Huppert-Irons, un Premio Europa per il Teatro in nome di Pinter

 

Jeremy Irons e Isabelle Huppert durante la cerimonia di consegna del Premio Europa per il Teatro (le foto che illustrano l'articolo sono di Franco Bonfiglio)

Jeremy Irons e Isabelle Huppert durante la cerimonia di consegna del Premio Europa per il Teatro
(le foto che illustrano l’articolo sono di Franco Bonfiglio)

ROMA – In crisi d’idee, a corto di quattrini, castrato da disposizioni legislative tanto cervellotiche e ipocrite quanto inflessibili, il teatro d’oggi ha davvero poco di cui vantarsi. E si tratta di un poco che certissimamente non comprende la capacità di elaborare progetti, e d’individuare, di conseguenza, rotte precise e percorsi significativi. Si naviga a vista. Ma, in compenso, ci sono manifestazioni che basano il loro valore (e magari senza proporselo a priori) proprio sul progetto e sul percorso. E una fra queste è altrettanto certamente il Premio Europa per il Teatro.
Nel 2006 il Premio Europa per il Teatro, alla sua X edizione, fu assegnato ad Harold Pinter. E il grande drammaturgo inglese venne a ritirarlo personalmente, a Torino, in un teatro Carignano gremito che lo accolse con tutto il pubblico in piedi, unito in un applauso che non voleva finire. Pinter, molto malato, entrò sul palcoscenico sorretto dal bastone e da Alessandra Serra, la sua traduttrice italiana. Ma se muoveva passi incerti, fermissime parole disse al microfono: «Grazie molte. Sono commosso, felice, orgoglioso e onorato di ricevere questo premio che si richiama all’Europa unita. Ma vorrei arrivare al momento in cui l’Europa diventi unita nell’ergersi contro il potere – politico ed economico – degli Stati Uniti, come adesso sta facendo l’America Latina. Lottare per questo è un obbligo morale, io lo farò per tutto il resto della mia vita».
Subito dopo Jeremy Irons e i suoi bravissimi colleghi Charles Dance, Michael Gambon e Penelope Wilton animarono, per la regia di Alan Stanford, lo spettacolo-reading «Pinter’s plays, poetry & prose», prodotto dal Gate Theatre di Dublino. E splendido, di un rigore e di un’eleganza assoluti, apparve in particolare Irons: giacché gli toccava il compito più difficile, quello d’interpretare, di Pinter, i brani dichiaratamente politici. Nel merito, non potei esprimere elogio migliore del rilevare come, in effetti, Irons fosse stato davvero l’eco delle parole pronunciate pochi minuti prima da colui che l’anno precedente aveva ottenuto il Nobel per la letteratura.
Ebbene, il cerchio si è chiuso ieri sera all’Argentina: perché il XVI Premio Europa per il Teatro è stato assegnato, oltre che ad Isabelle Huppert, per l’appunto a Jeremy Irons; e i due – dopo una sorta di prologo dedicato ad alcune delle lettere che si scambiarono Maria Casarés e Albert Camus, lette dalla Huppert in francese e da Irons in inglese – hanno proposto in inglese una singolare (e insieme acuta e affascinante) interpretazione di «Ashes to ashes (Ceneri alle ceneri)», l’ultima commedia di Pinter.
Qual è il legame profondo con la sera torinese di undici anni fa, al di là della semplice coincidenza incarnata da Pinter? Sta nel fatto che in «Ceneri alle ceneri», uno dei testi pinteriani più forti, spasima la stessa tensione politica (e ovviamente uso l’aggettivo nel suo senso più alto) che ispirava le citate parole dette da Pinter al Carignano: penso, tanto per fare, al riguardo, un solo esempio, ai passi che alludono – e in modo terribile, proprio perché l’allusione s’attesta sul piano del non detto – alle deportazioni naziste, apparentate ai tour organizzati dalle agenzie di viaggio.

