Quel «sindaco» che diventa il Cristo dell’Ultima Cena

Da sinistra Massimiliano Gallo, Giovanni Ludeno e Francesco Di Leva in una scena de «Il sindaco del Rione Sanità» (le foto dello spettacolo e quella di Mario Martone sono di Mario Spada)

Da sinistra, Massimiliano Gallo, Giovanni Ludeno e Francesco Di Leva in una scena de «Il sindaco del Rione Sanità»
(le foto dello spettacolo e quella di Mario Martone sono di Mario Spada)

NAPOLI – L’ho scritto più volte: Mario Martone è la dimostrazione vivente del fatto che, per comprendere appieno un artista, occorre prestare attenzione al suo percorso, verificandone la coerenza. E di tanto ho trovato l’ennesima conferma in occasione dell’allestimento de «Il sindaco del Rione Sanità» che – diretto per l’appunto da Martone, al suo primo incontro con Eduardo De Filippo – la Elledieffe, il Nest e lo Stabile di Torino presentano nel Napoli Est Teatro.
Quest’allestimento viene subito dopo la messinscena da parte di Martone di «Morte di Danton», il dramma di Büchner che, come sappiamo,  verte sullo scontro fra Danton e Robespierre, ossia fra l’utopia della rivoluzione e il regime del Terrore in cui la stessa si arenò. Parliamo, dunque, dello scarto fra l’idea e la pratica. E qualcosa di molto simile prospetta «Il sindaco del Rione Sanità».
Basta considerarne, al riguardo, la battuta conclusiva, pronunciata da Fabio Della Ragione: «Fa comodo a tutti un Antonio Barracano che se ne va all’altro mondo per collasso cardiaco dopo avere speso una vita intera per limitare la catena dei reati e dei delitti. Avrebbe dovuto spenderla per allargarla. Come spenderò i miei ultimi anni. […] Io faccio il referto medico come mi detta la coscienza».

Eduardo nei panni di Antonio Barracano

Eduardo nei panni di Antonio Barracano

È la battuta decisiva: non solo perché dà conto del caso, unico nella produzione eduardiana, di un testo che (sfociando, addirittura, nell’uccisione del personaggio protagonista) rifiuta in maniera radicale la consueta ricomposizione finale dell’«ordine costituito», ma anche e soprattutto perché illumina come meglio non si sarebbe potuto il tema centrale della commedia: per l’appunto, come in «Morte di Danton», lo scontro fra l’utopia e la realtà, fra l’illusione e il disincanto.
L’utopia è quella di Antonio Barracano, convinto di poter garantire ai poveri e agli ignoranti la giustizia che mai otterrebbero dallo Stato dei ricchi e degli addottorati; e convinto, altresì, di riuscire con ciò a spezzare, sul versante dell’illegalità, la spirale perversa degli sgarri e delle vendette. Il tutto accompagnato dall’illusione che l’uomo possa riscattarsi dalla propria miseria morale. Il disincanto, invece, è quello di Fabio Della Ragione, che, dopo aver aiutato per trentacinque anni Barracano nella sua «assurda» impresa, si rende conto che l’uomo non è uomo, giacché non sa, come vorrebbe il «sindaco», capire «ch’è venuto il momento di fare marcia indietro e la fa».
Adesso lui, Fabio, che per trentacinque anni ha ricucito in segreto le pance e in segreto ha estratto proiettili da gambe, braccia e spalle per impedire l’«ufficialità» dei crimini e quindi le inevitabili ritorsioni, si rifiuta di mentire, e decide di rivelare che il «sindaco» è morto non per collasso cardiaco, ma per la coltellata tiratagli da Arturo Santaniello. Amarissima conclusione, amara, ripeto, come in nessun altro dei testi di Eduardo.

