Si accende con Slava una festa accarezzata da fiocchi di poesia

Un momento di «Slava's Snowshow», in scena al Bellini fino all'8 gennaio

Un momento di «Slava’s Snowshow», in scena al Bellini fino all’8 gennaio

NAPOLI – È tornato al Bellini «Slava’s Snowshow», lo spettacolo di Slava Polunin diventato, ormai, un vero e proprio «cult». E poiché si presenta immutato, ne ripropongo più o meno integralmente la recensione che scrissi nel marzo del 2011, quando venne per la prima volta a Napoli e sempre al Bellini.

Asisyai, l’ormai celeberrimo clown inventato da Slava Polunin, somiglia un po’ a un pinguino e un po’ a un koala. Ma, giallo com’è e muovendosi come si muove, somiglia specialmente a un pulcino. E dunque somiglia a Pulcinella, che infatti si muove come la gallina: la gallina che, per antica tradizione, è un simbolo dell’oltretomba, al pari di Pulcinella che, tecnicamente parlando, è una «maschera anima di morto».
Si capisce, allora, perché Slava dica che il suo «è un teatro ricco di speranze e sogni, di desideri e nostalgie, di mancanze e disillusioni». E proprio questo s’incarna nel leggendario spettacolo, «Slava’s Snowshow», che il grande artista russo presenta al Bellini: basta pensare al «numero», intriso di tenera e smarrita poesia, in cui Slava, infilando un braccio in una delle sue maniche, trasforma un cappotto appeso all’attaccapanni in un proprio «doppio», una compagna che in qualche modo appronti un argine alla solitudine.

Asysiai, il celebre personaggio creato da Slava Polunin

Asisyai, il celeberrimo clown creato da Slava Polunin

Insomma, il nume tutelare di «Slava’s Snowshow» è quell’Hugo von Hofmannsthal che per «Il libro degli amici» dettò l’aureo aforisma: «Bisogna nascondere la profondità. Dove? Alla superficie». Giacché si ride, certo, quando Slava, la testa infilata nel cappio, tenta di tirare a sé la corda per impiccarsi. Ma poi si scopre che all’altro capo della corda c’è un altro cappio stretto intorno al collo di un altro clown: si scopre, cioè, che un sollievo all’infelicità può venire anche dalla consapevolezza che c’è un’infelicità uguale e legata alla nostra.
Un saldo cordone ombelicale unisce, del resto, lo spettacolo agli spettatori: di volta in volta imprigionati in una ragnatela che deborda dal palcoscenico, afferrati per i capelli dai clown che camminano in bilico sullo schienale delle poltrone, spruzzati d’acqua con ombrelli roteanti e alla fine investiti, nel fragore dei «Carmina Burana», dall’autentica tormenta scatenata da una macchina che spara loro addosso, cacciandoglieli negli occhi nei colletti nelle scarpe, infiniti pezzettini di carta bianca che fingono d’essere, per l’appunto, fiocchi di neve.
Ma segue, ancora un ossimoro salvifico, l’invito di Paolo Conte a venir via dal «mondo freddo»: e su quelle note si scatena in platea la danza di palloni multicolori di tutte le dimensioni, che la festa di grandi e piccoli fa rimbalzare gioiosi e immemori in ogni direzione. Adesso sono gli spettatori che offrono uno spettacolo ai clown di Slava, con i clown di Slava che li osservano dal palcoscenico immobili e muti, sulle labbra solo un lieve sorriso complice.
«Mais où sont les neiges d’antan?», cantava Villon: dove sono le nevi di un tempo? Ecco, possiamo ritrovarle – accompagnati per mano dal pinguino-koala-pulcino Polunin – addirittura in un teatro. E non ti lascia più, questo spettacolo. Esci, vai verso la macchina o il taxi e ti tallona la scia dei pezzettini di carta bianca che cadono imperterriti da tasche e risvolti dei pantaloni; torni a casa, ti spogli per andare a letto e dalla camicia corre a stendersi sul pavimento un tappeto degli stessi, ribaldi fiocchi di neve finti.
Forse andranno a popolare il Sonno di Di Giacomo, il Sonno che, mò ci vuole, se ne parte dall’Oriente.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

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