Il festival dell’acqua calda. E per contorno l’aria fritta

Palazzo Reale, la «casa» dello sfarzoso Napoli Teatro Festival Italia 2017

Palazzo Reale, la «casa» dello sfarzoso Napoli Teatro Festival Italia 2017

NAPOLI – Mi permetto di chiedere un supplemento di pazienza a quanti, avendo la bontà di leggermi, già me ne accordano parecchia. Debbo scrivere un commento al Napoli Teatro Festival Italia (il primo con la direzione artistica di Ruggero Cappuccio) appena conclusosi. E siccome gli argomenti da affrontare non sono pochi, sarò costretto ad essere lungo anche volendo trattare solo i principali fra essi.
Comincio dal fatto che ho visto solo sei («Raccogliere & Bruciare», «Tempi nuovi», «Genesi 6, 6-7», «Le serve», «Belgian rules/Belgium rules» e «Il penitente») degli spettacoli di prosa in cartellone. Il motivo è che non mi sono stati dati (o non mi sono stati dati in tempo utile) i testi nuovi che avevo chiesto con notevole anticipo rispetto all’inizio del Festival. E siccome questa è una cosa che non m’era mai capitata prima (ricordo che negli anni scorsi i testi nuovi venivano addirittura raccolti in volume e pubblicati già nel corso della manifestazione), delle due l’una: o io sono antipatico o i testi nuovi non erano pronti per andare in scena.
Certo, può darsi benissimo che io sia antipatico. Ma se è così, sono antipatico solo al Napoli Teatro Festival Italia diretto da Cappuccio. Perché i testi nuovi degli spettacoli che vado a vedere nell’ambito di Festival piccoli e grandi in ogni parte d’Italia (da «Primavera dei Teatri» di Castrovillari alla «Rassegna di Drammaturgia Contemporanea» dello Stabile di Genova, dal «Festival delle Colline Torinesi» a quello dei Due Mondi di Spoleto e alla Biennale Teatro di Venezia) mi arrivano sempre, tranne rarissime eccezioni, e spesso mesi e mesi prima dei debutti: in modo che io possa compiere nel modo migliore l’operazione – com’è ovvio, fondamentale e imprescindibile – di leggerli e studiarli. La Biennale Teatro, addirittura, mi ha mandato le schede tecniche e i testi di tutti e quattro gli spettacoli di Nathalie Béasse programmati. In francese, va bene, ma me li ha mandati subito, appena la Béasse, uno dei personaggi più in vista dell’odierno teatro d’oltralpe, è stata inserita nel cartellone.
Magari, però, nel mio caso antipatico è sinonimo di scomodo. E se è così, sono orgogliosissimo d’essere antipatico. Ma, naturalmente, è vera la seconda ipotesi: al Napoli Teatro Festival Italia 2017 sono andati in scena, in più di un’occasione, testi non ancora messi completamente a punto. In pratica, abbiamo assistito a delle prove di spettacoli «in fieri». E ne fornisco qui di seguito qualche dimostrazione. In merito alla mia richiesta di poter leggere il testo di «Che fine hanno fatto gli indiani Pueblo?», Marianna Pezzini, rappresentante di «Fabbrica srl», la compagnia di Ascanio Celestini, in data 31 maggio ha inviato la mail: «Ho chiesto ad Ascanio, mi ha detto di no. Lo spettacolo è ancora in forma di studio, non ha un testo pronto da inviare». Alfonso Santagata mi ha proposto di farmi leggere il testo de «I malvagi» solo il giorno prima del debutto. Gea Martire, coprotagonista de «Le serve», mi ha telefonato non so quante volte (di mattina, di pomeriggio, di sera) per invitarmi a vedere lo spettacolo, ma, quando le ho chiesto di poter leggere l’adattamento di Antonio Capuano, mi ha detto che lui non lo riteneva opportuno (me l’hanno mandato il giorno successivo alla «prima»). E infine Gabriele Russo, responsabile del progetto «Glob(e)al Shakespeare», mi ha telefonato solo il primo giugno, giorno d’inizio del Festival: pretendeva di mandarmi tutte e sei le riscritture dei testi del Bardo comprese in quel progetto, e quando gli ho risposto che non avrei mai potuto, di punto in bianco, fare il necessario confronto fra gli originali, che avrei dovuto rileggere, e le sei «rivisitazioni» degli stessi, che avrei dovuto leggere in tutta fretta, si è giustificato dicendo, candidamente, che le riscritture in questione non aveva potuto mandarmele prima perché non era ancora pronte.