Mario Martone

Mario Martone

Del resto, fu lo stesso Eduardo che, nel corso di un’intervista del ’72 con Sergio Lori, dichiarò che questa «è una commedia simbolica, non realistica», in quanto «parte da un personaggio vivo, vero, che affonda le proprie radici nella realtà, ma poi si sgancia da essa, si divinizza, si sublimizza, per dare una precisa indicazione alla giustizia».
Si spiega così che in merito a «Il sindaco del Rione Sanità» sia nata addirittura una leggenda. Si racconta che alla «prima» arrivò in teatro il vero «sindaco» del Rione Sanità, Luigi Campoluongo. E tutti, terrorizzati, a cercare di capire quali fossero i suoi pensieri, spiando durante l’intero spettacolo il palco in cui sedeva. Ma il volto di Campoluongo rimase perfettamente impenetrabile. Poi, al termine, quel «sindaco» effettivo si presentò davanti alla porta del camerino di Eduardo, entrò e disse: «I’ ero venuto pe’ v’accidere. Ma site troppo gruosso. Ccà sta’ ‘a pistola». E in segno di sottomissione posò sul tavolino del trucco la propria rivoltella.
D’altronde, tale mélange di realismo e di simbolismo si manifesta fin dalla prima scena, quella in cui Fabio Della Ragione estrae il proiettile dalla gamba di ‘O Palummiello. E in proposito la didascalia di Eduardo è di una precisione assoluta: prima elenca con puntiglio rigoroso tutti i preparativi dell’intervento (l’alcool versato nella bacinella, i ferri chirurgici lasciati cadere nella bacinella, il fiammifero acceso per bruciare l’alcool) e poi, senza soluzione di continuità, si sposta sull’alcool «che divampa improvviso e illumina di riverbero i quattro personaggi facendo danzare sinistramente le loro lunghe ombre sulle pareti».

Francesco Di Leva e Lucienne Perreca in un'altra scena dello spettacolo

Francesco Di Leva e Lucienne Perreca in un’altra scena dello spettacolo

In breve, quei quattro (Fabio Della Ragione, Geraldina, Immacolata e Gennarino) sono, insieme, i personaggi previsti dalla trama e gli officianti di un rito nello stesso tempo salvifico e inquietante. E Mario Martone ha illustrato e sottolineato una simile ambivalenza, ovvero la compresenza nel testo di elementi realistici e di elementi simbolici, con un’intelligenza, una lucidità e un’inventiva puramente e semplicemente esemplari.
Tanto a partire dall’impianto scenografico di Carmine Guarino, che, per l’appunto, accoglie gli stilemi-cardine del testo e di pari passo li trasferisce in una dimensione altra.
Arriva davanti agli spettatori della prima fila una pedana che fuoriesce dal corpo centrale della scenografia, costituito come un vero e proprio labirinto, e ospita una gabbia in cui è rinchiuso un rottweiler, evidentemente mutuato da Munaciello e Malavita, i mastini di Antonio Barracano. Sul fondo il cancello d’ingresso dalla campagna ai piedi del Vesuvio. E tutto questo è di un grigio metallico, mentre nel terzo atto – quello che si svolge a Napoli, nella casa del «sindaco» – assumerà il colore dell’oro, per alludere, s’intende, al ben noto kitsch delle dimore camorristiche. Un kitsch ulteriormente marcato da un vistosissimo lampadario.
Non solo. Lo spettacolo comincia con un rap di Ralph P che, su una base molto «fredda», innesta versi come: «’A fatica nun ce sta’ – niente ‘e nuovo / Si custretto a ruba’ – niente ‘e nuovo / ‘A fatica ce sta’ – si t’ ‘a truove / ma nun vonno pava’ – niente ‘e nuovo / E pure mammeta te dice nun faje niente ‘e nuovo, / si t’arretire ‘e quatte tutto fatto e po’ duorme sulo / ‘A guagliona te lassa – niente ‘e nuovo / ‘O Stato fa ‘o salasso – niente ‘e nuovo / ‘O pullman nun passa – niente ‘e nuovo / e stasera me scasso! – niente ‘e nuovo».

