Le «ombre» di Scaldati, un Genet trapiantato nella Kalsa

 

Da sinistra, Enzo Vetrano e Stefano Randisi in un momento di «Ombre folli» di Franco Scaldati (le foto dello spettacolo sono di Tommaso Le Pera)

Da sinistra, Enzo Vetrano e Stefano Randisi in un momento di «Ombre folli» di Franco Scaldati
(le foto dello spettacolo sono di Tommaso Le Pera)

ROMA – Immaginate un Genet trapiantato nella Kalsa, il quartiere arabo di Palermo che incastra nel nero dei vicoli la luce dell’Annunciata. È questo che ho immaginato io mentre, all’India, assistevo a «Ombre folli», l’atto unico di Franco Scaldati presentato dal Teatro di Roma, dalla Cooperativa Le Tre Corde e dalla Compagnia Vetrano-Randisi come primo momento (l’altro, dal 21 al 26, sarà costituito da «Totò e Vicé») di una «dedica» a quello straordinario drammaturgo, che di Palermo fu la voce poetica e l’anarchico respiro.
C’imbattiamo in due personaggi: il primo coltiva in segreto la passione di travestirsi, truccarsi e andare in strada a far pompini, pratica, dice orgoglioso, in cui è maestro; e il secondo, che asserisce d’amare l’altro come un figlio, lo chiude in casa a chiave, mettendo le sbarre alle finestre, per redimerlo e costringerlo a una vita «normale» intessuta di pasta e televisione la sera. Anche perché il primo, quando viene riconosciuto da qualcuno, al termine del pompino (o del coito) lo ammazza, sfondandogli le budella con un cacciavite.
Ben presto, però, ci accorgiamo che – come spesso accade con le coppie messe in campo da Scaldati – i due personaggi in questione sono le facce di una stessa medaglia, e funzionano quali specchi l’uno dell’altro. Infatti, non si può fare a meno di riconoscere, nel secondo, né più né meno che la voce della paura scontata dal travestito: «Ma ‘o scant’è fojrti; s’o quartieri venn’a canuscenz’e stu segretu, iu sugnu cunsumatu p’intera vita». Ed ecco, allora, il primo parallelo con Genet, quello che attiene a un’omosessualità che nasce e si consuma all’interno di una solitudine ontologica.

Franco Scaldati

Franco Scaldati

Del resto, qui Genet è presente anche nella configurazione ritualistica che assumono le uccisioni di cui sopra: «[…] i cojrp’assistimava nuri, ch’i manu supr’o pettu, ‘n cruci… e i ‘ncorniciav’e ciuri». E l’importanza decisiva di questa configurazione ritualistica basta a dimostrarla la battuta: «[…] coloram’a minchia cu sti labbra russi; famm’un pumpinu». Il rituale, per l’appunto, è più importante dell’atto in sé: viene prima il trucco del pene e poi la fellatio.
Si capisce, dunque, che tutto questo allontana il plot dalla realtà e lo colloca nella dimensione del delirio. Ne sono testimonianza inequivocabile battute come: «iu gridu m’on sent’u me gridu» e «iu […] vaju pi’ tuccarim’e… ‘un toccu nienti». E se non c’è il corpo, che rappresenta giusto la realtà («… unn’è u me cojrpu?»), che cosa resta? «Restano unicamenti i me pensieri esangui», recita un’altra battuta fondamentale. Che anticipa quella tematica, la vera e propria battuta-chiave: «Sulament’ ‘i me pjnser’ iu sugnu».
Ecco perché Scaldati definisce «ombre folli» questi suoi due personaggi. Con una logica conseguenza: «pjnser’è a parola: ‘un si cancella… Su spjrdi ca accumparinu ‘o biancu ‘a pagina», sono spiriti che appaiono sul bianco della pagina. E così, con un volo rapinoso, ci ritroviamo abbracciati a Don Chisciotte nel sogno della scrittura come risarcimento sulla vita e della letteratura come mezzo per chiamare le cose e, dunque, far esistere il mondo.
«Iu ‘un esistu, iu ‘un esistu… sugnu ‘n’ummra (appunto un’ombra, n.d.r.) creata; sugnu ‘n’ummra creata cu i paruoli… cu i pjnseri», precisa ancora il travestito. Ed è inutile aggiungere che lo strumento adoperato per creare queste «ombre» è il particolarissimo e oltremodo significante dialetto palermitano di cui ho fornito qualche esempio: un dialetto duro e sonante insieme, che – mentre si piega alla descrizione minuziosa e persino brutale dell’amplesso fra uomini («…t’a mettu ‘ncul’e ti fazz’ ‘u pien’i sburru») – trova poi quiete in aeree rime interne («un giarnu spettru è a vitrata ‘o tettu», uno spettro pallido è la vetrata del tetto) e in tenerissime visioni di pace («…Pareva ca dha nott’ u cielo avissi misu ‘nvinnit’e so’ stiddhi», pareva che quella notte il cielo avesse messo in vendita le sue stelle).
È proprio, come dicevo all’inizio, il quadro di Antonello da Messina incastrato nei neri vicoli della Kalsa. E alla fine, insomma, «Ombre folli» ci si rivela come un canto fraterno e indomito all’ossimoro disperante e consolante che è la vita. «L’occhi pejrs’ o cielu e a minchia ‘n mucca…». E non si potrebbe, davvero, immaginare per un siffatto connubio di spirito e carne una regia più adatta (e gelida e colloquiale insieme) di quella disegnata da Enzo Vetrano e Stefano Randisi.

