Se chi interpreta Aiace fa l’interprete dei migranti nelle questure

Da sinistra, Annibale Pavone, Estelle Franco e Abraham Kouadio Narcisse in un momento di «Aiace» (le foto che illustrano l'articolo sono di Angelo Maggio)

Da sinistra, Annibale Pavone, Estelle Franco e Abraham Kouadio Narcisse in un momento di «Aiace»
(le foto che illustrano l’articolo sono di Angelo Maggio)

CASTROVILLARI – Sofocle, lo sappiamo, non ha più la fede di Eschilo, e gl’interessano, invece che le vicende di una stirpe, i drammi e i destini individuali. Ecco perché diminuisce con lui l’importanza del coro. Ecco perché, dietro la classica compostezza dei suoi versi, spasima la tensione bruciante dei conflitti – irrisolti e irrisolvibili – tra valori opposti. Insomma, Sofocle riduce il mito alla quotidianità. E di tanto l’«Aiace» costituisce una testimonianza sicura e piena: vengono subito respinte ai margini del plot le implicazioni di natura religiosa, che sono il punto di partenza della tragedia, mentre, altrettanto immediatamente, prende rilievo il giudizio, assai più concreto, indetto per decidere a chi assegnare, tra Aiace e Odisseo, le armi di Achille, caduto in battaglia. Con quel che segue: la vittoria di Odisseo e il suicidio di Aiace.
Non è un caso, allora, che circa venticinque secoli dopo Sofocle, nei primi anni Settanta, al personaggio di Aiace sia stato dedicato un poema drammatico da parte di uno dei più grandi poeti neoellenici, Yannis Ritsos: un poeta, infatti, nei cui versi, pur caratterizzati da una costante accensione lirica, le suggestioni del mito tendono strenuamente a «sporcarsi» con le urgenze della vita.
Che cosa dire, al riguardo, del passaggio dall’Odisseo di Sofocle, perso in un alto soliloquio metafisico («Noi tutti che viviamo non siamo nient’altro che ombre vuote, larve di sogni»), all’Aiace di Ritsos, impegnato, al contrario, in un molto più «terreno» battibecco con le avvilite donne di casa («Anche nell’ora dell’amore, la notte, a letto, d’improvviso / vi ricordate che avete dimenticato nel cortile le mollette del bucato / e che marciranno per l’umidità»)? O, per fare un altro esempio, della scena in cui alla Tecmessa di Sofocle, che gli rivolge vani avvertimenti moralistici («Non macchiarti di empietà!»), l’Aiace di Ritsos replica con la mesta considerazione che, forse, i fiori di campo che spuntano a primavera sulle colline i colori li prendono dalle divise dei soldati sepolti là sotto?
Ebbene, è piuttosto facile e scontato rilevare che s’aggancia a Ritsos e non a Sofocle l’«Aiace» presentato dalla compagnia Stabilemobile e dall’ex Asilo Filangieri nell’ambito della XVIII edizione della rassegna «Primavera dei Teatri». Non solo perché, e ancora non a caso, i suoi autori, Linda Dalisi e Matteo Luoni, presero parte a «Santa Estasi», l’imponente progetto di riattraversamento della tragedia greca ideato e realizzato l’anno scorso da Antonio Latella per Emilia Romagna Teatro; ma anche, e soprattutto, perché Linda Dalisi, nell’ambito di quel progetto, con il suo testo «Crisòtemi» ridiede voce alla sorella dimenticata di Ifigenia, Elettra e Oreste che, prima, solo un poemetto di Yannis Ritsos, per l’appunto, aveva destato dal buio e dal silenzio dei secoli.