Ruggero Cappuccio in posa da direttore

Ruggero Cappuccio

Chiudo con quest’argomento annotando che la traduzione in italiano dei sovratitoli di «Genesi 6, 6-7» e di «Belgian rules/Belgium rules» mi è arrivata solo il giorno prima dei debutti di quegli spettacoli. E, a riprova di quanto ho detto sopra, quella di «Belgian rules/ Belgium rules» è risultata, in scena, notevolmente modificata: lo spettacolo, appunto, era in corso di definizione. E lo stesso dicasi per «Il penitente» di Luca Barbareschi. A proposito del quale mi è stato detto, quando ne chiedevo il testo, che lui, Barbareschi, non lo si poteva disturbare più di tanto perché era preso dai problemi del suo Eliseo. Avete capito? Era impegnato a contare i milioni di euro che gli avevano regalato.
Cose dell’altro monte, direbbe il Telecafone del simpatico Oscar Di Maio. Ma, sempre a proposito dei testi nuovi che non mi hanno voluto far leggere, colgo qui l’occasione per rispondere a quanti (primo fra tutti Patrizio Rispo, consigliere d’amministrazione dello Stabile di Napoli) mi hanno chiesto perché io non sia andato a vedere, e di conseguenza non abbia recensito, l’ultimo spettacolo di Cappuccio, «Circus Don Chisciotte». Non sono andato a vederlo e non l’ho recensito appunto perché Cappuccio non mi ha ritenuto degno di leggerne il testo, che gli avevo chiesto tramite l’ufficio stampa dello Stabile di Napoli medesimo, produttore dello spettacolo. E nel merito c’è una storiella che debbo proprio raccontarvi.
Nell’anno di grazia 1994 venni invitato al Festival di Santarcangelo, diretto dal grande e indimenticabile Leo de Berardinis. E appena scesi dal treno, alla stazione di Bologna, mi trovai di fronte Ruggero Cappuccio e Claudio Di Palma, rispettivamente autore e regista e coprotagonista dello spettacolo «Shakespea Re di Napoli» che avrebbe debuttato in quel Festival qualche giorno dopo. «Ti accompagniamo noi a Santarcangelo», mi fecero ossequiosi. Ed è inutile che vi parli del fastidio che provai. Ma il peggio doveva ancora venire. I due avevano dimenticato di fare benzina, sicché la loro macchina si fermò per strada, sotto un sole rovente, ed io a Santarcangelo ci arrivai a bordo di un carroattrezzi. Con un seguito che fu perfettamente all’altezza della situazione. Due ore prima del debutto di «Shakespea Re di Napoli», mentre leggevo nella mia camera d’albergo, suonò il telefono: «Sono Ruggero, sto nella hall. E pensavo, perché non ci facciamo una passeggiata insieme e parliamo un po’?». Ovviamente il mio fastidio aumentò. E gli risposi che trovavo di pessimo gusto che si mettessero a passeggiare e a parlare insieme, in vista della «prima», l’autore e regista di uno spettacolo e il critico che quello spettacolo doveva recensire. Ma lui, Cappuccio, replicò dicendo che mi aveva portato un regalo. Lo congedai sempre più infastidito, e ormai francamente imbestialito. E comunque, quando scesi per andare a vedere lo spettacolo, il portiere dell’albergo mi consegnò un pacchetto che, imperterrito, aveva lasciato Cappuccio. Era una copia della preziosa edizione dei «Sonetti» di Shakespeare con testo originale a fronte curata per Rizzoli da Alessandro Serpieri. E recava la dedica: «A Master Enrico Fiore. Ruggero. VII / VII / MCMLXXXXIV. Santarcangelo». Non so se vi rendete conto. Shakespeare dedicò i «Sonetti» al misterioso «Mr. W. H.». E in base a un sillogismo semplice, ne consegue che Cappuccio, identificandomi con «Mr. W. H.» e dedicandomi i «Sonetti» di Shakespeare, a sua volta s’identificava con il Bardo.

