Quell’ipocrita col panciotto
e la giacca di cellophane

 

Marianella Bargilli, Geppy Gleijeses e Lello Arena in una scena de «L'uomo, la bestia e la virtù» (foto di Federico Riva)

Marianella Bargilli, Geppy Gleijeses e Lello Arena in una scena de «L’uomo, la bestia e la virtù» (foto di Federico Riva)

A proposito de «L’uomo, la bestia e la virtù» – ancora oggi al Delle Palme, in un allestimento prodotto dallo Stabile di Catania e dalla Gitiesse – giova ricordare che fu proprio Pirandello a definire «una tragedia annegata nella farsa» quei tre atti ricavati nel 1919 dalla novella «Richiamo all’obbligo». E al riguardo, la trama parla da sé.
Siamo di fronte al piano ordito dal professor Paolino (l’Uomo) per indurre il riottoso capitano Perella (la Bestia) ad accoppiarsi con la moglie (la Virtù): piano inteso a mascherare la colpa di una gravidanza frutto della relazione stabilitasi fra il Paolino e la Perella nell’assenza frequente – dovuta, in pari misura, ai suoi impegni di comandante di lungo corso e ad una seconda famiglia che s’è formata a Napoli – del di lei legittimo consorte. E si tratta, dunque, di un testo connotato da un’evidente e forte ambivalenza: poiché da un lato richiama ostentatamente i meccanismi della pochade di fine secolo e, dall’altro, mette in campo tutt’interi la tensione, il risentimento e le risonanze della più tipica parola pirandelliana.
Mi torna in mente quel che dice il protagonista de «La carriola», un’altra novella del Girgentino: «Chi vive, quando vive, non si vede (…). Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive più: la subisce, la trascina, come una cosa morta la trascina. Perché ogni forma è una morte». E che cos’è, il piano di Paolino, se non il tentativo d’imprigionare e imbalsamare in una forma l’inarrestabile fluire della vita?
Ebbene, Giuseppe Dipasquale, regista dello spettacolo in scena al Delle Palme, adotta rispetto a tutto questo l’atteggiamento del filologo: vedi, poniamo, il panciotto e la giacca di cellophane attribuiti a Paolino (giacché la didascalia pirandelliana recita: «Tutte le passioni, tutti i moti dell’animo traspajono in lui con una evidenza che avventa»); e vedi l’idea di far ripetere alla signora Perella l’ipocrita e cavilloso ragionamento con cui lo stesso Paolino giustifica il suo tentativo di accollare al capitano il figlio concepito da lui.
Fondatissimo, allora, risulta il grottesco che connota la rappresentazione come somma, per l’appunto, del tragico e del comico. E in questa dimensione si collocano le prove dei tre protagonisti: Geppy Gleijeses (Paolino), Lello Arena (il capitano Perella) e Marianella Bargilli (una signora Perella in veste di bambola meccanica truccata da geisha). A posto anche Renata Zamengo (Rosaria/Grazia), Mimmo Mignemi (il dottor Nino Pulejo/il signor Totò) e Vincenzo Leto (Nonò).

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 22 marzo 2015)

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2 risposte a Quell’ipocrita col panciotto
e la giacca di cellophane

  1. Enza Torino scrive:

    Mi sono recata al teatro Delle Palme con l’ansia di vedere andare in scena Pirandello, ahimé così poco rappresentato. Avevo già visto recitare Geppy Gleijeses e Lello Arena in occasioni diverse, in particolare il secondo era stato impeccabile in “Finale di partita” di Beckett. Sono rimasta estremamente delusa dalla povertà di dialoghi che invece ha contraddistinto questa messa in scena di Pirandello…..i dialoghi/monologhi pirandelliani sono stati ridotti a poche frasi di effetto per lasciare il posto a delle battute scontate e senza senso, delle quali neppure gli attori sembravano essere convinti. Ottima l’interpretazione della governante e del dottore.
    Enza Torino

  2. Enrico Fiore scrive:

    Egregia Signora,
    ospito il Suo farneticante intervento solo perché costituisce l’ennesima prova del livello a cui è precipitato certo pubblico teatrale di oggi: un livello connotato da un’ignoranza pari unicamente alla presunzione. Le faccio osservare che, nello spettacolo in questione, non c’erano neppure una parola, neppure un dialogo e neppure un monologo che non fossero di Pirandello. E dunque, le “battute scontate e senza senso” Lei le ha soltanto immaginate, forse perché distratta dal cellulare che con riprovevolissima maleducazione teneva acceso durante lo spettacolo come tanti altri spettatori del Suo stesso livello.
    Un solo consiglio, per concludere: cerchi, per l’avvenire, di prepararsi un po’, prima di andare a teatro. Per esempio, potrebbe esserLe d’aiuto leggere il testo che viene portato in scena. Questo, fra l’altro, servirebbe anche ad evitare a Lei la brutta figura di scrivere certe sciocchezze e a me, nella fattispecie, il fastidio di perdere tempo a leggerle.
    Enrico Fiore

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