Se le fiamme della vita divampano in un cimitero

Da sinistra, Spiro Scimone e Francesco Sframeli in un momento di «Amore», in scena fino a domenica al Nuovo

Da sinistra, Spiro Scimone e Francesco Sframeli in un momento di «Amore», in scena fino a domenica al Nuovo

NAPOLI – Da stasera a domenica sarà in scena al Nuovo lo spettacolo «Amore», vincitore di due Premi Ubu per le categorie «migliore novità drammaturgica dell’anno» e «migliore allestimento scenico». Ne ripropongo la recensione che scrissi dopo averlo visto, nel marzo dell’anno scorso, ad Arcavacata, nel Teatro Auditorium dell’Università della Calabria.

Lo dico subito. «Amore», il nuovo testo di Spiro Scimone, è letteralmente impregnato di una comicità irresistibile e che, pure, si volge senza parere a una sofferenza tanto più tragica proprio perché non dichiarata. E costituisce, dunque, una lancinante verifica dell’affermazione paradigmatica di Beckett: «Non c’è niente da esprimere, niente con cui esprimere, niente da cui esprimere, nessun potere di esprimere, nessun desiderio di esprimere, insieme con l’obbligo di esprimere».

Giulia Weber e Spiro Scimone

Giulia Weber e Spiro Scimone

Infatti, i personaggi in campo sono una Vecchietta e un Vecchietto che parlano interminabilmente di qualcosa che non esiste più e forse non è mai esistito: «da giovani», è questa la specificazione che agganciano a tutti i loro ricordi, ciò che, naturalmente, serve a rimarcare il vuoto in cui adesso galleggiano. Non a caso l’«azione» è ambientata in un cimitero. E ancora non a caso alla Vecchietta e al Vecchietto si affiancano altri due personaggi, il Comandante e il Pompiere, che sono semplicemente dei loro «doppi» o, meglio, una loro appendice ineffettuale. Sentono odore di bruciato ma non riescono a fermare le fiamme perché si sono nascoste.
Eppure, il Comandante e il Pompiere dichiarano imperterriti che le fiamme le spegneranno tutte, anche quelle nascoste, anche quelle che non si vedono. E allora si capisce che le coppie Vecchietta-Vecchietto e Comandante-Pompiere sono – per tornare a Beckett – un equivalente del Vladimiro e dell’Estragone di «Aspettando Godot». E, in particolare, materializzano l’indomita constatazione di Vladimiro: «Non siamo dei santi, ma siamo venuti all’appuntamento».
Insomma, «Amore» è un testo tanto scorrevole quanto impegnativo, tanto leggero quanto profondo, tanto giocoso quanto potente. E per fermarci su quest’ultima ambivalenza, il gioco s’identifica col nonsense paradossale alla Ionesco (vedi, poniamo, il fatto che la Vecchietta e il Vecchietto affermano che il viaggio che gli piaceva di più era quello sulla neve e subito dopo aggiungono che la neve non gli è mai piaciuta), mentre a dire della non comune potenza qui dispiegata basta la frase che arriva alla fine e, perciò, risulta collocata in posizione fortemente icastica: «Riscaldiamoci fino al silenzio».

Francesco Sframeli e Gianluca Cesale

Francesco Sframeli e Gianluca Cesale

È una battuta bellissima, una delle più belle che abbia mai sentito nei cinquant’anni che ho speso a teatro. E credo, davvero, che rappresenti non solo una riscrittura acuta ma anche una formidabile reinvenzione del paradigma di Beckett citato all’inizio. Così come i «doppi» costituiti dalle coppie Vecchietta-Vecchietto e Comandante-Pompiere rappresentano una non meno vertiginosa reinvenzione della Solange e della Claire protagoniste de «Le serve» di Genet: le sorelle delle quali, nel fondamentale saggio «Santo Genet, commediante e martire», Jean-Paul Sartre dice che «[…] ciascuna di esse non vede nell’altra che se stessa distante da sé».
Una solitudine ontologica, quindi, avviluppa nelle sue spire questi personaggi di Scimone. E a tanto si collega l’intelligente ed efficacissima regia di Francesco Sframeli: che, in pari tempo, sottolinea il dato della comicità sostituendo all’autopompa un carrello del supermercato e moltiplica quello dell’angoscia esistenziale facendo compiere al carrello in questione nevrotici e inconcludenti giri intorno alle due (metaforiche e polifunzionali) tombe poste al centro della stilizzata scena di Lino Fiorito.
Infine, la straordinaria recitazione degl’intepreti: gli stessi Spiro Scimone (il Vecchietto) e Francesco Sframeli (il Comandante), Giulia Weber (la Vecchietta) e Gianluca Cesale (il Pompiere). Danno luogo a un realismo che continuamente si nega nel ritmo lento conferito ai dialoghi: sicché questi ultimi si riducono, in fondo, a tormentati monologhi, allo stesso modo che i personaggi diventano nient’altro che ectoplasmi della vita. Di una vita che, per dirla con Campana, è «lontana» e «confusa di rumori / rauchi» ma insiste a gridare, pure «al morente sole / che insanguina le aiole».

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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