Peter Brook

Peter Brook

Cose dell’altro monte, ripeterebbe, anche lui imperterrito, il Telecafone predetto. In ogni caso, recensii coscienziosamente «Shakespea Re di Napoli», rilevando sia l’apprezzabile qualità della scrittura di Cappuccio soprattutto sul piano della riproduzione delle forme e dei ritmi del napoletano seicentesco sia il fatto che, per ciò che concerneva il rapporto fra l’opera del Bardo e un interprete venuto da Napoli, l’ipotesi era già contenuta in un curioso e intrigante libretto del compianto Franco Cuomo, a metà fra il saggio e il divertissement. E adesso constato che il tempo passa, passa e ci cambia. Adesso, per Cappuccio, non sono più «Master». Sicché chiamerò il mio sarto, il maestro Fortunato Salviati (che «Master» è per davvero), e mi farò fare un vestito nero, da lutto stretto.
Ma torniamo agli spettacoli di questa decima edizione del Napoli Teatro Festival Italia diretta da Cappuccio. Non parlerò della loro qualità media perché, avendone visti, ripeto, solo sei, evidentemente non sono in grado di farlo. Mi limito ad osservare che, in base a una legge elementare valida per quasiasi festival o rassegna, la qualità media di cui dicevo è inversamente proporzionale al numero degli spettacoli proposti. E il Napoli Teatro Festival Italia ha proposto quest’anno, in 36 giorni di programmazione, la bellezza di 155 appuntamenti distribuiti in 40 spazi della Regione, 57 spettacoli tra prosa e danza, 43 concerti e 10 laboratori sulle arti sceniche, il tutto diviso in undici sezioni. E non è vero quel che ha detto Cappuccio quando gli è stato fatto notare che, con tante proposte, sarebbe stato difficile, per gli spettatori, seguire proficuamente la rassegna. Cappuccio ha detto che anche altri festival propongono un gran numero di spettacoli, senza che ciò costituisca alcun problema. E ha citato, al riguardo, la Biennale Teatro di Venezia. Ma io, che seguo la Biennale Teatro da sempre, Cappuccio non l’ho mai visto. Se anche lui la frequentasse, saprebbe che, per esempio, quest’anno propone – dal 25 luglio al 12 agosto – appena venti spettacoli.
La verità è che lo scopo del gigantismo dell’edizione 2017 del Napoli Teatro Festival Italia era fondamentalmente quello di distribuire il maggior numero possibile di pani e di pesci ai teatranti indigeni, perennemente affamati perché perennemente prigionieri di una condizione di subalternità e perennemente prigionieri di una condizione di subalternità perché perennemente disposti al compromesso e perennemente disposti al compromesso perché perennemente costretti da una debolezza cronica dell’apparato produttivo. E c’erano tutti, davvero tutti. Anche certi ex rivoluzionari. Che c’è, si sono stancati della rivoluzione? O erano dei rivoluzionari finti, che facevano un po’ di rumore solo per richiamare su di sé l’attenzione dei «padroni del vapore» e lanciargli il messaggio: dateci una polpetta pure a noi, così, con la bocca piena, non possiamo parlare e non vi diamo più fastidio?
La conseguenza è stata che la sezione internazionale s’è ridotta a due soli spettacoli, i citati «Genesi 6, 6-7» di Angélica Liddell e «Belgian rules/Belgium rules» di Jan Fabre. E non erano nemmeno trascendentali. E in ogni caso non costituivano una gran novità, visto che il Napoli Teatro Festival Italia è arrivato buon ultimo, tra i festival italiani e internazionali, ad ospitare la Liddell. Circa la quale, poi, vi racconto un’altra storiella. Un’anima bella, che ha da sempre le mani in pasta in tutto e il contrario di tutto, prima ha manifestato il suo disgusto per le immagini della circoncisione proiettate dall’artista catalana e poi, per dimostrare che sa chi è la Liddell, ha ripreso dalla mia recensione di «Genesi 6, 6-7» l’accenno alle polemiche pretestuose che due anni fa accolsero a Vicenza lo spettacolo della stessa Liddell «Prima lettera di San Paolo ai Corinzi. Cantata BWV 4, Christ lag in Todesbanden. Oh, Charles!». Solo che, non sapendo in effetti di che cosa parlava, ha trasformato quell’unico spettacolo in tre spettacoli distinti, «Prima lettera di San Paolo ai Corinzi», «Cantata BWV 4» e «Christ lag in Todesbanden». E meno male che ha perso per strada l’ultima parte del titolo, «Oh, Charles!», altrimenti i presunti spettacoli dati dalla Liddell all’Olimpico di Vicenza sarebbero diventati quattro.

