Fedra, una passione che s’identifica con la follia

Imma Villa in un momento della «Fedra» di Seneca ancora oggi in scena a Pompei (foto di Franca Centaro)

Imma Villa in un momento della «Fedra» di Seneca ancora oggi in scena a Pompei (foto di Franca Centaro)

POMPEI – Si conclude in bellezza la prima edizione di «Pompeii Theatrum Mundi», la rassegna di drammaturgia antica promossa dal Teatro Stabile di Napoli: con l’eccellente allestimento della «Fedra» di Seneca diretto da Carlo Cerciello e prodotto dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico. Lo vidi nel giugno dell’anno scorso al Teatro Greco di Siracusa. E non mi resta, ora, che ripetere quanto ne scrissi allora.
«Io non voglio ciò che voglio». Ecco la battuta-chiave, oltre che la più celebre, della tragedia in parola. E come si può non volere ciò che si vuole? È possibile solo se il volere si determina nella sfera del puro desiderio irrazionale. Ed è per questo, infatti, che in «Fedra» Seneca adopera la stessa parola, «furor», per indicare sia la passione amorosa che la follia.
Insomma, l’ossimoro messo in campo dalla battuta in questione dimostra a sufficienza che quanto ci racconta la tragedia di cui parliamo – in sintesi, il rapporto ai limiti dell’incesto fra la moglie di Teseo e il figliastro Ippolito – nasce e si sviluppa, tutto, nella testa di Fedra. Ed è appunto su tale presupposto che, con ammirevole acume, punta la regia di Carlo Cerciello.

Fausto Russo Alesi nei panni di Teseo (foto di Gianni Luigi Carnera)

Fausto Russo Alesi nei panni di Teseo
(foto di Gianni Luigi Carnera)

Basterebbe considerare, al riguardo, la strepitosa invenzione iniziale: mentre nel testo di Seneca il monologo di Ippolito e quello di Fedra si susseguono, qui si mescolano, come se, giusto, Ippolito e Fedra fossero tutt’uno. E si tratta di un’invenzione che lo scenografo Roberto Crea sottolinea e potenzia in maniera altrettanto strepitosa. La selva a cui fanno riferimento Ippolito, Fedra e Teseo viene ripartita in tre gruppi di alberi dal colore diverso, verde, oro e nero: a significare tre enclaves o, meglio, isole (l’evasione della caccia, la prigione del potere, il buio dell’Ade).
Torniamo, così, al presupposto di cui sopra. Giacché quelle enclaves o isole non producono relazioni con l’altro da sé, ma solo proiezioni di sé: vedi i due pezzi di tronco d’albero collocati in bella mostra a sinistra e a destra del proscenio.
Tutto questo, peraltro, rimanda alla «Fedra» che – proprio sulla traccia di Seneca – esalta quella che è la caratteristica precipua del teatro di Racine: la capacità, addirittura geniale, di restringere al massimo il nucleo drammatico, per aver modo di seguire meglio, con assoluta precisione dell’analisi, il cammino accidentato su cui s’avventurano i sentimenti dei personaggi.
Infatti, la «Fedra» di Racine, come già quella di Seneca, è, in pratica, la tragedia di un unico personaggio. E non a caso, allora, un’altra invenzione decisiva di Cerciello consiste nell’attribuire a uno stesso attore i personaggi di Ippolito e di Teseo: se sono, giusto, proiezioni della mente di Fedra, non possono che risultare fra loro intercambiabili.

Bruna Rossi è la nutrice (foto di Maria Pia Ballarino)

Bruna Rossi è la nutrice
(foto di Maria Pia Ballarino)

Del resto, vale a dimostrare la centralità onnivora di Fedra anche l’abito simbolico che il costumista Alessandro Ciammarughi le fa indossare nel corso del suo contraddittorio con Ippolito: un abito «monumentale» (una forma) che, mentre la chiude come in una corazza, lascia dietro di sé uno strascico infinito, l’eco nel mondo, nell’esterno, dei rovelli che agitano l’anima e il cervello della dilaniata antieroina.
Monumentale, d’altronde, è anche l’interpretazione di Imma Villa. Non so farle elogio migliore del constatare che la sua Fedra incarna (come secondo Boileau) il «dolore virtuoso» dell’essere «suo malgrado perfida e incestuosa». E per giunta, quella di Imma Villa è una Fedra che – al di là dei temi portanti del rimpianto per l’innocenza perduta e della lucida coscienza del destino ineludibile indotto da tal perdita – richiama proprio l’aura creata dalla religiosità segnatamente moderna che nutriva Racine: una religiosità in cui coesistevano il misterioso dispiegarsi di forze oscure dominate dalla divinità e la libertà comunque concessa all’uomo, la libertà che gli consente di salvare, pur nella sconfitta, la dignità di esistere.
Più prevedibili Fausto Russo Alesi (Teseo e Ippolito), Bruna Rossi (la nutrice) e Sergio Mancinelli (il messaggero). Ma, lo avrete capito, parliamo solo di un piccolo neo: lo spettacolo (si replica ancora oggi) è sicuramente da non perdere.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

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