Una palina per il Diana, in memoria di Mariolina Mirra

Il sindaco de Magistris con Lucio Mirra e i figli Claudia, Giampiero e Guglielmo davanti alla palina con la storia del Diana

Il sindaco de Magistris con Lucio, Claudia, Giampiero e Guglielmo Mirra davanti alla palina con la storia del Diana

NAPOLI – Stamattina, alla presenza del sindaco de Magistris, è stata scoperta all’incrocio fra via Alessandro Scarlatti e via Luca Giordano una palina del Comune di Napoli con la storia del Teatro Diana, fatta realizzare in memoria della figura più rappresentativa della sala vomerese, Mariolina Mirra De Gaudio. Attorno a Lucio Mirra e ai figli Claudia, Giampiero e Guglielmo si sono stretti per l’occasione molti fra i teatranti che col Diana hanno avuto rapporti lunghi e fecondi. Per mio conto, voglio ricordare Mariolina con le stesse parole che scrissi nel 2011 in occasione della sua morte.

Sempre più spesso mi torna in mente l’ultimo verso della poesia di Eduardo «’A sagliuta»: «Chi more doppo, more overamente». Eduardo parlava della solitudine e della rassegnazione di chi si ritrova a sopravvivere «mmiez’a nu munno nuovo», pieno di gente ma senza amici. E ancora, e prepotente, s’è riaffacciato quel verso nel cervello e nel cuore, adesso che – a 69 anni, vinta da una crudele malattia – se n’è andata pure Mariolina Mirra. Perché (e stavolta davvero non si tratta della solita frase fatta) con lei scompare un altro pezzo significativo del mondo che conoscevamo e amavamo: e non parlo soltanto del mondo del teatro.
Mariolina era una figlia d’arte nel senso più autentico, alto e pieno dell’espressione: in quanto figlia del Giovanni De Gaudio che all’inizio degli anni Trenta (per l’esattezza l’inaugurazione avvenne alla presenza del principe ereditario Umberto di Savoia il 16 marzo del 1933) aprì quel teatro Diana che fu un emblema del nascente ed elegante quartiere del Vomero e da subito, infatti, prese ad ospitare i maggiori esponenti della scena ufficiale, da Zacconi alle sorelle Gramatica, dalla Borboni ad Armando Gill, da Lucy d’Albert a Beniamino Gigli, da Viviani a Totò. E sempre sotto specie di simbolo, fu sul palcoscenico del Diana che si verificò la clamorosa rottura dei rapporti fra Eduardo e il fratello Peppino.
Poi, riemerso nel ’48 dalle macerie della guerra, il Diana venne guidato a nuovi e altrettanto prestigiosi traguardi per l’appunto da Mariolina, affiancata dalla sagacia organizzativa del marito Lucio. E sul suo palcoscenico si alternarono – cito a caso, ovviamente – i vari Luigi e Luca De Filippo, Enrico Maria Salerno, Valeria Moriconi, Mariangela Melato, Vittorio Gassman, i Maggio, Giorgio Gaber, Umberto Orsini, Nino Manfredi, Aldo e Carlo Giuffré, Dario Fo, Giorgio Albertazzi, Gabriele Lavia e Monica Guerritore, Glauco Mauri, Rossella Falk, Claudia Cardinale, Anna Proclemer, Lina Sastri…
Mi fermo, l’elenco sarebbe infinito. Aggiungo solo che sempre al Diana vedemmo nel ’96 «Le ultime lune», l’addio alle scene e alla vita di Marcello Mastroianni. E a parte le ospitalità, non meno decisive furono le produzioni, varate, certo, con la supervisione tecnica e amministrativa di Lucio, ma sempre ispirate da Mariolina, sulla traccia di un gusto preciso e di un intuito e una lungimiranza rari: si va, tanto per citare solo qualche titolo, da «Pane altrui» di Turgenev a «L’amico del cuore» di Vincenzo Salemme, da «Natale in casa Cupiello» di Eduardo a «Il piacere dell’onestà» di Pirandello, da «Margherita Gautier, la signora dalle camelie» di Patroni Griffi a «Oberon» di Chiti con Pupella Maggio protagonista. E a riprova del loro livello, non poche di queste produzioni ottennero il Biglietto d’Oro, il riconoscimento destinato dall’Agis agli spettacoli italiani con il maggior numero di spettatori.
Sì, poteva essere contenta della sua creatura, che aveva aiutato a crescere e a diventare forte, la donna che, bambina, in quella lontana sera del ’48 tagliò sul palcoscenico del riaperto Diana il nastro tricolore del nuovo sipario. Ma voglio concludere con il ricordo di certe cene per pochissimi a casa dei Mirra.
Mariolina sapeva coniugare il ruolo di perfetta padrona di casa e quello d’infallibile animatrice, tanto dei convenevoli quanto delle discussioni. Penso, in particolare, a come fece da sponda allo stile, alla misura, all’elegante fusione d’accenti dispiegati da Aroldo Tieri appena una mezz’ora dopo aver smesso i panni del Lord Goring di «Un marito ideale» di Oscar Wilde; o alla sottile manovra «provocatoria» con cui spinse Alberto Lionello a fustigare la pigrizia di tanti dei suoi colleghi più giovani.
Già. Più volte, negli ultimi tempi, Mariolina mi disse: «Noi apparteniamo a un altro mondo». Era, il suo, lo stesso rimpianto di Eduardo.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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