«La cantata dei pastori», il lungo viaggio dai gesuiti al cabaret

 

Peppe Barra e Rosalia Porcaro in un momento de «La cantata dei pastori» in scena al Politeama (le foto dello spettacolo sono di Fiorella Passante)

Peppe Barra e Rosalia Porcaro in un momento de «La cantata dei pastori» in scena al Politeama
(le foto dello spettacolo sono di Fiorella Passante)

NAPOLI – Mi ripeto per l’ennesima volta, e con il piacere e la convinzione di sempre. Partendo di nuovo da quello, fra i suoi «canti di festa», in cui Viviani ricordava le recite de «La cantata dei pastori» date un tempo al Mercadante dai popolani della Duchesca e del Lavinaio.
«Tutte artiste dilettante, / sfugature d’ ‘o quartiere: / masterasce, scarrecante, / gravunare, panettiere; / ‘ntusiasmate ‘e fa’ chest’arte / e p’asci’ dinto ‘a “Cantata”, / se pigliavano na parte / d’ ‘e bigliette d’ ‘a “serata”. / E purtavano chi ‘o pato, / chi nu frato cu ‘a mugliera, / chi na sora e ‘o nnammurato, / chi l’intera guagliunera»… E poi, alla fine, Don Raffaele osservava con amarezza: «E stu spasso mò è fernuto: / ce so’ gghiuto a na “Cantata”, / ma però me so’ addermuto, / aggio perzo na nuttata. / Senza cchiù chella curnice, / nun teneva cchiù sapore! / ‘A “Madonna” era n’attrice, / “Sarchiapone” era n’attore».
Anch’io sono andato, e appunto per l’ennesima volta, a una «Cantata»: quella, firmata da Peppe Barra e Paolo Memoli, che si dà al Politeama per la produzione artistica di Nunzio Areni e la regia (e l’interpretazione, nel ruolo di Razzullo) del primo. Però non mi sono addormentato e non ho perso una nottata. Perché, certo, Peppe Barra è un attore, e che attore; ma, altrettanto certamente, è un attore che costituisce, proprio al livello popolare, una naturale espressione del grande «rione» ch’è Napoli: costituisce, cioè, l’ultima e più significativa propaggine di quella Commedia dell’Arte la cui gloriosa lezione la fantasia e il sentimento del popolo accolsero nel rimaneggiare e «contaminare», attraverso i secoli, il testo originario dell’abate Perrucci.
Ecco, dunque, «Il Vero Lume tra l’Ombre, overo la spelonca arricchita per la Nascita del Verbo umanato» (come suona il titolo della sacra rappresentazione che il Perrucci, con lo pseudonimo «Dottor Casimiro Ruggiero Ugone», pubblicò nel 1698 presso Paci). Ed ecco, contemporaneamente, «La cantata dei pastori» (come suona il titolo che quella sacra rappresentazione assunse in seguito presso il pubblico).
Voglio dire, in breve, che lo spettacolo in scena al Politeama da un lato ripropone, con ammirevole scrupolo filologico, la superficie di quello ch’è un autentico modello del teatro epico-didascalico ideato e diffuso dai gesuiti nell’ambito della Controriforma cattolica (sicché pure qui vengono mescolati il simbolo e la quotidianità, il rito e la fiaba); e, dall’altro, innerva la recita con le forme e i ritmi discendenti giusto dalla Commedia dell’Arte, ossia proprio da quella commedia «all’improvviso» che il Perrucci intendeva combattere come volgare e peccaminosa.
Si capisce, poi, che su questa strada la recita medesima giunge a riempirsi di tutti gl’ingredienti e gli espedienti che la farsa e l’avanspettacolo partenopei hanno reso celebri: e quindi, giù con la stroppiatura delle parole, gli slittamenti di senso, i lazzi e i doppi sensi, alternativamente in chiave sessuale e in chiave coprolalica.

