Una donna a metà
in cerca di una V

 

Ambra Angiolini ne «La misteriosa scomparsa di W»

Ambra Angiolini ne «La misteriosa scomparsa di W»

Avevano tutti un nome che cominciava con la W quelli che sono via via scomparsi dalla vita del personaggio protagonista: il coniglietto Walter, il nonno Wilfredo, la compagna di scuola Wilma, il fidanzato Wolmer…
Insomma, alla donna chiamata V – quella che campeggia ne «La misteriosa scomparsa di W», il testo di Stefano Benni in scena al Nuovo per la regia di Giorgio Gallione – manca per l’appunto la doppia V: ossia l’unitarietà della persona, la quale ultima oggi risulta scissa in una realtà tanto tirannica quanto minimalistica e in una dimensione perennemente orientata verso la fuga nel paradosso e nell’iperbole surreali.
Bastano, ad illustrare e sottolineare questa scissione, i due passi che propongo qui di seguito. Il primo suona: «Sono stata con Wolmer 6 anni e 2 mesi. Abbiamo totalizzato 12.346 baci e 854 coiti con una media di orgasmi per lui del cento per cento, per me del sedici per cento, media complessiva, secondo lui, del cinquantanove per cento, che non è male»; ed ecco il secondo, riferito alla nascita mirabolante di V: «In quell’attimo, miracolo, per la gioia a tutti i presenti ricrebbero i capelli, a chi non li aveva, si indorarono a chi li aveva, e una suora cresimina si spogliò della sua palandrana rivelando un corpo stupendo, abbronzato, nato per l’amore».
In altri termini, e senza parere (voglio dire con scioltezza e, quindi, con efficacia maggiore), Benni affronta qui uno dei nodi principali e più drammatici del nostro vivere: la perdita dell’identità individuale, di un’identità che viene giorno dopo giorno sostituita – e, peggio, cancellata – da un nominalismo oscillante proprio fra la riduzione a pure entità numeriche della quotidianità e l’esilio in un grottesco immaginifico buffamente (se non ridicolmente) consolatorio.
Alla luce di tutto questo, per interpretare V occorreva un’attrice che fosse capace di essere, contemporaneamente, la metà in atto della stessa V e la sua metà potenziale, quella desiderata della seconda V. E se ci pensate, si tratta – per dirla in termini teatrali – della scena e della controscena.
Ebbene, al riguardo Ambra Angiolini è perfetta. Già scrissi, vedendola ne «I pugni in tasca» di Bellocchio, che le sue erano controscene da manuale. E adesso scrivo che sono da manuale anche le sue scene: nel doppio senso delle singole parti del testo e, proprio, del fare scena, ossia di dominare l’attenzione degli spettatori innestando in maniera convincente, sulle comiche peripezie private, l’eco delle tragedie del mondo e dei mali della società.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

(«Il Mattino», 21 marzo 2015)

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