Eimuntas Nekrosius

Eimuntas Nekrosius

Lasciamo perdere, poi, la demagogia a buon mercato messa in scena dai prezzi stracciati dei biglietti e dagli ingressi gratis per le fasce di popolazione con i redditi più bassi. A me non è parso di vedere file interminabili di pensionati che arrancavano su per l’erta di via Gennaro Serra per andare al Politeama a vedere gli spettacoli della Liddell e di Fabre, e comunque rimando in proposito ai seguenti tre commenti inviati a questo sito dal signor Raffaele Mastroianni, che insiste sempre sugli stessi concetti perché, evidentemente, i problemi a cui si riferisce saltano agli occhi con particolare virulenza: 1) «A prescindere dal programma e da una certa chiusura nell’ambito cittadino, trovo scellerata e dannosa la politica dei prezzi dei biglietti. Comprare un biglietto a tariffa intera (8 euro) stupisce gli addetti al botteghino, che increduli ti chiedono come mai non hai riduzioni. Tra due biglietti al prezzo di uno, tessere e categorie varie, si paga da 2,5 euro a 4 e a niente. Lo trovo fortemente diseducativo e deleterio per chi fa teatro, e soprattutto per chi gestisce una sala. Anche il Mercadante ha venduto biglietti a pochi euro pur di far numero per quanto riguarda gli spettatori. Quest’inverno un piccolo teatro (piccolo di dimensioni) se dovesse chiedere 12/15 euro a biglietto sarà percepito come esoso e fuori mercato. E peraltro quel che non si paga non si apprezza»; 2) «Spettacolo del bravo Ascanio Celestini tutto esaurito, la domanda di biglietti di gran lunga superiore all’offerta, apparentemente un gran successo. Sono lecite, però, alcune perplessità. Ha un senso svendere i biglietti, prezzo medio 4/5 euro, di uno spettacolo richiesto scaricando i costi dello stesso sui fondi pubblici? Ha un senso diseducare il pubblico dando il segnale che il teatro non si paga? Ha un senso usare il Festival come un’iniziativa di mera propaganda personale senza capire che prezzi dei biglietti come questi uccidono i piccoli spazi, che a 10/15 euro vengono percepiti esosi? Celestini è un grande, eppure stenta in stagione a riempire spazi medio-piccoli, tanto che nella stagione scorsa fu eliminata dal cartellone una sua data. Ha un senso regalarlo? Il bilancio del Napoli Teatro Festival Italia sarà ricco di numeri altissimi e di esauriti, ma io sarei lieto di conoscere anche l’ammontare degli incassi da biglietti, il costo medio dei biglietti acquistati, il rapporto tra i fondi pubblici impiegati e gli incassi da botteghino. I piccoli teatri vanno difesi, il teatro pubblico dovrebbe favorire la diffusione della qualità senza indossare i panni del vampiro. Meglio favorire il prezzo degli abbonamenti negli spazi piccoli con un contributo pubblico mirato. Il teatro nutre l’animo come il cibo il corpo, bisogna far capire che come le pizze e i panini tocca pagarlo»; 3) «Napoli Teatro Festival Italia. Come previsto, ha avuto un grande spazio sui media: stimati ottantamila spettatori, esauriti al novanta per cento, biglietti “venduti” raddoppiati. Dunque, grande enfasi sui numeri e sui prezzi popolari. In realtà, i prezzi erano da svendita, con riduzioni varie e due per uno. Il costo medio per chi ha pagato è stato sui tre/quattro euro. È educativo un simile prezzo? Come percepirà un giovane la richiesta di dieci/quindici euro per un posto in un teatro in stagione? I milioni di euro pubblici messi nel Festival devono sostenere il Teatro o affossare gli spazi privati?».
