Pulcinella esumato. In una discarica, dentro la Terra dei Fuochi

Damiano Rossi in un momento di «R.A.P. Requiem A Pulcinella» (le foto che illustrano l'articolo sono di Salvatore Pastore)

Damiano Rossi in «R.A.P. Requiem A Pulcinella» (le foto che illustrano l’articolo sono di Salvatore Pastore)

NAPOLI – «Tutte vedeno / e nisciuno sape» e «Tutte vedeno / e nisciuno parla». Sono queste le battute-chiave di «R.A.P. Requiem A Pulcinella», il testo che Damiano Rossi – un allievo della «Scuola Elementare del Teatro – Conservatorio popolare per le arti della scena», ideata e diretta da Davide Iodice e ospitata dall’ex Asilo Filangieri – ha presentato al Nest nell’ambito del progetto «Quartieri di vita» varato dal Napoli Teatro Festival Italia di Ruggero Cappuccio.
Non a caso quelle battute sono collocate in posizione fortemente icastica, nella prima sequenza dell’atto unico in questione. E dico che si tratta delle battute-chiave perché il tema di fondo del testo di Rossi è un attacco – tanto feroce quanto lucido e circostanziato – contro una tradizione malintesa e, ciò ch’è peggio, puntualmente e ciecamente utilizzata come alibi consolatorio e schermo abbagliante dietro cui nascondere le realtà dolorose e degradanti che oggi scontiamo. Del resto, parliamo di un tema fin troppo esplicitamente annunciato dal titolo. E infatti il personaggio protagonista che incontriamo è un Pulcinella che viene esumato in una discarica, dentro la Terra dei Fuochi.
Di conseguenza – poiché il becchino che lo esuma si presenta anche come un «turntablist», ossia come colui che, giusta una disciplina derivante dalla cultura «hip hop», produce suoni attraverso manipolazioni sul vinile e sul mixer – la sagace strategia adottata dal giovane autore consiste nel battere in breccia la tradizione summenzionata proprio mettendola a confronto con l’attualità più viva ed evidente.
Così, le «tirate» rap che ascoltiamo nella circostanza (come, poniamo, le seguenti: «eternit / eternet / catetere ca cadette / e nun da’ retta / ‘ncopp’ ‘a pisciazza / votta ‘a segatura / e ‘ncopp’ ‘o vveleno / cresceno scarole e puparuole» e «’nu cavece ‘o pallone / ‘a cauce ‘int’ ‘e pulmone») costituiscono, lampantemente, lo specchio rivelatore in cui vanno a naufragare le pallide, fantasmatiche locuzioni (vedi l’«attenzione, battaglione») con le quali proverbialmente s’identifica, per l’appunto, la tradizione fintamente popolare presa di mira.
Dico, con questo, anche del pregio decisivo della scrittura di Damiano Rossi: l’ironia affilata, e non meno demistificante che demitizzante. Basta, in proposito, pensare a quel «mieze juorno ‘e fuoco» che scaraventa l’imputridita Terra dei Fuochi sul verde prato del romantico immaginario collettivo d’estrazione cinematografica. È un bell’esempio di sottolineatura per contrasto. E nella stessa direzione vanno, sempre per fare qualche esempio, assonanze e slittamenti di senso come: «’a sanatoria, / ‘o senatore. / L’onorevole e l’ommo ‘e onore».
Certo, s’avverte l’eco di Mimmo Borrelli. Giacché, mettiamo, appare mutuato da «Napucalisse» un passo del genere: «’a malvarosa ‘a sciantosa / ‘a zita cuntignosa / ‘o ccafè c’ ‘a posa / ‘a vavosa / ‘a tessera d’ ‘o tifoso». E su questa strada, si capisce, le digiacomiane «spingole frangese» finiscono a diventare volgari e dozzinali «spingole cinese». Ma fra Mimmo Borrelli e Damiano Rossi esiste, poi, una differenza determinante: l’invettiva di Borrelli sfocia nella poesia, mentre quella di Rossi s’incarna in una rabbia che scaturisce da una precisa rivolta di stampo politico, ovviamente nel senso alto dell’aggettivo.

