Tolleranza e integralismo fra i templari e il Bataclan

Un momento di «Nathan!?», in scena ancora stasera nel teatro Storchi per la regia di Nicolas Stemann

Un momento di «Nathan!?», in scena ancora stasera nel teatro Storchi per la regia di Nicolas Stemann

MODENA – «A chi appartiene Dio? Strano Dio, / che appartiene a un uomo e che ha bisogno / si combatta per lui».
No, non è la considerazione di un filosofo pacifista di oggi al cospetto delle stragi compiute in nome di Allah. È la battuta che pronuncia nella prima scena del terzo atto Recha, uno dei personaggi del celebre poema drammatico in cinque atti, «Nathan il Saggio», che Gotthold Ephraim Lessing diede alle stampe nel 1779 in risposta al divieto di pubblicare altre opere di carattere teologico che gli era stato fatto dopo la sua aspra polemica contro il pastore Goetze, strenuo difensore dell’ortodossia luterana.

Gotthold Ephraim Lessing

Gotthold Ephraim Lessing

Adesso quel poema ispira lo spettacolo «Nathan!?», prodotto dal Théâtre de Vidy di Losanna per la regia di Nicolas Stemann e presentato allo Storchi in esclusiva italiana, per soli due giorni (è in scena ancora stasera), nell’ambito della programmazione internazionale di Emilia Romagna Teatro. E i punti esclamativo e interrogativo che compaiono nel titolo stanno a significare da un lato l’ammirazione di fronte all’eclatante attualità del capolavoro di Lessing e dall’altro la domanda che bisogna porsi circa l’interpretazione da darne, per l’appunto, ai nostri giorni.
La risposta viene dall’interazione che si stabilisce – questa l’idea forte su cui è fondato lo spettacolo – fra «Nathan il Saggio» e due testi, «Crassier» (si può tradurre «Cumulo di rifiuti») e «Bataclan», commissionati per l’occasione a Elfriede Jelinek, il Premio Nobel per la letteratura del 2004 con la quale Stemann, regista tedesco men che cinquantenne, lavora ormai da più di dieci anni. Ed esaminiamoli, allora, il poema drammatico di Lessing e le integrazioni che vi ha apportato la Jelinek.

Elfriede Jelinek

Elfriede Jelinek

Il personaggio che dà il titolo all’opera di Lessing è un ebreo unanimemente considerato saggio non meno di quanto sia effettivamente ricco. E in che cosa consista la sua saggezza lo dice, non a caso, il derviscio Al-Hafi: «Ebreo, cristiano, / musulmano e parsi per lui sono / tutt’uno» (atto secondo, scena seconda). Senza contare le parole del templare Curd von Stauffen: «Quando e dove / la pia follia di avere il Dio migliore, / e di imporlo per questo al mondo intero, / ha mai mostrato un volto più feroce / di quello che adesso mostra qui?» (atto secondo, scena quinta). E senza contare la replica di Nathan: «Né voi / né io abbiamo scelto il nostro popolo. / Noi siamo il nostro popolo? Cosa vuol dire popolo? / I cristiani e gli ebrei sono cristiani / o ebrei prima che uomini?».
Si può prevedere, di conseguenza, come reagisce Nathan quando Saladino, il sultano di Gerusalemme, gl’impone di dire e di dimostrare quale sia la vera fra le tre grandi religioni monoteiste, l’ebraica, la cristiana e la musulmana.