Lasciamo perdere pure la distribuzione di vari spettacoli in diversi punti della Regione. Si tratta d’interventi sporadici e calati dall’alto che risultano colonialistici e – in assenza di un lungo lavoro preliminare sul territorio – improduttivi al pari di quelli messi in atto dal famigerato «decentramento regionale» di un tempo. Figuriamoci, non ha lasciato traccia neppure la rassegna «Benevento Città Spettacolo», che infatti è sparita da un momento all’altro nel silenzio più assoluto, senza che si sia levata la benché minima protesta. E men che meno, aggiungo, lasciarono traccia le edizioni di «Benevento Città Spettacolo» dirette dallo stesso Cappuccio. Il quale, sponsorizzato all’epoca dalla destra (lui è trasversale), andava dichiarando che «la cultura è dissenso» ed era personalmente tanto «dissenziente» da accogliere in cartellone «Piazzale Loreto», un testo del fu Pasquale Squitieri che configurava il reato di apologia del fascismo una pagina sì e l’altra pure.
Siamo all’aria fritta, insomma. E come sa friggere l’aria Cappuccio, non la sa friggere nessuno. Ma, occorre precisare, la capacità maggiore di Cappuccio, tale che sfiora la genialità, è quella di scoprire l’acqua calda. Per esempio, per quanto riguarda la sezione dei laboratori, ha scoperto Peter Brook ed Eimuntas Nekrosius. Peccato, però, che – mentre Cappuccio si affannava a scoprirla – l’aria calda era diventata fredda. Di Peter Brook, novantaduenne, ormai da anni circola solo il nome. Ce lo siamo dimenticati che nel 2013, dopo un mese di cosiddetta «residenza artistica», presentò al Napoli Teatro Festival Italia, invece di uno spettacolo, la semplice lettura del racconto di Beckett «Lo spopolatore»? E infatti, adesso, al posto del laboratorio che doveva tenere, s’è limitato a una chiacchieratina di un’ora nel foyer del San Carlo. Per non parlare di Nekrosius. Io ho visto tutti gli spettacoli che ha portato in Italia, inseguendolo da Taormina a Parma, da Palermo a Roma, da Brindisi a Vicenza. E posso quindi constatare a ragion veduta che è, sì, un maestro, ma un maestro in fase calante. L’ha dimostrato anche «A hunger artist – Un digiunatore», lo spettacolo su Kafka che ha presentato nell’aprile scorso al Bellini. E, peraltro, tiene laboratori persino a Canicattì e a Cinisello Balsamo. Circa i quali posso offrire la testimonianza di Riccardo Spagnulo, il drammaturgo stabile di Fibre Parallele, una delle formazioni più avanzate della ricerca teatrale. Mi ha detto che la partecipazione a uno di quei laboratori è stata la più brutta esperienza della sua vita. E se non vogliamo credere a Spagnulo, dovremo credere almeno a Viktorija Kuodyte, la primattrice di Nekrosius. In un’intervista pubblicata da «Il Mattino» il 19 aprile dichiarò fra l’altro: «Credo che non per caso Nekrosius sia approdato a questo testo. Forse si sente alla fine della vita artistica. Egli negherà, ma tutti, a cominciare da me che lo conosco, vedendo il suo spettacolo questo pensano».
Bene, che facciamo, affidiamo un laboratorio di tre anni a uno che «si sente alla fine della vita artistica»? Lasciamo stare, va’. Chiudo con l’analisi che, dopo i fischi scattati a piazza Plebiscito in occasione del concerto di Battiato che aveva aperto il Festival, Eduardo Cicelyn pubblicò sul «Corriere del Mezzogiorno». Dopo aver stigmatizzato «le sottigliezze neobarocche del direttore Cappuccio, in libera uscita dai suoi testi letterari e proiettate sul fondale di una città sempre pronta alle feste di piazza», giudicò quello spettacolo inaugurale come «concepito con uno stile già molto in voga a Napoli, una sorta di populismo delle arti: musica, poesia e fotografia assemblate senza alcuna necessità interna o esterna, giusto per vedere l’effetto che fa, un miscuglio di immagini, suoni e parole spruzzato con gli idranti delle fanfare festivaliere sulla folla accaldata». Una sintesi, aggiunse Cicelyn, della «narrazione pseudoculturale vigente che impedisce ogni sguardo critico e dunque ogni giudizio libero sugli eventi di pubblica rilevanza, sui discorsi del potere e sui linguaggi delle arti chiamate a raccolta nello spazio di risonanza della politica».