Un altro momento dello spettacolo, presentato nell'ambito di «Primavera dei Teatri»

Un altro momento dello spettacolo, presentato nell’ambito di «Primavera dei Teatri»

In che cosa si traducono, simili premesse? Basterebbe a illustrarlo già la prima sequenza: che, intanto, non mette in scena, come in Sofocle, il dialogo tra Odisseo e Atena, che gli spiega come sia stata lei a determinare la follia di Aiace, spingendolo a massacrare il bestiame nella convinzione che si trattasse degli Achei, ma direttamente lo scontro fra gli stessi Odisseo e Aiace. E per giunta, all’aulico discorso rivolto dal primo ai vari Nestore, Agamennone e Menelao il secondo replica applaudendo sarcasticamente e osservando ironico: «Sei bravo. Mi hai commosso. In che scuola hai studiato? Dici che potrei farla anch’io? Diventare un vero attore, come te…». Per poi precisare: «Io non ho bisogno di tante parole. No. Noi siamo gente di terra e di mare. Gente spada in mano, grida nella mischia».
Non solo. Con decisione non minore la Dalisi e Luoni si spingono addirittura sul terreno del più spudorato avanspettacolo: per esempio, quando Tecmessa racconta a Odisseo la barzelletta del tizio che va da un medico e dice: «Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina!» e il dottore gli domanda: «Perché non lo interna?» e quello risponde: «E poi a me le uova chi me le fa?». Non significa, questo, riprendere e spingere oltre la demitizzazione, tanto scherzosa quanto sacrosanta, praticata con chiarissimi intenti «politici» da Ritsos?
Si collegano a tanto, quindi, l’eliminazione del coro, col che il plot scende, per l’appunto, al livello di conflitti individuali, e specialmente il fatto che il ruolo di Aiace viene affidato ad Abraham Kouadio Narcisse, che non è un attore professionista ma, in compenso, parla diverse lingue africane e ne è interprete nelle questure. Con ciò – visto che nel corso dello spettacolo il bambara di Narcisse si mescola con il francese di Estelle Franco e l’italiano di Annibale Pavone – precipitiamo dalle nuvole vaporose che cullano l’Olimpo e dai cieli immobili e intoccabili degli Eroi sulle ben altrimenti aspre e dure e aguzze rocce della globalizzazione, perennemente battute dalla disperata speranza dei migranti.
Venendo adesso all’allestimento, la regia, firmata dalla stessa Linda Dalisi, illustra tutto questo con immagini straordinariamente allusive e pregnanti. Per esempio, la natura problematica di Aiace e la circostanza che sia prigioniero dell’ossessione di ottenere le armi di Achille vengono rese attraverso il continuo fare e disfare nodi lungo una corda. E se pure accade che Aiace lasci per qualche momento quella corda, subito si perde in una sorta di danza minima ad un tempo tribale e nevrotica. Un’altra forma di prigionia, mentre, al contrario, la natura calcolatrice di Odisseo viene resa, in maniera altrettanto icastica, attraverso le puntigliose misurazioni col metro che lui fa sui disegni proiettati su uno schermo, primi fra tutti quelli del famoso cavallo.
Verso la fine, il balletto tribal-nevrotico di Aiace si scioglie in un «numero» da rivista televisiva fra lui, Tecmessa e Odisseo. Ma poi torna ad essere tribal-nevrotico e inscritto nella dimensione della solitudine. L’appello di Tecmessa ad Aiace perché non muoia e si ricordi d’essere un padre approda solo al fatto che lui prende una matassa aggrovigliata della sua corda, la culla per un attimo come se fosse un bambino e infine va a gettarla su un altro cumulo di corda aggrovigliata.
Cito, infine, quella che mi sembra l’invenzione più illuminante: la spada su cui si getta Aiace è il proiettore dei disegni summenzionati, ciò che serve a ribadire che, in fondo, la vera prigione di Aiace consiste per l’appunto nell’essere un’immagine mitica. E non occorre, a questo punto, sprecare parole per lodare i tre ottimi interpreti in campo: i già nominati Abraham Kouadio Narcisse (Aiace), Estelle Franco (Atena e Tecmessa) e Annibale Pavone (Odisseo). Uno spettacolo da non perdere, dovunque speriamo che possa essere replicato.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

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