Adonis, «Concerto per il Cristo velato»

Il Cristo Velato del Sanmartino

Il Cristo Velato del Sanmartino

Se è vero che Napoli incarna un rapporto fecondo fra culture diverse e realizza l’intreccio dei linguaggi artistici che s’inseguono tra le opposte sponde del Mediterraneo, non poteva darsi evento più significativo del «Concerto per il Cristo velato» che avrà luogo martedì prossimo, 25 marzo, nella Cappella Sansevero: perché la musica del trio jazz di Francesco D’Errico e la voce di Fawzi Al Delmi accompagneranno Adonis che interpreterà un suo testo, appunto «Il Cristo velato», che nel 2008 aprì nel Piccolo Arsenale di Venezia il programma della Biennale Teatro diretta da Maurizio Scaparro.
L’evento è significativo non solo per un motivo contingente (il fatto che Adonis scrisse quel testo, il 18 febbraio del 2002, nell’aeroporto di Capodichino, al termine di un breve soggiorno fra le luci e le ombre, gl’incanti e le fughe di Napoli), ma proprio in dipendenza della personalità dell’autore, che rimanda direttamente a quanto dicevo in apertura.
All’anagrafe si chiama Ali Ahmad Said Isbir, ma il siriano che oggi, a 84 anni, è considerato il più grande poeta arabo vivente ha scelto un nome d’arte, giusto Adonis, che è quello di uno dei miti-simbolo della civiltà mediterranea. E negli anni Sessanta, insieme con l’iracheno Badr Shakir al-Sayyab e il palestinese Gabra Ibrahim Gabra, fondò il gruppo che, ancora simbolicamente, assunse il nome, Tammuz, della divinità della fertilità babilonese.

Adonis

Adonis

Del resto, non è un caso nemmeno che Adonis abbia scritto per il Napoli Teatro Festival Italia del 2009 un testo intitolato «Alberi adagiati sulla luce». Quando a Venezia gli chiesi quale sia il ruolo della poesia, mi rispose con una considerazione precisa: «La poesia continua a creare una nuova immagine del mondo, più bella e più umana. Continua anche a creare dei nuovi rapporti fra le parole e le cose, per vivere meglio e meglio comprendere il mondo».
Pensando al coesistere, dentro Napoli, della bellezza e della violenza, chiesi anche, ad Adonis, come potesse determinarsi un simile ossimoro. E altrettanto precisa fu la sua seconda risposta: «È triste e disumano, certamente. Ma bisogna chiedere alla cultura della tecnologia cieca e ai vertici amministrativi come mai si sia arrivati a tanto. Si tratta di un problema universale, anche se è contro l’umanità».
Ma, per quanto riguarda specificamente la nostra città, rammentai che il personaggio del Poeta messo in scena da Adonis dice: «Napoli, tu sei la domanda cui la vita stessa non può rispondere». E allora chiesi quale fosse quella domanda, e che cosa potesse dare quella risposta. Pareva di capire, infatti, che debba rispondere una vita diversa, rifondata. E Adonis fu ancora una volta netto: «La questione è come operare affinché questa perla possa continuare a esistere senza perdere la sua identità fatta di natura e di apertura all’umanità e alla bellezza. La risposta, dunque, è un invito ai napoletani affinché si diano tutti da fare perché Napoli resti un grande giardino simbolo dell’universale».
Un altro personaggio creato da Adonis, il Pittore, dichiara invece: «A Napoli disegno sempre il buio per meglio svelare la luce». E quando gli chiesi se fosse un monito contro i finti ottimisti che persistono a nascondere le verità scomode, il siriano cittadino del mondo mi disse guardandomi fisso: «È necessario criticare quella che è la realtà dominante. E contro la balbuzie della politica il cittadino deve ergersi a guardiano della verità, non essere soltanto uno strumento del potere. In altre parole, bisogna trasgredire la realtà per poterla vedere meglio e cambiarla». Adonis ha scritto, infatti: «Immagina, non sognare».

                                                                                                                                            Enrico Fiore

(«Il Mattino», 19 marzo 2014)

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