Talk-show sulla rabbia fra terroristi, migranti e patrioti

Un momento di «The rage», lo spettacolo di Maja Kleczewska che ha aperto la Biennale Teatro (le foto che riguardano la messinscena sono di Natalia Kabnow)

Un momento di «The rage», lo spettacolo di Maja Kleczewska che ha aperto la Biennale Teatro
(le foto che riguardano la messinscena sono di Natalia Kabnow)

VENEZIA – «Ladies first!». Questo il motto che Antonio Latella pone in chiusura della nota con cui si presenta nelle vesti di nuovo direttore del settore teatro della Biennale di Venezia. E infatti la quarantacinquesima edizione (intitolata «Atto primo: regista») del Festival Internazionale del Teatro, promosso per l’appunto dalla Biennale, è tutta al femminile: perché, dice Latella, «nelle registe donne è più facile, anche in un breve tempo, intravvedere la nascita, o meglio l’evoluzione dei linguaggi».
Ma la cosa più importante, aggiunge Latella, è «la possibilità di tentare di segnalare o seguire un processo artistico, capace di condurci in quella zona di mistero che ci avvicina alla creazione di nuovi linguaggi». Ed è per questo, per dar conto dei loro percorsi, che si è offerta a ciascuna delle registe ospiti una sorta di piccola «personale». Nathalie Béasse, per esempio, porta a Venezia ben quattro spettacoli, «Le bruit des arbres qui tombent», «Roses», «Tout semblait immobile» e «Happy child».

Elfriede Jelinek

Elfriede Jelinek

Ebbene, di tutto questo non poteva darsi una dimostrazione più esaustiva dello spettacolo inaugurale: «The rage (La rabbia)», un testo di Elfriede Jelinek messo in scena al Piccolo Arsenale dalla polacca quarantatreenne Maja Kleczewska, insignita del Leone d’Argento. Poiché il concetto decisivo di percorso su cui intelligentemente punta Latella s’invera, nella circostanza, già per mezzo del titolo originale del testo in questione, che consiste nella parola tedesca «Wut». Una parola che accoglie vari significati in progressione: rabbia, smania, passione, violenza e, infine, pazzia.
Del resto, la Jelinek, Premio Nobel per la letteratura nel 2004, rappresenta il cuore pulsante della drammaturgia europea volta a indagare i più brucianti drammi del presente con costanza e coerenza. Qui si parte dalla strage compiuta nella redazione di «Charlie Hebdo» e dagli attentati di Bruxelles, Nizza e Manhattan. E ricordo che l’autrice austriaca aveva già affrontato il tema del terrorismo in altri due testi, «Crassier» (si può tradurre «Cumulo di rifiuti») e «Bataclan», a lei commissionati per farli interagire con «Nathan il Saggio», il celebre poema drammatico di Lessing sul problema della tolleranza religiosa, nello spettacolo, «Nathan!?», prodotto dal Théâtre de Vidy di Losanna per la regia di Nicolas Stemann e presentato nel marzo scorso, allo Storchi di Modena, da Emilia Romagna Teatro.