Francesco Di Leva e Daniela Ioia

Francesco Di Leva e Daniela Ioia

Martone, poi, esalta il dato realistico, ed è un’altra invenzione capitale, anche mediante lo svolgimento a vista delle scene che nel testo di Eduardo sono soltanto raccontate: quella di ‘O Nait che spara a ‘O Palummiello e quella di Arturo Santaniello che accoltella il «sindaco». Mentre, per quanto riguarda il dato simbolico-rituale, giunge a quella che è, senz’alcun dubbio, un’autentica e vertiginosa epifania.
Qui Antonio Barracano non muore, come da copione, nella sua stanza da letto, ma seduto al centro della tavola a cui siede, fra gli altri, anche quel Vicienzo ‘O Cuozzo che prima, liberato dal debito con Pascale ‘O Nasone grazie all’intervento del «sindaco», aveva esclamato commosso fino alle lacrime «Don Antonio è ‘o pate nuosto! È ‘o pate ‘e Napule! E te vulimmo bene, Toto’… te vulimmo bene!» e adesso nega di aver assistito all’accoltellamento di Barracano da parte di Santaniello.
Insomma, Antonio Barracano, morendo seduto al centro di quella tavola, diventa la vittima sacrificale della tragedia greca esibita sull’altare; e di più, diventa il Cristo che nell’Ultima Cena si confronta con Giuda. Si poteva inverare meglio il fatto che, giusta l’affermazione di Eduardo nell’intervista citata, il «sindaco» a un certo punto «si divinizza»? L’atto ritualistico tra affiliati a un clan costituito dalla stretta di mano che Antonio Barracano prescrive a ‘O Nait e a ‘O Palummiello (e che nega a Vicienzo ‘O Cuozzo perché, tradendo, s’è messo fuori dal clan) si trasforma nell’istituzione del sacramento dell’Eucaristia, con gli affiliati al clan che, in conseguenza della scelta di Fabio Della Ragione, si trasformano a loro volta negli Apostoli che, uscendo dalla logica asfittica di quel clan, s’incaricheranno di diffondere nel mondo il verbo della dignità, nel solco del «Fate questo in memoria di me».
Qui, però, la battuta di cui sopra Fabio Della Ragione non la pronuncia. Il che, certo, rimarca l’amarezza dell’insieme. E tuttavia, contemporaneamente, è come se Martone chiedesse a ciascuno spettatore un’assunzione di responsabilità rispetto a quanto ha visto sul palcoscenico, dando lui una risposta – ovvero parlando con la sua coscienza, ciò che non hanno fatto il Santaniello e ‘O Cuozzo incalzati da Fabio – senza acquietarsi in quella fornita dal plot.
Ma mi affretto ad aggiungere che quest’allestimento de «Il sindaco del Rione Sanità» è importante ben al di là dello spettacolo in sé. È importante perché ha le sue basi concettuali ed emotive in una precisa realtà sociale, quella del quartiere «difficile» di San Giovanni in cui, per l’appunto, ha sede il Nest e di cui si porta addosso le stimmate. È stata abbassata l’età dei personaggi poiché, purtroppo, assai più giovani sono i boss della malavita oggi dominanti. E tale aura circonda gli attori qui impegnati. Sono portatori sani di un virus, forti della verità umana che, per intenderci, assolve quello di loro ch’è appena uscito dal carcere.
Bravi, bravissimi anche perché commoventi. Spicca, naturalmente, Francesco Di Leva nel ruolo di Antonio Barracano. E accanto a lui, non meno strepitosi risultano Giovanni Ludeno (Fabio Della Ragione) e Massimiliano Gallo (Arturo Santaniello). Ma vanno citati davvero tutti, senza distinzione: Daniela Ioia (Armida), Morena Di Leva (Geraldina), Mimmo Esposito (Gennarino), Salvatore Presutto (Rafiluccio Santaniello), Lucienne Perreca (Rita), Viviana Cangiano (Immacolata), Giuseppe Gaudino (Vicienzo ‘O Cuozzo), Ralph P (‘O Palummiello), Armando De Giulio (‘O Nait), Adriano Pantaleo (Catiello), Gennaro Di Colandrea (Pascale ‘O Nasone) e Daniele Baselice (Peppe Ciucciù).
Al termine dello spettacolo mi ballonzolava nel cervello lo strano pensiero che Mario Martone compie i miracoli meglio di San Gennaro: stavolta ha compiuto quello di far somigliare Eduardo a Viviani.

                                                                                                                                              Enrico Fiore

P.S. Dopo la «prima» il rottweiler è sparito. Nira – questo il nome del cane, che appartiene allo stesso Di Leva – aveva cominciato ad agitarsi, evidentemente per la presenza del pubblico. Al Teatro Gobetti di Torino, dove lo spettacolo è in programma dal 21 marzo al 2 aprile, sarà sostituito, dichiara Martone, da «due cani finti, in stile Cattelan».

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