Un altro momento della cerimonia di consegna del Premio Europa per il Teatro, svoltasi all'Argentina di Roma

Un altro momento della cerimonia di consegna del Premio Europa per il Teatro, svoltasi all’Argentina di Roma

Ma «Ceneri alle ceneri» è anche il testo che ripropone per l’ennesima volta (e, se è possibile, con lucidità e pregnanza ancora maggiori) quelli che sono stati i due temi costanti nell’opera del drammaturgo inglese: da un lato il problema della comunicazione e, dall’altro, il perenne (e perennemente vano) tentativo di trovare un senso all’esistenza.
Infatti, abbiamo qui – chiusi nell’universo concentrazionario della solita stanza di Pinter – una moglie, Rebecca, che racconta di un suo misterioso passato, e un marito, Devlin, che ossessivamente la interroga su quei ricordi, soprattutto in merito a un non meno misterioso amante evocato dalla donna. E s’intende, allora, che le parole pronunciate dai due rappresentano – nella completa assenza di un’azione degna del nome – l’esatto corrispettivo di una vita ridotta al puro e semplice guardare: una vita imbalsamata e, nella migliore delle ipotesi, «onanistica».
Siamo, dunque, di fronte a una parola problematica, che costantemente e strenuamente rimanda all’altro da sé. E il pensiero – a chiudere ulteriormente il cerchio, stavolta dalla parte della grande attrice francese – corre subito alle letture con cui, nel luglio del 2002, Isabelle Huppert aprì a Siracusa la prima edizione dell’Ortigia Festival. Quelle letture vertevano su testi di Nathalie Sarraute, per l’esattezza «Tu non ti ami», «Infanzia», «Tropismi» e, per l’appunto, «L’uso della parola». Ed è quasi superfluo sottolineare quanto la scrittura della Sarraute sia vicina a quella di Pinter.
Sappiamo, infatti, che lo scopo della Sarraute – fra i principali esponenti del «nouveau roman» insieme con Robbe-Grillet e Butor – fu proprio quello di far emergere «la vita del di sotto» che spasima dietro le frasi vuote e convenzionali di cui s’ammanta «la vita del di sopra». E non è lo stesso scopo che perseguì Pinter, assumendo, nello scrivere per il teatro, un’identica lucidità e freddezza, da vera e propria analisi clinica?
Superfluo, infine, anche soffermarsi sulla straordinaria sapienza profusa da Isabelle Huppert e Jeremy Irons nella loro lettura drammatizzata di «Ceneri alle ceneri». Seduti su due poltrone affiancate, hanno sostituito all’assenza di movimento fisico nello spazio scenico quello interiore affidato a una fittissima trama di gesti appena accennati, quasi al ritmo del respiro. E un autentico colpo d’ala è arrivato sul finale, quando abbiamo sentito ripetersi nell’eco le battute di Rebecca. È l’esatta trasposizione del fatto che al termine, nel testo di Pinter, il «dialogo» fra Rebecca e Devlin cessa del tutto, e alla donna risponde, appunto, solo l’eco delle proprie frasi stanche e, ora più che mai, inutili.
Per la cronaca, poi, premi speciali sono stati assegnati a Wole Soyinka e a Dimitris Papaioannou, mentre una menzione speciale è andata a Fadhel Jaïbi e il XIV Premio Europa Realtà Teatrali ha visto sul podio Susanne Kennedy, Jernej Lorenci, Yael Ronen, Alessandro Sciarroni, Kirill Serebrennikov e il Theatre N099. Ma, per concludere, ripenso all’eco che ripeteva le ultime battute di Isabelle Huppert. Era la parola che, pur instabile, voleva durare, per chiamarci, comunque, all’impegno. E non dicevano la stessa cosa, i versi di Pinter sul nostro destino umano che Irons lesse nella sera torinese di undici anni fa? Li traduco a senso: «La morte ti toglierà tutto il miele. Ma proprio per questo è necessario non avvicinarsi a lei restando inattivi».

                                                                                                                                             Enrico Fiore

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