Ivan Alfio Sgroi è il «turntablist»

Ivan Alfio Sgroi è il «turntablist»

È sufficiente, al riguardo, mettere a confronto la penultima quartina di «Napucalisse» («Napule: venitece vuje. / Napule: a campa’ ccà. / Napule: nun me ne fuje. / Napule: je schiatto ccà»), nonché i carezzevoli ossimori dell’ultima («Napule ‘int’a ll’anema. / Napule tumore. / Napule senz’anema. / Napule r’ammore»), e il finale di «R.A.P. Requiem A Pulcinella» («Caro ministro / hê mai visto / ‘nu muorto che cammina / senza pile ‘ncapa / cu ll’uocchie spente / da ‘e mmedicine? / ‘nt’ ‘o sanghe ‘e chi v’è vivo / facitela fa’ ‘e figlie vuoste / chesta fine».
Voglio dire, concludendo l’analisi del testo, che, d’accordo, il discorso di questo Pulcinella esumato approda a toni apocalittici, come quando osserva: «Noè secondo me / fosse stato / cchiù famoso / si avesse affunnato isso / cu tutt’ ‘a varca»; ma si esalta – riassumendo i pregi del testo medesimo a cui ho accennato – nella quartina seguente, anch’essa, e sempre non a caso, collocata in posizione fortemente icastica, stavolta verso la fine: «Scetate Caruli’ / che l’aria era doce / e mò t’abbrucia / ‘e pile dint’ ‘o naso».
Venendo adesso allo spettacolo, che naturalmente si giova della supervisione artistica di Iodice, constato innanzitutto che risulta connotato, intelligentemente ed efficacemente, da una strenua polisemanticità, che si manifesta come nel gioco delle scatole cinesi. In questo modo, per intenderci: sulla messa nera in atto si leva una croce luminosa che, manco a dirlo, sorge da un cumulo di sacchetti d’immondizia > l’immondizia contenuta in quei sacchetti, quando viene rovesciata sul palcoscenico, si rivela essere composta dai coperchi delle lattine di Coca Cola e di birra (con ciò stabilendo, dunque, l’equazione immondizia=consumismo) > la rete luccicante, fatta degli anelli a strappo di quei coperchi, diventa di volta in volta una rete da pesca quando entra nel discorso il mare, la manciata di spaghetti del Totò di «Miseria e nobiltà», il cilicio con cui i penitenti in processione si percuotono le spalle e, infine, il velo di una Madonna perduta in una siderale distanza da quel Pulcinella che le striscia ai piedi per implorare una grazia impossibile.

Tommaso Renzuto Iodice nei panni della Madonna

Tommaso Renzuto Iodice
nei panni della Madonna

Assolutamente straordinario, poi, lo stesso Damiano Rossi nel ruolo, appunto, di Pulcinella: il camiciotto bianco di prammatica sostituito da uno spolverino a brandelli fra il marrone e il grigio, una barba lunghissima che gli pende sul petto da sotto la maschera e i piedi nudi, diventa – attraverso la non meno straordinaria padronanza del corpo – un perfetto corrispettivo dello«scratch» dell’esumatore, un Ivan Alfio Sgroi altrettanto bravo già a partire dal numero di «break dance» con cui apre la rappresentazione. E addirittura commovente, per l’adesione ai personaggi e la tempestività da manuale che offre ai rari interventi che gli toccano, è l’autistico Tommaso Renzuto Iodice nei panni del guardiano del cimitero e della Madonna.
Insomma, questo spettacolo (e non so fargli un elogio migliore) compie una volta tanto il miracolo di restituire al teatro la sua naturale funzione civile e, insieme, terapeutica.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

P.S. Questa recensione costituisce, credo, la migliore risposta a quanti dicono – come mi è stato riferito – che io ce l’ho con Ruggero Cappuccio. Io non ce l’ho con nessuno. Da oltre cinquant’anni, io non esprimo giudizi basati sui miei gusti personali o sulle mie simpatie o antipatie, ma sviluppo (e adesso, tramite «Controscena», completamente gratis e a mie spese) analisi fondate sui dati di fatto, a cominciare da quello più importante che è, ovviamente, il testo. Certo, mi dividono da Cappuccio, dalla sua scrittura e dai suoi comportamenti non poche convinzioni, e sostanziali e radicate. Ma quelle convinzioni nemmeno scalfiscono, in alcun caso, la cosciente (fredda) serenità con cui valuto l’operato di Cappuccio nell’ambito del teatro. E dunque, come non ho esitato a criticare aspramente talune dichiarazioni da lui rese al momento della sua nomina a direttore del Napoli Teatro Festival Italia, così non esito a riconoscergli il merito di un progetto come «Quartieri di vita». Questo è quanto. Spero di non dover più tornare sull’argomento. E piuttosto, mi chiedo: nessuno ha niente da dire sul fatto che ieri sera il sindaco di Napoli ha fatto una fulminea apparizione al Nest, andandosene subito dopo senza sentire, nonché il dovere, il semplice bisogno di vedere lo spettacolo di cui sopra?

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