Il delitto di mettere la vita fra parentesi

 

Glauco Mauri e Roberto Sturno in «Una pura formalità»

Glauco Mauri e Roberto Sturno in «Una pura formalità»

«È che perdo completamente la nozione del tempo quando lavoro. È proprio per questo che si lavora». Eccola, oltre ogni dubbio, la battuta-chiave di «Una pura formalità», la riscrittura teatrale dell’omonimo film di Giuseppe Tornatore che la Compagnia Mauri Sturno presenta al Bellini. E giova considerare che a pronunciarla è un personaggio dal nome straordinariamente allusivo, Onoff (ovvero acceso/spento), e che di professione fa lo scrittore.
Dunque, e tanto per accennare minimamente alla trama (un thriller che ben presto si rivelerà un falso, in quanto solo apparente), questo Onoff, celebre al punto d’essere considerato un maestro, viene accusato di un assassinio compiuto in un luogo imprecisato ai margini del bosco nel quale lui è stato trovato mentre correva sotto la pioggia. E imprecisata, del resto, rimane dall’inizio alla fine anche la vittima. Così come strano e indecifrabile appare il commissariato in cui Onoff viene condotto per essere interrogato: libri e faldoni carichi di polvere annosa, pareti coperte da scritte misteriose firmate solo col nome di battesimo o col soprannome e, specialmente, un orologio senza lancette.
Il tempo, quindi, si è fermato. E di conseguenza scopriamo che chi è stato ucciso è la memoria, che del tempo materializza il trascorrere. In altri termini, chi è stato ucciso, insieme con la memoria e il tempo con cui essa s’identifica, è puramente e semplicemente la vita. Quello strano e indecifrabile commissariato è la terra dei morti; e questa è la storia non di un delitto, ma di un suicidio. Il lavoro di Onoff è scrivere. E chi scrive non fa che mettere la propria vita fra parentesi, ossia, per l’appunto, suicidarsi.
Insomma, il testo, scritto da Glauco Mauri in piena autonomia rispetto alla sceneggiatura di Tornatore, affronta problemi non trascurabili. E il suo non comune pregio è che lo fa con una precisione non disgiunta dall’agilità: una precisione e un’agilità che, d’altronde, connotano anche la regia, firmata dallo stesso Mauri e che dosa con sapienza e gusto gl’ingredienti, appunto, della «suspense» e dell’indagine filosofica.
Superfluo, infine, sprecare parole sulla prova maiuscola che Mauri offre nel ruolo del commissario. E non da meno è Roberto Sturno in quello di Onoff. Per concludere, uno spettacolo da non perdere: anche perché – pensato e realizzato all’insegna dell’alto artigianato che ha distinto il teatro «all’antica italiana» – parla, ahinoi, di una tradizione prossima a scomparire.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

(«Il Mattino», 19 marzo 2015)

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