbul», in scena alla Sala Umberto di Roma

Da sinistra, Fiorella Sciarretta, Serra Yilmaz, Marcella Ermini e Monica Bauco
in un altro momento de «La bastarda di Istanbul», riduzione e regia di Angelo Savelli

Beninteso, tutto questo non impedisce che nel romanzo vengano citati con precisione gli eventi capitali della tragedia riguardante gli armeni. E per questo (per aver «denigrato l’identità nazionale turca») la Shafak ha dovuto subire un processo, fortunatamente conclusosi con l’assoluzione. Ma, ripeto, ciò che costituisce il merito de «La bastarda di Istanbul» sta nel drastico rifiuto di descrivere quella tragedia ricorrendo al filtro della mediazione intellettualistica. Ne fa fede, tanto per proporre solo un esempio, il sarcasmo feroce con cui l’autrice tratteggia i frequentatori abituali del Café Kundera: il Fumettaro Dipsomane, lo Sceneggiatore Non-nazionalista di Film Ultranazionalisti, il Cronista Mondano Criptogay e il Poeta Eccezionalmente Privo di Talento.
La conseguenza (e si tratta, forse, della più bella fra le straordinarie e straordinariamente significanti invenzioni di Elif Shafak) è che la sintesi dell’ossimoro di cui parliamo, la compresenza/divergenza di due etnie, viene affidata a un bambino che ancora gattona: le sue prime parole sono «padre» in turco e «madre» in armeno.
Ora, mi sembra di poter dire che, dal canto suo, Angelo Savelli ha onorato come meglio non avrebbe potuto l’impegno che s’è assunto quando la Shafak, per la prima volta in assoluto, ha concesso in esclusiva a Pupi e Fresedde i diritti per mettere in scena «La bastarda di Istanbul». Lo spettacolo risulta fondato su scelte di regia pertinenti e creative insieme: a partire dalla circostanza che gli attori non solo interpretano i loro rispettivi personaggi, ma anche, e soprattutto, li mostrano, proprio alla maniera brechtiana, facendosi carico pure dei passi in terza persona che a ciascuno di quei personaggi dedica il romanzo; e così, contemporaneamente, i personaggi stessi vengono ridimensionati, in quanto fantasmi letterari, ed esaltati, in quanto, giusto, destati a una vita nuova e trasformati in carne e sangue attraverso il corpo di chi li estrae (e, meglio, li libera) dalla pagina scritta in sé conclusa.
Per questo motivo (e con ciò dico di un pregio non minore dell’allestimento, la coerenza interna), Savelli, parallelamente, riduce i citati frequentatori abituali del Café Kundera a immagini di un video e alle loro voci registrate: cioè, gli toglie il corpo. E infine, per fare l’ultimo esempio, la scena della violenza carnale viene spostata in avanti, così che precede immediatamente il gesto di Mustafa che comincia a mangiare l’ashure avvelenato. Ancora una volta, la storia, ovvero lo scorrere del tempo, si annulla simbolicamente nella verità senza tempo del corpo, del corpo che vince proprio perché capace di scegliere, autonomamente, sinanche di cessare.
Non rimane, adesso, che citare tutti i bravissimi interpreti in campo: a cominciare da quella Serra Yilmaz che, qui nel ruolo della zia Banu, è lei stessa un simbolo, in quanto nata a Istanbul e attrice feticcio del connazionale e concittadino Ferzan Özpetek. E intorno a lei si muovono con efficacia non minore Marcella Ermini (Gülsüm), Fiorella Sciarretta (Cevriye), Valentina Chico (Zeliha), Riccardo Naldini (Mustafa), Diletta Oculisti (Asya), Elisa Vitiello (Armanoush) e, soprattutto, Monica Bauco, che, oltre a impersonare Feride, fa di Rose, la grassa moglie americana di Mustafa, un’oca giuliva veramente degna di figurare in un’ideale antologia delle caratterizzazioni satiriche. Ecco, insomma, un esempio eccellente di come si possa trasferire sul palcoscenico un testo letterario senza tradirlo e, contemporaneamente, senza tradire il teatro.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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