Nicolas Stemann

Nicolas Stemann

Nathan reagisce raccontando la parabola (ripresa dalla terza novella della prima giornata del «Decameron») dell’uomo che, avendo tre figli e amandoli tutti in egual misura, si trova in grave imbarazzo quando deve decidere a chi dei tre lasciare l’anello d’inestimabile valore giunto a lui generazione dopo generazione. Allora ne fa fare due copie assolutamente uguali all’originale. E dunque, ognuno dei tre figli avrà un anello e ognuno pretenderà che sia quello vero. Sicché, nell’impossibilità di stabilire, appunto, quale dei tre anelli sia l’originale, il giudice al quale i tre fratelli si son rivolti sentenzia: «[…] il mio consiglio è questo: / accettate le cose come stanno. / Ognuno ebbe l’anello da suo padre: / ognuno sia sicuro che esso è autentico. / Vostro padre, forse, non era più disposto / a tollerare ancora in casa sua / la tirannia di un solo anello. E certo / vi amò ugualmente tutti e tre. / Non volle, infatti, umiliare due di voi / per favorirne uno. Orsù! Sforzatevi / di imitare il suo amore incorruttibile e senza pregiudizi».
Insomma, la risposta che Nathan dà a Saladino nella cruciale settima scena del terzo atto fa dell’opera di Lessing un’appassionata e addirittura profetica testimonianza di umanesimo universalista e di tolleranza religiosa. Tanto che Goethe non esitò a giudicare quel poema «una delle cose più alte che l’umanità abbia creato».
Parliamo, del resto, di una testimonianza che viene trasmessa simbolicamente già dalla trama, peraltro costruita, con sottile strategia, come una sorta di thriller: si scopre che Recha, la figlia adottiva di Nathan, è cristiana ed è stata battezzata, ma poi si scopre pure che è la sorella di von Stauffen e che entrambi sono figli di Assad, il fratello del sultano.
Ebbene, nei suoi due testi la Jelinek esalta il messaggio di Lessing procedendo nel solco della sottolineatura per contrasto. Il quadro che delinea è gelido come un referto autoptico, e sviluppa un ragionamento improntato a una logica implacabile: elenca le cifre delle vittime dei genocidi e degli attentati terroristici, dà voce allo sconforto («Per me la tolleranza non è umana»), desta l’eco dell’odio razzistico («Vorrei che la gente che mi dà fastidio se ne andasse, sparisse»), leva l’interrogativo dell’angoscia che oggi ci tortura («Fino a che punto possiamo essere atei prima che i padroni di Dio ci distruggano?»), richiama l’orrore di antiche superstizioni («La società sarà migliore se facciamo sacrifici umani»), riassume lapidariamente il credo jihadista («Abbiamo un Dio per il quale ci faremo uccidere, per il quale uccideremo altri») e, infine, espone con precisione matematica la «filosofia operativa» degl’infimi soldati dell’Islam integralista («Forse ci manca il sapere, visto che ci siamo fatti da soli. Ci mancano dati, numeri e altra roba. Ma ciò che non ci manca è il nostro Dio, che ci siamo fatti da soli. È l’unico Dio. Nessuno al di fuori di lui. Vi portiamo desolazione, ma vi diciamo che questa desolazione viene da Dio».

Un'altra scena di «Nathan!?»

Un’altra scena di «Nathan!?»

Ora, passando allo spettacolo, mi pare che Stemann governi con lucidità e inventiva sufficienti il corto circuito testuale fin qui descritto. E per cominciare, dati i tempi che corrono, considera «Nathan il Saggio», che aveva già messo in scena nel 2009, alla stregua di un oggetto misterioso, come un diamante trovato (giusto il titolo «Crassier») in una discarica. Tutta la parte iniziale viene recitata, nel buio quasi totale, da attori che non si vedono; e per il resto il poema di Lessing si riduce, sostanzialmente, a una lettura drammatizzata dietro i microfoni. Con l’aggiunta, contro ogni ipotesi residua di rappresentazione, del fatto che gli attori entrano ed escono dal testo, spingendosi di tanto in tanto al proscenio per spiegarne la trama e, come se non bastasse, accapigliandosi fra loro circa i suoi significati.
Il corto circuito di cui sopra scatta quando, sgombrato il palcoscenico dagli scarsi arredi (a partire dal mucchio di kalashnikov collocato a sinistra e dalla catasta di lingotti d’oro piazzata a destra), s’abbracciano il Nathan che ha appena finito di raccontare la parabola dei tre anelli e una ragazza che ha appena cominciato a dire le parole scritte dalla Jelinek. A quel punto gli attori scendono in sala e le dicono direttamente in faccia agli spettatori.
Finisce con un’anarchica sarabanda, una «grande liquidazione» (così la definisce un cartello) nel supermercato dei media: fra il templare che si scatta selfie e le facce dei vari potenti della terra. Ma poi a quelle facce si sostituiscono altrettante riproduzioni della scritta «Nous devons devons être Charlie», così come gli attori, finalmente nei debiti costumi d’epoca, riprendono a recitare il testo di Lessing. È un atto di fede nella nostra capacità di reagire e nella capacità del teatro, e dunque della parola, di essere un portato della ragione.
Certo, non tutto si tiene. Taluni passaggi sono un po’ macchinosi, taluni dei simboli disseminati da Stemann sono oscuri e, specialmente, almeno in qualche punto non è facile per chi non conosce i testi originali distinguere ciò che scrisse Lessing da ciò che adesso ha scritto Elfriede Jelinek. Ma gl’interpreti in campo (Lorry Hardel, Lara Khattabi, Mounir Margoum, Serge Martin, Elios Noël, Véronique Nordey, Laurent Papot e Lamya Regragui) sono sicuramente all’altezza del compito. E, ripeto, conta il senso complessivo dell’operazione.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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