Un prete all’altare nella cucina di Semmolone

Arturo Cirillo in una scena di «Miseria e  nobiltà» (le foto che illustrano l'articolo sono di Marco Ghidelli)

Arturo Cirillo in una scena di «Miseria e nobiltà» (le foto che illustrano l’articolo sono di Marco Ghidelli)

NAPOLI – Sulla base della legge dell’alternanza che governa come un metronomo la vita da regista di Arturo Cirillo (lui, puntualmente, a uno spettacolo da ricordare ne fa seguire un altro da dimenticare e viceversa), mi fu facile prevedere, chiudendo esattamente due mesi or sono la recensione di un assai opinabile «Liolà», che l’allestimento successivo diretto da Cirillo sarebbe stato ottimo. E tanto è avvenuto. L’allestimento di «Miseria e nobiltà» che lo Stabile di Napoli presenta al San Ferdinando risulta notevole, sia per quanto riguarda la forma che sotto il profilo dei contenuti.
Partiamo dal monologo che Felice pronuncia sul finire del secondo atto: «E pure, che bella cosa è fa’ lo nobele. Rispettato, ossequiato da tutti… cerimonie, complimenti… È un’altra cosa, è la vera vita! Neh, lo pezzente che nce campa a fa’? Il mondo dovrebbe essere popolato di tutti nobili… Tutti signori, tutti ricchi. Pezziente no nce n’avarrieno da sta’. Eh, e si no nce starrieno pezziente, io e Pascale sarriemo muorte… Nce ha da sta’ la miseria e la ricchezza, se capisce…».

Tonino Taiuti è Felice

Tonino Taiuti è Felice

Come più volte ho avuto modo di osservare, questa, oltre ogni dubbio, è la battuta-chiave non solo di «Miseria e nobiltà», ma dell’intera opera di Scarpetta: perché costituisce la dimostrazione esaustiva di come, in don Eduardo, la scelta ideologica a favore della borghesia fosse tanto radicata da spingersi, addirittura, sino ai limiti del razzismo. E valga, in proposito, il commento autorevolissimo stilato da Benedetto Croce ne «La Critica» del giugno 1937: «[…] c’è da notare quella singolare deduzione sillogistica: la miseria non dovrebbe esistere, ma se la miseria non esistesse, io e il mio amico saremmo morti. Il povero diavolo non riesce nemmeno a immaginare che esso e il suo amico possano avere altra parte nel mondo che quella di miserabili, necessaria al mondo e che nessuno, per destinazione di natura, esercita meglio di essi».
Non a caso, del resto, in «Miseria e nobiltà», a conti fatti, chi vince – sia pure dopo aver subìto, da parte dell’autore, infinite caricature – è Gaetano Semmolone, l’ex cuoco ridicolo e ignorantissimo, sì, ma che (e questo conta!) ha i soldi e in casa del quale, dunque, i diseredati di turno dovranno andare a sottomettersi se vogliono mangiare.

Giovanni Ludeno è Pasquale

Giovanni Ludeno è Pasquale

Ebbene, Arturo Cirillo sottolinea tutto questo in una maniera che definirei perfino scientifica. Felice pronuncia la battuta citata stando – al centro, fra pentole fumanti e mestoli – dietro il piano di cottura di una gigantesca cucina che occupa l’intero spazio scenico e di cui gli altri arredi (per esempio i divani trascinati all’uopo in primo piano) finiscono a presentarsi come semplici e ininfluenti accessori. E dunque sembra, Felice, un prete sull’altare: ovvero, in concreto, una proiezione di Semmolone.
Si poteva rendere con precisione e icasticità maggiori il potere economico conquistato ed esercitato dall’ex cuoco? Infatti, Semmolone diventa qui un autentico e dispotico «deus ex machina», che con la sua voce fuori campo (e debitamente amplificata) scandisce tutti i momenti capitali della trama: dall’eclatante «din don» che sostituisce il campanello della porta d’ingresso e introduce i personaggi del padrone di casa, di Pasquale e di Felice alla paternalistica «benedizione» con cui – proprio un «ite, missa est» – sancisce il lieto fine.
Ancora non a caso, d’altronde, la celeberrima scena degli spaghetti cacciati in bocca a manciate – una dichiarata citazione dal film di Mattoli con Totò – viene ridotta a una pantomima che si sviluppa al rallentatore proprio mentre dietro un velatino compare la gigantesca cucina di Semmolone: in breve, è come se quella scena si svolgesse nella mente dello stesso Semmolone, sotto specie di una sadica pregustazione dei pranzi «politici» con i quali lui, a casa sua, catturerà i finti nobili.

Milvia Marigliano è Luisella

Milvia Marigliano è Luisella

Per il resto, in più, s’accampa un gustoso mélange dell’omaggio alla tradizione (i «lu» e i «li» ripescati dal testo originale di Scarpetta al posto dei moderni «’o» ed «’e») e degli effetti comici determinati, intelligentemente, attraverso la sottolineatura per contrasto (vedi il fatto che la lamentosa battuta «I’ tengo famma, i’ tengo famma!» viene affidata a una Pupella oltremodo bene in carne).
S’intende, poi, che molti dei meriti dello spettacolo sono da attribuire anche all’eccellente compagnia in azione: nei ruoli principali, allo stesso Arturo Cirillo, un Semmolone sapientemente stilizzato, s’affiancano un Tonino Taiuti e un Giovanni Ludeno che, rispettivamente, inscrivono Felice e Pasquale nell’irresistibile espressività della più genuina farsa nostrana; senza contare quella Milvia Marigliano che, nei panni di Luisella, mi sembra – non me ne vogliano gli altri – la migliore di tutti: la sua risata chioccia, intinta nel veleno, s’impone come sigla di una capacità interpretativa che fa di lei (se non l’ho già scritto, provvedo ora) una delle migliori attrici oggi in circolazione.
Fra i comprimari si distinguono Rosario Giglio (Giacchino Castiello e il marchese Favetti), Gino De Luca (Luigino e Vicienzo) e, nel ruolo di Pupella, una Viviana Cangiano tanto simpatica quanto brava. Alla «prima» successo pieno, con molte risate e applausi calorosi. In sintesi, uno spettacolo che può legittimamente ambire al titolo (e all’effettiva consistenza, come acquisto) di regalo per le feste.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

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2 risposte a Un prete all’altare nella cucina di Semmolone

  1. Gabriele Riegler scrive:

    Questo scorcio di anno ha regalato due allestimenti superbi tra ” Il giuoco delle parti” e “Miseria e nobiltà”. Per il primo – contrariamente al solito, e tu hai ragione – il programma di sala è stato fondamentale per comprendere ed apprezzare l’operazione registica, dovuta soprattutto a Orsini più che al regista formale. Per il secondo, rendere così piacevole e significativo (oltre due ore trascorse in un niente: pur farsa, sempre due ore sono!) un testo apparentemente banale è opera geniale. Cosa avrebbe fatto un registucolo per avere l’approvazione del pubblico: ripetere la macchietta di Totò che infila gli spaghetti in tasca!!??
    Gabriele Riegler

  2. Enrico Fiore scrive:

    Caro Gabriele,
    ancora una volta siamo, dunque, perfettamente d’accordo: non ci resta che augurarci, per il 2017, altri spettacoli del genere.
    Enrico Fiore

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