La piccola lince che va via sola e comincia a imparare le cose

Un momento di «Le bruit des arbres qui tombent» di Nathalie Béasse, presentato alla Biennale Teatro

Un momento di «Le bruit des arbres qui tombent» di Nathalie Béasse, presentato alla Biennale Teatro

VENEZIA – Niente da dire, Nathalie Béasse è davvero una maestra nell’arte (perché d’arte si tratta) della sottolineatura per contrasto. Basta a dimostrarlo l’attacco di «Le bruit des arbres qui tombent (Il rumore degli alberi che cadono)», lo spettacolo con cui ha aperto al Piccolo Arsenale la sua «personale» nell’ambito della quarantacinquesima edizione del Festival Internazionale del Teatro promosso dalla Biennale di Venezia.
Sembra che ci si voglia raccontare una favola, e infatti il testo comincia con il proverbiale «c’era una volta». Ma nel racconto – quello di una famiglia che abitava in una grande casa, che mangiava allo stesso tavolo, che si riuniva attorno allo stesso fuoco – s’insinuano a poco a poco particolari, sempre più inquietanti, che sono esattamente l’opposto della situazione idilliaca in precedenza (e all’apparenza) delineata.
Scopriamo, così, che i componenti di quella famiglia non mangiavano tutti i giorni dell’anno allo stesso tavolo perché si volevano bene, ma perché «erano costretti a non abbandonarsi»; e ciò che li costringeva a non abbandonarsi era la povertà, giacché, fra loro, «c’erano quelli che lavoravano di più e quelli che non facevano granché», «i vecchi che non riflettevano prima di parlare» e «i giovani che non parlavano volentieri». Di guisa che, se un sogno poteva per ipotesi affacciarsi in quell’esistenza immobile, era solo il sogno «di trovare un modo per lasciarsi per sempre».

Nathalie Béasse

Nathalie Béasse

Eccola, dunque, la sottolineatura per contrasto: lo stare strettamente, inscindibilmente e, soprattutto, coartatamente insieme significa la solitudine insuperabile e immedicabile a cui ci condanna la vita. Poiché della vita parla in effetti il testo della Béasse, della vita in tutta la sua potenza e impassibilità e incomprensibilità. E tanto a partire già dal titolo.
Quali sono gli alberi che cadono? Non lo sappiamo, così come non sappiamo perché cadono. In proposito, mi tornano ancora una volta in mente due passi decisivi de «I turbamenti del giovane Törless» di Musil: «Le cose, accadono; ecco tutta la saggezza» e «[…] tra la vita che si vive e la vita che si sente, che s’intuisce, che si vede di lontano, è una frontiera invisibile; la porta stretta in cui le immagini degli avvenimenti debbono infilarsi, per passare nell’uomo».
Appunto, la caduta di certi alberi ci si manifesta unicamente sotto specie del rumore provocato da quella caduta. Ed è quel rumore la «frontiera invisibile» e la «porta stretta» di cui parla Musil.
Ai componenti della famiglia di cui racconta la Béasse accade, poi, ciò che, nella nostra personale «favola», accade a tutti noi: «i loro sogni li avevano condotti in un’ombra così antica che sono inciampati nella luce. Una mattina il sole si è alzato ma sui loro cadaveri, e non c’è stato più nulla da vedere. La casa si è richiusa. Non vedremo più i loro sguardi riuniti intorno allo stesso fuoco».
Constatiamo, dunque, che il testo dell’autrice e regista di Angers rivela, insieme, una notevole forza concettuale e un’alta caratura poetica. E quando, a proposito di quella casa che «si è richiusa», dice: «Resto solo io a saperlo ancora», la Béasse sembra proprio voler ergersi, come fanno per l’appunto i poeti, contro il culto dell’oblio denunciato ne «La marcia di Radetzky» da Joseph Roth: «Tutto ciò che una volta era esistito, aveva lasciato la sua traccia: e allora si viveva di ricordi come oggi si vive della facilità di dimenticare alla svelta e per sempre».

Estelle Delcambre in un'altra scena

Estelle Delcambre
in un’altra scena

Così, Nathalie Béasse chiude con un lunghissimo elenco delle tappe genealogiche scandite nella Bibbia, da Abramo che generò Isacco a Giacobbe che generò Giuseppe. E dopo aver evocato care presenze del tempo remoto, Klut e Rose, ci saluta con un’altra favola, quella di una piccola lince che, avendo perso la sua famiglia, se ne va via da sola e comincia a imparare le cose: impara a conoscere il suo volto vedendolo riflesso in un lago, impara, per l’appunto, a ricordare pensando ai genitori, impara a conoscere le lacrime avendo trovato un uccello congelato che non si muoveva. Commenta Nathalie a proposito della piccola lince: «Conosco la sua storia, quello che ha imparato. Lo so. Ve lo dico. Tutte queste cose… Io piango quando le dico».
Da tutto questo deriva, e non poteva essere diversamente, uno spettacolo fondato sulla mutevolezza, e che la Béasse governa, in quanto regista, con mano ferma e nello stesso tempo carezzevole. E di tanto costituisce un annuncio e una sintesi l’inequivocabile, e bellissima, sequenza iniziale: in cui i quattro interpreti manovrano mediante funi un enorme telo di plastica nera che diventa di volta in volta (pure nascondendo o svelando le fonti di luce sul palcoscenico) notte, giorno, cielo, mare, tempesta, tronco d’albero secolare, muro e, naturalmente, sipario interno. E poi i quattro passano dalla rigorosissima precisione con cui manovrano quel telo a una danza lieve e svagata: che, però, è anche un esercizio ginnico e dunque anch’essa si volge al rigore.
Sotto tale profilo, non meno emblematica si rivela, del resto, l’altra sequenza in cui uno degl’interpreti, rimasto solo davanti a quel sipario interno, si disegna sul petto un cuore (il sentimento) che trasforma in rapida successione prima in un bersaglio (il progetto) e quindi in un’indistinta macchia nera (la disillusione). Dopo di che il sipario gli crolla addosso (la denuncia del teatro in quanto rappresentazione) e, quando si risolleva, ci mostra altri attori che strisciano sulla parete di fondo come gechi (la denuncia del teatro in quanto delirio d’onnipotenza). E ancora, all’attore «vestito» da albero corrisponde l’attore che viene piantato come se fosse un albero nel terreno piovuto dall’alto.
Sì, è la strenua e costante tensione verso la fisicità l’altra caratteristica decisiva dello spettacolo. Infatti, mentre un attore snocciola le bibliche tappe genealogiche di cui sopra, ce n’è un secondo che con un secchio gli versa dell’acqua addosso. È l’annullamento della presunzione ideologica nell’innocenza della vita che scorre. E lo stesso concetto trasmette la sequenza, anch’essa bellissima, in cui i ricordi (si allude adesso a quelli che diventano sterile nostalgia) vengono identificati con i vecchi indumenti gettati alla rinfusa per aria e poi, tutti insieme, caricati sull’attrice in campo: che, così, non vede più niente e non sa dove andare.
Non mi resta, a questo punto, che elogiare senza riserve i quattro interpreti: Estelle Delcambre, Karim Fatihi, Érik Gerken e Clément Goupille. Hanno lo stesso impeto e la stessa leggerezza del testo e della regia.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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