Maja Kleczewska

Maja Kleczewska

Ma ciò che conta non è il fatto che la Jelinek torni oggi sul tema del terrorismo. Conta il come ci torna. E dunque conta proprio il percorso da lei compiuto sul terreno accidentato del fenomeno complesso di cui parliamo. Basterebbe, al riguardo, confrontare certe affermazioni contenute in «Crassier» e in «Bataclan» con talune di quelle proposte da «The rage»: alla «filosofia operativa» illustrata dagl’infimi soldati dell’Islam integralista nei primi due testi («Forse ci manca il sapere, visto che ci siamo fatti da soli. Ci mancano dati, numeri e altra roba. Ma ciò che non ci manca è il nostro Dio, che ci siamo fatti da soli. È l’unico Dio. Nessuno al di fuori di lui. Vi portiamo desolazione, ma vi diciamo che questa desolazione viene da Dio») corrisponde oggi, nel terzo, una completa e irreparabile astenia psico-ideologica («La mia rabbia compromette il mio giudizio, / quindi colpisco alla cieca, come un pazzo»).
Come si vede, ricompaiono la rabbia e la pazzia che, nel titolo, incarnavano il primo e l’ultimo dei significati della parola «Wut». E perciò anche all’interno di «The rage» è possibile riscontrare – nel solco della scrittura inconfondibile della Jelinek, lucida e gelida come quella di un referto autoptico – il percorso e il processo che stiamo considerando. C’imbattiamo così, nell’ordine, in passi quali i seguenti: «Ecco cosa ti fa la rabbia: ti prende, / non sai cosa stai facendo ma lo fai», «È scritto: “Temi Dio, uomo!”, / ma dovrebbe essere scritto: “Temi l’uomo, Dio”», «Non abbiamo bisogno di Dio per sgozzare / la gente, possiamo cavarcela da soli».
Per giunta, simili passi vengono accompagnati dall’ammirevole confessione d’inadeguatezza che la Jelinek mette in campo assimilandosi – in quanto scrittrice, e cioè utilizzatrice di parole approssimative e in definitiva inutili – a «tutto quello che è sbagliato».

Un altro momento di «The rage»

Un altro momento di «The rage»

