Quando la pedofilia è la paura della pedofilia

Monica Bauco e Giulio Maria Corso in un momento de «Il principio di Archimede», in scena al Teatro di Rifredi di Firenze (le foto dello spettacolo sono di Pino Le Pera)

Monica Bauco e Giulio Maria Corso in un momento de «Il principio di Archimede», in scena al Teatro di Rifredi
(le foto dello spettacolo sono di Pino Le Pera)

FIRENZE – Paura. È questa, oltre ogni dubbio, la parola-chiave de «Il principio di Archimede», l’atto unico del catalano Josep Maria Miró che la compagnia Pupi e Fresedde presenta al Teatro di Rifredi di Firenze in esclusiva per l’Italia. Infatti ricorre, in maniera emblematica, sia nella prima che nell’ultima scena.
Ma ecco, in breve, la trama. Durante un allenamento, Jordi, un giovane ed estroverso istruttore di nuoto, dà un bacio a uno dei bambini, che s’è messo a piangere perché spaventato dall’acqua. E da quel momento viene travolto da un implacabile vortice di diffidenza. Via via, in ciò aizzati dai soliti veleni dilaganti in rete, prendono a sospettare di lui un po’ tutti, e tutti per motivi evidenti: prima i genitori, già turbati da un caso di pedofilia verificatosi in una vicina ludoteca e rappresentati da David, un padre particolarmente autoritario e apprensivo, e poi Anna, la severa direttrice della piscina segnata dal suicidio (probabilmente a causa di un atto di bullismo) del figlio sedicenne, ed Hector, un collega di Jordi riservato e conformista.
In merito a questa situazione, le sette scene di cui è composto «Il principio di Archimede» non si svolgono secondo una progressione naturale, ma nel disordine di continui salti avanti e indietro. E tanto, s’intende, non solo richiama il carattere dell’informazione diffusa dai media e, appunto, dai social network, ma serve, anche e soprattutto, a tenere sempre sul chi vive lo spettatore, impedendogli una visione tranquilla e, così, spronandolo a riflettere, costruendosi una propria, personale interpretazione della vicenda che gli viene narrata.
Però, giusto quel che ho accennato in apertura, il pregio decisivo del testo di Miró – salutato da grandi consensi in ogni parte del mondo, dagli Stati Uniti alla Croazia, dall’Inghilterra al Brasile, dalla Grecia alla Russia, dalla Francia alla Germania e alla Turchia – sta nel fatto che porta in scena non la pedofilia, bensì la paura della pedofilia: e più esattamente, la paura che certi sentimenti e certi comportamenti, in altri tempi considerati perfettamente normali e innocui, possano essere accolti come segnali di una pericolosa devianza.

Josep Maria Miró

Josep Maria Miró

Lo dice chiaramente Anna. Dopo aver raccontato del suo lavoro come tutor dei gruppi giovanili chiamati «gruppi progresso» e di quando andava al fiume e faceva il bagno nuda insieme con i ragazzi, commenta: «Tutto questo oggi sarebbe impensabile… Oggi ci sono cose anche più inoffensive di quelle ma che a nessuno verrebbe in mente di fare. E se le facesse, gli cadrebbe una trave addosso. Insomma, per evitare problemi, evitiamo persino di restare da soli con un bambino».
Il cerchio del testo si chiude, perciò, in maniera inequivocabile: la paura, che nella prima scena Jordi insisteva ad attribuire al bambino che aveva baciato («Ha paura dell’acqua», «M’ha detto che ha paura dell’acqua», «Lui s’è messo a piangere e mi ha detto che aveva paura»), nell’ultima – quando prendono a sassate l’edificio della piscina non i genitori, ma gli stessi bambini («Dovreste vedere le loro facce. La rabbia e… in questo momento sarebbe impossibile farli ragionare», dice ancora Anna) – si trasferisce, immediata, allo stesso stesso Jordi.
Rivolto ad Anna e ad Hector, chiede smarrito: «Credete che io… veramente pensate… Se viene la polizia… Avete fiducia in me?». Ma nessuno dei due gli risponde. E Jordi, dopo aver aggiunto: «Perché non dite niente? Mi credete o no?», conclude con un fil di voce, dichiarando per l’appunto: «Ho paura». Mentre Anna, nel crescere d’intensità del rumore delle sassate contro le finestre, chiarisce: «L’abbiamo tutti. Siamo tutti spaventati».
In definitiva «Il principio di Archimede» ruota intorno a questo dilemma: vogliamo una società in cui, pur con il rischio di fratture dolorose e infamanti, siano ancora possibili rapporti fra gl’individui improntati alla sincerità e alla dolcezza, o una società ingessata, messa in sicurezza con criteri polizieschi ma privata di ogni slancio del cuore?

Da sinistra, Samuele Picchi e Giulio Maria Corso in un altro momento de «Il principio di Archimede»

Da sinistra, Samuele Picchi e Giulio Maria Corso in un altro momento de «Il principio di Archimede»

Si capisce, non è un dilemma da poco. E non è nemmeno un dilemma inedito. Ma Josep Maria Miró ha il merito di averlo riproposto, sia pure nei limiti di un testo breve, sulla base del tempestivo aggancio ai tanti drammi che circa il tema in questione c’impongono le cronache attuali. E la regia di Angelo Savelli ha a sua volta il merito di tradurre tutto questo in uno spettacolo nello stesso tempo severo, agile e, a tratti, persino divertente.
Tanto per cominciare, il pubblico non è al buio, ma – seduto su due gradinate contrapposte, nell’impianto scenografico di Federico Biancalani che fonde la piscina e lo spogliatoio degli istruttori di nuoto in cui si svolge l’azione – sta immerso in una luce lattiginosa che riproduce quella tipica dei luoghi in questione e nello stesso tempo rimanda all’«acquario» che imprigiona oggi la vita, immersa nella liquida e, perciò, sfuggevole consistenza indotta dai mille timori e dalle mille indecisioni che scandiscono il nostro rapporto malato con la realtà.
Poi (ed è, delle invenzioni di Savelli, quella significante in assoluto) fra l’uno e l’altro dei salti avanti e indietro di cui s’è detto sentiamo il rumore e i suoni inconfondibili del nastro di un registratore che si riavvolge. E così non solo viene sottolineata la caratteristica strutturale del testo, ma, specialmente, si rimarca la constatazione amara che nei tempi correnti ci tocca, giusto, non la realtà, bensì, di quella, soltanto qualche pallida traccia destinata a cancellarsi.
Inoltre, e con ciò faccio l’ultimo esempio a proposito di una regia quant’altre mai illuminata e illuminante, Savelli s’inventa un’irruzione finale di David nello spogliatoio squassato dal frastuono assordante dei vetri delle finestre mandati in frantumi dalle sassate. Ha in mano un bastone, David, e con quello fa per aggredire Jordi, Anna ed Hector. Ma subito lo lascia cadere, ha capito che lui e loro sono tutti nella stessa barca.
Ottima, infine, la prova degl’interpreti. Giulio Maria Corso (Jordi), Monica Bauco (Anna), Samuele Picchi (Hector) e Riccardo Naldini (David) riescono nella non facile impresa di riprendere puntualmente, lungo il susseguirsi dei salti avanti e indietro che spezzano di continuo la narrazione, lo stato psicologico in cui i loro rispettivi personaggi si trovavano nella scena precedente. E sul fragore di quei vetri infranti, mentre Anna ripete stancamente il suo disperato «Siamo tutti spaventati», scende la Serenata di Schubert. Come una carezza pietosa, come un lavacro purificatore.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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