                                                                                                                                             Enrico Fiore

Questa voce è stata pubblicata in Commenti. Contrassegna il permalink.

16 risposte a Il festival dell’acqua calda. E per contorno l’aria fritta

  1. Raffaele Mastroianni scrive:

    Che dire, condivido sino all’ultima parola.
    Gran cosa un critico che ritiene indispensabile leggere prima il testo, in tanti ritengono indispensabile solo la cartellina col pezzo da riportare.
    Se esiste un Dio del teatro, concordo sul fatto che ci debba conservare Enzo Moscato, ma anche un critico così attento, qualificato, appassionato e vero.
    Grazie, ci si vede in teatro.
    Raffaele Mastroianni

  2. Enrico Fiore scrive:

    Grazie a Lei, caro amico.
    A presto.
    Enrico Fiore

  3. Salvatore Cantalupo scrive:

    Leggendo, mi è venuta in mente una sua frase di qualche anno fa, fuori la Sala Assoli mentre aspettavamo di entrare. Frase indimenticabile che subito memorizzai: “Salvato’, ha da veni’ ‘o tiempo ca ‘e muorte esceno ‘a ‘int ‘e tavute cu ll’ossa appuntute”. Mi colpì l'”appuntute”, con le ossa a punta.
    Maestro, condivido le sue parole, specialmente quelle sugli ex rivoluzionari. E la storia dei biglietti, poi…
    Un caro saluto.
    Salvatore Cantalupo

  4. Fausto Nicolini scrive:

    Caro Enrico, buongiorno.
    Leggo che sono in molti coloro che ti telefonano, e m’è venuta una gran voglia di telefonarti anch’io, ma non ho il numero. Se vuoi… te ne sarei grato!
    Non ho argomenti “importanti” (parola ormai in declino nei pochi vocabolari intellettuali rimasti) da proporti, ma, piuttosto, argomenti seri (nel senso che sono di tuo interesse). Finalmente il volume (pp. 560) che ti annunciai qualche anno fa su alcuni scritti “inediti” di Peppino Patroni Griffi è in stampa (per i tipi dell’Editoriale Scientifica) e uscirà a giorni. Appena l’editore me lo consegnerà materialmente, vorrei portartelo. Mi fido del tuo giudizio. E ci tengo.
    Un caro saluto, grazie.
    Fausto Nicolini

  5. Fulvio Arrichiello scrive:

    Come diceva Carmelo Bene, l’arte non dev’essere consolatoria. Lei ci è andato giù pesante. Sono d’accordo…
    Fulvio Arrichiello

  6. Enrico Fiore scrive:

    Caro Salvatore,
    io ci credo ancora, sai: che un giorno salteranno fuori i morti che sono più vivi dei finti vivi che ci circondano. Al di là della metafora, sono convinto, cioè, che alla fine, grazie all’onestà intellettuale e all’impegno civile, la verità e la saggezza prevarranno sulla menzogna e sulla stupidità. Questo, almeno, è sempre stato e sempre sarà il sogno dei rivoluzionari veri. E’ il sogno “rosso” di cui cantò Wolf Biermann.
    Ti abbraccio.
    Enrico Fiore

  7. Enrico Fiore scrive:

    Grazie a te, caro Fausto, per il libro che mi prometti e che, ovviamente, attendo con grande interesse.
    Il mio numero è 081/7644576.
    A presto.
    Enrico Fiore

  8. Enrico Fiore scrive:

    Sì: mettendola in termini più modesti, quando ci vuole ci vuole.
    Cordiali saluti.
    Enrico Fiore

  9. Francesco de Notaris scrive:

    Riflettere sul dato di fatto che in particolari occasioni vengono impiegati fondi pubblici non rappresenta un optional. Bisogna individuare modalità per far comprendere che il lavoro vale e non si svende ma anche che il pubblico finanziamento non può non avere una ricaduta sull’economia dello spettacolo. Favorire originalità e creatività è altro dall’usare il bilancino che somiglia al manuale ‘Cencelli’ ancora in uso da politicanti estranei alla Politica. Manca nel nostro Paese la dimensione dell’ascolto, della ricerca; manca la tensione ad educare la sensibilità e la capacità critica dei cittadini. Spero che in un progetto di società la buona politica sappia guardare all’arte in ogni sua espressione ed al cittadino che deve crescere in qualità di vita. Sarà impresa interessante scoprire talenti , superando prassi ragionieristiche e mercantili. L’impresa culturale chiede ai soggetti impegnati un supplemento d’anima e ali robuste.
    Francesco de Notaris