È la prova di una straordinaria onestà intellettuale, la sola cosa che può permettere alla Jelinek di approdare, rendendola credibile ben oltre il nichilismo, a una conclusione apocalittica come questa: «Il mondo diventa vuoto, svuotato, / senza senso, frammentato. Tutto è come malato, / caotico. C’è qualcosa che devasta il mondo. / L’io profondo si svuota. Completamente. / Sogni di punizioni, perché ti senti indegno / e vieni punito. Inventi sogni e poi soffri / immensamente quando si realizzano. / Umiliazione. Esclusione. Senso d’inferiorità, / insonnia, inappetenza, impotenza. / Ho smesso di cercare la profondità, / perché non ne ho più dentro di me».
Insomma, «The rage» si colloca – come dice una battuta situata all’inizio, e dunque in posizione fortemente icastica – nello «spazio tra Dio / e il vortice oscuro in cui ci troviamo». E non è un caso, allora, che a un certo punto venga evocata («Di chi è la testa che ho tra le braccia? / Di un leone. Assomiglia vagamente a un leone? No, / è una povera testa umana») la Agave di «Baccanti», la tragedia di Euripide che, per l’appunto, verte anch’essa sul (corsivo)processo che dal razionale conduce all’ambiguità prima e a una sterile istintualità animalesca poi.
Si capisce, allora, perché a un certo punto un simile quadro prenda la forma di un talk-show. E si capisce pure perché vi partecipino personaggi emblematici come il «pellegrino cattolico» Wolyszko, il «profugo» Mamadou Goo Bah e il «tifoso e patriota di Radom» Krzysztof. L’invenzione – mentre serve a dire che qui non si parla solo della rabbia dei terroristi, ma anche della rabbia di quanti di fronte ai terroristi si sentono impotenti e di quella dei politici di destra e persino, come abbiamo visto, di quella degli eroi antichi, che oggi introiettiamo corrotta dalla nostra degradazione morale e culturale – è intesa, insieme, a sottolineare ulteriormente il sarcasmo scagliato dal testo contro la retorica che dilaga intorno ad argomenti quali – a parte, per l’appunto, il terrorismo – le migrazioni, l’integrazione e i nazionalismi. Ancora non a caso il conduttore constata che il talk-show in questione (un’altra frecciata) è diventato «uno spettacolo musicale».
Ora, è proprio sulla dimensione del talk-show che, amplificandola ed esasperandola, punta l’allestimento di Maja Kleczewska. A proposito della quale bisogna intanto premettere che anche per quanto la riguarda si tratta di un percorso: visto che, con questa, è alla sua quarta messinscena di testi della Jelinek, dopo «Shadows (Eurydice speaks», «Babel» e «Winter journey». E d’altronde dobbiamo parlare di percorso pure per ciò che si riferisce al paradigma espressivo che connota la regista polacca: un paradigma che, partendo da Kantor (la stessa Kleczewska è di Cracovia), approda, passando per Krystian Lupa, a Krzysztof Warlikowski, del quale Maja è stata assistente.
Ma, naturalmente, quel talk-show non può andare avanti. A parte il fatto che ne battono in breccia l’inane chiacchiericcio le immagini crude della cronaca (esplosioni di guerra, pestaggi della polizia, fiumane di profughi) proiettate su due grandi schermi posti al di sopra del tavolo a cui siedono i protagonisti del «dibattito», arrivano sistematicamente a negarlo tutta una serie di segni uno più potente e pregnante dell’altro: l’andirivieni di una conduttrice truccata e abbigliata come una grottesca Barbie con una gamba imprigionata in un tutore ortopedico; una sorta di pin up che gira in costume da bagno per la platea e quindi, sul palcoscenico, si dà prima ad esercizi ginnico-erotici e poi a un’esibizione al microfono da classica pop star; un’altra fanciulla che piega un aquilone di carta sino a trasformarlo (sotto specie di un’efficacissimo straniamento) in uno dei barconi che trasportano i migranti; e, per chiudere con gli esempi, il citato Mamadou Goo Bah che, a partire da un certo punto, se ne sta immobile e muto in un perfetto stato catatonico da cui esce, ad intervalli più o meno regolari, solo per gridare il fatidico «Allahu akbar!».
Neppure il Sacro è più possibile e praticabile. La sequenza decisiva dello spettacolo della Kleczewska risulta quella in cui un Cristo schiodato dalla croce (ha cessato di esistere il sacrificio foriero di redenzione) viene gettato in una pozza d’acqua collocata sotto il proscenio e ricoperto con una pioggia di fotocopie degl’interminabili elenchi dei migranti affogati: quei migranti affogati che un grasso porporato osserva impassibile mentre, appunto, «si sciolgono» nel mare.
Compare poi, a metà circa delle tre ore di rappresentazione, il cartello: «Se qualcuno ha bisogno di andare in bagno adesso è il momento migliore». E il fatto è che, però, lo spettacolo non s’interrompe, gli attori continuano a recitare incuranti di quelli tra il pubblico che si alzano ed escono dalla sala. Si poteva dichiarare con maggiore coraggio la convinzione che, a fronte dei problemi indicibili posti sul tappeto, persino quello spettacolo è inutile? Infatti, a conclusione delle sue note di regia, Maja Kleczewska osserva: «”The rage” è anche un requiem per l’Europa, per questo continente tragico, indifferente, indifeso e vuoto».
Superfluo, a questo punto, sprecare parole sulla prova maiuscola fornita dagl’interpreti: Karolina Adamczyk, Aleksandra Bozek, Anna Dzieduszycka, Arkadiusz Pyc, Magdalena Kolesnik, Kaya Kolodziejczyk, il citato Mamadou Goo Bah, Michal Czachor, Michal Jarmicki, Mateusz Lasowski, Julian Swiezewski, Robert Wasiewicz e Wiktor Loga Skarczewski. E la sera della «prima», al termine dello spettacolo, una di loro ha fermato gli applausi per leggere fra le lacrime un documento di protesta contro la deriva reazionaria in atto in Polonia, con gli attacchi alla magistratura e le minacce ai teatri impegnati.
Sì, «The rage» è uno spettacolo importante, perché, al di là della caratura artistica, costituisce un gesto politico. Ed è altrettanto importante che uno spettacolo del genere sia stato ospitato da un’istituzione ufficiale e prestigiosa come la Biennale di Venezia. Se non vuole morire, il teatro deve ritrovare, e al più presto, la sua funzione di testimonianza civile.

                                                                                                                                              Enrico Fiore

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