Un altro momento dello spettacolo, in scena all'India, presentato dal Teatro di Roma, fino a domenica

Un altro momento dello spettacolo, in scena all’India, presentato dal Teatro di Roma, fino a domenica

Entrando in sala, il pubblico trova il «sequestratore» che batte a macchina seduto a un tavolino. Dice in dialetto quello che sta scrivendo mentre sul fondale ne viene proiettata la traduzione in italiano. E la sequenza significa due cose fondamentali: dichiara subito che, per l’appunto, è la scrittura che farà esistere ciò che vedremo; e, poi, che il trasferimento del testo sul palcoscenico rappresenta comunque una formalizzazione e, quindi, una contrazione e una prevaricazione insieme.
Ma si va ancora oltre. A turno, ciascuno degl’interpreti prende a dire le proprie battute in dialetto mentre l’altro le ripete in italiano. E anche qui vengono trasmesse, insieme, due acquisizioni concettuali determinanti: da un lato quell’effetto d’eco ci ricorda di nuovo Genet, sotto specie dell’osservazione decisiva di Sartre, che spesso cito, a proposito de «Le serve»: «[…] ognuna delle due cameriere non ha altra funzione che di essere l’altra, di essere, per l’altra, se stessa come altra: invece che l’unità della coscienza sia perpetuamente ossessionata da una dualità fantasma, è al contrario la diade delle cameriere che è ossessionata da un fantasma di unità: ciascuna di esse non vede nell’altra che se stessa distante da sé»; e dall’altro lato ci viene ribadito che siamo di fronte, per l’ennesima volta, alla lotta infinita che la naturalità e l’innocenza ingaggiano con l’ufficialità e il calcolo.
Alla fine, non a caso, sarà il «sequestratore» che metterà sulla testa del travestito la parrucca rossa con la quale lui va a battere. E non sto a sprecare parole sulla perfetta prova d’attore di Enzo Vetrano e Stefano Randisi. Trasformano quei due personaggi in un emblema del nostro smarrimento e, pure, della nostra inesausta voglia di continuare. Mi torna in mente, al riguardo, un altro passo che cito spesso, quello di Cendrars: «Solo un’anima piena di disperazione può raggiungere la serenità, e per essere disperati, bisogna aver molto amato il mondo, e continuare ad amarlo».
La serena disperazione è il gelato che al termine Enzo e Stefano mangiano insieme. E mentre loro due ripiombano nel buio, sulla destra si riaccende la luce, una luce tenue come una carezza, sul tavolino con la macchina per scrivere. Si sente Johnny Dorelli che canta «Bugiardo e incosciente». E poi più nulla, solo il ticchettìo della macchina per scrivere. Non abbiamo visto uno spettacolo, siamo entrati per un momento nella mente di Franco Scaldati. Ci ha lasciato quattro anni fa, ma continua a vivere in atti d’amore come questo.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

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