Il Razzullo di Peppe Barra

Il Razzullo di Peppe Barra

In altri termini, la lezione della Commedia dell’Arte si spinge sino alle forme del nostro incomparabile varietà. I personaggi di Razzullo e Sarchiapone ricreano, così, la coppia canonica formata dal comico e dalla «spalla»: e basta, a dire dei risultati, l’esempio di Razzullo che chiama il suo compare «scorza ‘e furmaggio rusecata ‘a ‘nu sorice ricchione» e di Sarchiapone che – esercitando la professione di barbiere – dichiara la propria legittima aspirazione a fare il «cantante a litro», ossia il cantante lirico d’osservanza rossiniana.
Lo vedete, si sfiorano i limiti del surreale. Ed è inutile sprecare parole circa la maestria irresistibile di Peppe Barra. Piuttosto, è il caso di ricordare che sono quarantatré anni che, ad intervalli più o meno regolari, Peppe porta in scena «La cantata dei pastori»: prima come coprotagonista, poi come mattatore al fianco di una mattatrice, sua madre Concetta, e infine come autore, regista e interprete insieme. È una storia che cominciò con la leggendaria edizione della «Cantata» allestita nel ’74, al San Ferdinando, da Roberto De Simone e dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare. L’edizione in cui – il ricordo serve a ribadire l’amore e la coerenza che hanno ispirato e ispirano il percorso di quanti a questa sacra rappresentazione si sono in varie epoche e a vario titolo dedicati – lo stesso Areni interpretava il ruolo di Benino. E insomma, non credo che «La cantata dei pastori» Peppe Barra la faccia (e il pubblico torni a vederla e io torni a scriverne) soltanto per devozione, come si dice.
Al riguardo debbo ripetere un’altra cosa, e soprattutto quella. Meriterebbe una medaglia, Peppe Barra. Perché, fra i teatranti napoletani, è rimasto l’unico che, con coraggio e costanza ammirevoli, incarni e riproponga la nostra tradizione scenica: intendo quella più antica, genuina e culturalmente fondata.

Il Sarchiapone di Rosalia Porcaro

Il Sarchiapone di Rosalia Porcaro

Non si tratta, dunque, di nostalgia o, per l’appunto, di semplice portato di una fede. Né si tratta di riattintare demagogicamente i muri, senza scampo corrosi dal tempo, di rituali e kermesse destituiti, ormai, di qualsiasi significato. Si tratta, invece, di proporre – come, giusto, nel caso de «La cantata dei pastori» – occasioni pregnanti per riflettere sui capisaldi decisivi del teatro napoletano: per riflettere, voglio dire, allo scopo di trarre dalla riflessione la spinta a reinventare in forme nuove (ma sempre giustificate e garantite da un legame indissolubile con la tradizione di cui sopra) la preziosa eredità che da quei capisaldi discende.
Le forme nuove son costituite, ora, dal fatto che, nel ruolo di Sarchiapone, affianca Peppe Barra una straordinaria Rosalia Porcaro. Il lungo viaggio della «Cantata» approda, così, perfino al cabaret. Ma, ripeto anche questo, nel cabaret di Rosalia prende corpo, dietro la comicità, un discorso che si colloca a pieno titolo nell’ambito della satira, insieme sociale, politica e di costume. E basta, in proposito, considerare il personaggio di «Veronica ‘int’ ‘e borze».
Le fatidiche «borze», ossia il risultato finale del suo lavoro (al nero), diventano – dopo aver preso il posto dell’intera fabbrica (clandestina) in cui quel lavoro si svolge – parte integrante del nome di battesimo dell’operaia. Si potrebbe immaginare un più esatto ed icastico richiamo al processo di reificazione dell’individuo indotto dal capitalismo? E si potrebbe immaginare una frecciata contro l’ipocrisia padronale più precisa e impietosa della definizione, «donatore di lavoro», affibbiata all’altrettanto fatidico «masto» di Veronica?
Con giustificato orgoglio, quindi, Rosalia Porcaro infila tra i lazzi del suo Sarchiapone la battuta a soggetto: «Io aggio fatto l’operaio: stevo ‘int’ ‘e borze». E tanto mi serve per dire che, con Rosalia, Sarchiapone smette di essere soltanto un archetipo o una funzione per diventare un vero e proprio personaggio.
Non è un risultato da poco. Sulle spalle di Rosalia Porcaro gravava la responsabilità di essere la prima donna a interpretare il ruolo di Sarchiapone dopo l’incommensurabile Concetta Barra. E lei – ciò che dimostra la sua intelligenza, al di là della bravura tecnica – ha saputo evitare lo scoglio senza lasciarsi prendere dalla tentazione d’imitare l’illustre modello, ma, per l’appunto, costruendo di Sarchiapone una reinvenzione del tutto autonoma.
Fra gli altri interpreti vanno citati – nel contesto funzionale delle musiche di Lino Cannavacciuolo, Paolo Del Vecchio e Luca Urciuolo (con l’inserimento de «La canzone di Razzullo» di Roberto De Simone), delle scene di Tonino Di Ronza, dei costumi di Annalisa Giacci e delle coreografie di Erminia Sticchi – almeno i veterani Patrizio Trampetti (Cidonio e il Diavolo Oste) e Maria Letizia Gorga (la Zingara e Gabriello), accanto a Enrico Vicinanza (Ruscellio) e Marco Bonadei (il Demonio). E ottima è la prestazione dell’orchestra, diretta con perizia e passione dallo stesso Urciuolo.
Gran successo alla «prima» di ieri sera, con il Politeama gremito. E così il discorso si chiude perfettamente. Il Politeama è stato, a Napoli, l’autentico tempio del teatro. E dunque non può restare chiuso, tornando in attività soltanto sporadicamente. Deve funzionare regolarmente, come regolarmente, giusto, viene riproposta «La cantata dei pastori».

                                                                                                                                             Enrico Fiore

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