  10. Enrico Fiore scrive:

    Caro Francesco,
    inutile dire che sono perfettamente d’accordo con quanto scrivi. In fondo, il “progetto di società” a cui accenni è lo stesso che immaginavo nella risposta che ho dato a Salvatore Cantalupo.
    Enrico Fiore

  11. Caro Enrico Fiore,
    mi consenta di complimentarmi con lei per la chiarezza e l’incisività di questa sua lunga riflessione, che si riverbera sull’intero stato delle cose nel teatro italiano di oggi.
    Grazie.
    Claudio Di Scanno

  12. Enrico Fiore scrive:

    Grazie a Lei, non tanto per l’attenzione che ha dedicato a me quanto per la coscienza che dimostra di avere dei problemi generali del teatro.
    Cordiali saluti.
    Enrico Fiore

  13. Gustavo La Volpe scrive:

    Gent.mo Sig. Fiore,
    non so se si ricorda di me: mi ha recensito per un po’ di anni (devo dire sempre bene) fino al 2000 inoltrato. Poi sono venuto a Milano per questioni familiari e qui ho continuato la mia attività.
    Colgo l’occasione del suo bell’articolo per denunciare la situazione di una Napoli artisticamente avara, ingenerosa e clientelare. Dopo anni di dedizione assoluta alla città e al suo Teatro (al fianco di Mico Galdieri, Tato Russo, Renato Carpentieri, etc), il ritorno che ho ricevuto è che quando, nel 2014, mi è stato attribuito un premio al Los Angeles Web Festival come migliore attore protagonista, alla mia richiesta di rendere nota questa notizia, a mezzo stampa, un suo valentissimo collega, informato della cosa un mese dopo, mi disse che ormai “era tardi”.
    L’anno seguente incontro il vostro stimatissimo Sindaco e gli accenno, fra l’altro, che ho scritto uno spettacolo su Eduardo, circa il quale mi è stato dato il permesso di rappresentazione dal compianto Luca De Filippo. E lui, il Sindaco, mi chiede di inviargli una mail: mail che a tutt’oggi non ha avuto risposta.
    Secondo lei dove ho debuttato? Glielo dico io. A Milano. E Le scrivo questo perché conosco bene l’ambiente teatrale napoletano. Quindi, le sue belle parole (belle come sempre, d’altronde) hanno risvegliato in me quel sentimento di amarezza che è riposto in una parte del mio animo e che combatte con la nostalgia, la bellezza paesaggistica e il richiamo del sangue.
    Con immutata stima.
    Gustavo La Volpe

  14. Enrico Fiore scrive:

    Gentile Signor La Volpe,
    che dirLe? Se può consolarLa, Le ricordo quel che diceva Libero Bovio: “Napoli tutto perdona, fuorché il talento”.
    Voglia gradire i miei più cordiali saluti e tanti, affettuosi auguri.
    Enrico Fiore

  15. Sandro Dionisio scrive:

    Gentilissimo Signor Fiore,
    la sua descrizione della fame atavica di polpette dei teatranti napoletani è magistrale come tutto il suo articolo, avvincente come un racconto e limpido come l’intelligenza. Ma Lei non smette di sorprendere anche nelle risposte ai commenti alla sua nota sul festival: il riferimento al sogno “rosso” è condiviso da me e dai tanti che attendono il ritorno dei “maestri” puntuti, non a caso dimenticati da questo teatro, o… anche l’avvento di nuovi maestri che sappiano spezzare il vizio di una sudditanza, culturale nonché intestinale, rispetto agli esercizi vuoti del potere!
    Saluti, grazie per il prezioso contributo e per gli aneddoti irresistibili, a presto!
    Sandro Dionisio

  16. Enrico Fiore scrive:

    Grazie a Lei per l’attenzione che mi riserva e, soprattutto, per la fedeltà a certi ideali.
    I miei più cordiali saluti.
    Enrico Fiore

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>