Mirandolina ad Arcore, tra un Cavaliere, due escort e Feydeau

La foto ufficiale (è di Fiorenzo Niccoli) dello spettacolo «Locandiera B&B», con Laura Morante in primo piano

La foto ufficiale (è di Fiorenzo Niccoli) dello spettacolo «Locandiera B&B», con Laura Morante in primo piano

NAPOLI – Avvertenza per l’uso: a parte i riferimenti dichiaratissimi contenuti nel titolo e nei nomi attribuiti ai personaggi (giuste le equazioni Mira/Mirandolina, Brizio/Fabrizio, Riva/Cavaliere di Ripafratta, Albi/Conte d’Albafiorita, Poli/Marchese di Forlipopoli, Deja/Dejanira e Orte/Ortensia), «Locandiera B&B» – il testo di Edoardo Erba che Nuovo Teatro presenta al Diana in un allestimento diretto da Robertò Andò – non c’entra nulla con il capolavoro goldoniano.
Detta in breve, di quella commedia, perfetta quant’altre mai, non ha né la forma (l’eleganza straniante del ritmo ternario conferito alle battute capitali, come quella che Mirandolina rivolge a Fabrizio nell’ultima scena: «[…] non dubitare di me, ti amerò sempre, sarai l’anima mia»), né il contenuto (la sostanza ideologica che fa di Mirandolina il personaggio-simbolo della nuova classe in ascesa, la borghesia mercantile). Sicché finisce per tradursi in una promessa disattesa il sottotitolo («uno studio sulla Locandiera di Carlo Goldoni») apposto da Erba al suo copione.
Piuttosto, siamo di fronte a un gioco leggero che oscilla fra il thriller a buon mercato e il facile ricalco delle situazioni e dei meccanismi cari a Feydeau, segnatamente quelli proverbiali che si determinano ne «L’albergo del libero scambio». Infatti, ci si presenta una Mira («cinquant’anni, ancora molto bella», recita la didascalia dell’autore) che sovrintende – nel salone di una villa di campagna antica, in procinto di diventare, per l’appunto, un B&B – a una strana cena organizzata dal marito Rando (il quale, però, è assente) per degli altrettanto strani uomini d’affari, accompagnati da due fraschette che si qualificano come attrici ma sembrano, a tutti gli effetti, delle escort; e mentre Albi dice: «Qui si trattano affari. Cose di un certo peso. Con un certo grado di rischio», prende poi corpo, al piano superiore, tutto un aprirsi e chiudersi di porte con annessi amanti potenziali e morto ammazzato nel finale.
Appare indubitabile (c’è un Cavaliere, ci sono le escort…) l’allusione alla famosa Villa San Martino di Arcore. Ma Erba non va oltre, non si spinge, come sarebbe stato auspicabile, sul terreno della satira politica. Si accontenta di fornire al pubblico un intrattenimento innocuo, a base, tanto per fare solo un esempio, di slittamenti di senso come quello che accoppia la descrizione da parte di Mira dello stufato che tanto impegno le ha richiesto e lo sbuffo di Deja «Io mi sono stufata».
D’altra parte, risultano buttati là, senza che il testo li sviluppi sul piano dell’aggancio con l’attualità, pure gli spunti materializzati da una battuta dello stesso Albi («Io faccio affari con Mosca») e, specialmente, da quella di Poli, che parla di «assestamenti finanziari, soldi da rimettere in circolo» con evidente riferimento al riciclaggio di danaro sporco.
Dal canto suo, la regia di Andò non sembra preoccuparsi d’altro che di ammannire agli spettatori, con i suddetti ingredienti, un piatto che (chiedo venia per la battutaccia, ma risulta proprio obbligata) non stufi troppo. E per quanto riguarda gl’interpreti, si può dire di Laura Morante che, nei panni di Mira, fa Laura Morante. E non solo nel senso che, nata a Grosseto, adotta la parlata toscana che le è congeniale, ma anche perché si limita a offrire la sua professionalità senza dannarsi l’anima: dal momento che, evidentemente, al produttore dello spettacolo interessava soprattutto che lei, con il proprio nome, facesse da richiamo. Tanto è vero che l’unica fotografia autorizzata dal produttore medesimo è quella che pubblico: con la Morante nella classica posa del testimonial e tutta la compagnia schierata alle sue spalle.
Fra gli altri, Danilo Nigrelli (Riva) e Vincenzo Ferrera (Brizio). E alla «prima» si son contate appena tre o quattro risate con annessi striminziti applausi. Di cortesia, più che altro.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

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