«Cabaret», quella danza sul ciglio dell’abisso

Giampiero Ingrassia è il «Maestro delle Cerimonie» (le foto che illustrano l'articolo sono di Giulia Marangoni)

Giampiero Ingrassia è il «Maestro delle Cerimonie» (le foto che illustrano l’articolo sono di Giulia Marangoni)

NAPOLI – È in scena all’Augusteo la terza edizione del musical «Cabaret» prodotta dalla Compagnia della Rancia per la regia di Saverio Marconi. E io non posso non ricordare la prima, che vidi al Politeama Giacosa nel 1993: perché occorre sottolineare a dovere che tanta fedeltà allo spettacolo in questione deriva dall’intento di chiamare il pubblico a una presa di coscienza e a un’assunzione di responsabilità.
Parliamo, come ognuno capisce da sé, di un intento davvero raro nell’ambiente teatrale dei nostri giorni. E dunque ha ragione, Marconi, a scrivere nelle sue note: «In tanti anni il mondo, fuori e dentro i teatri, è cambiato. Ma c’è una cosa che non è cambiata, e credo che questo sia un tema che non muore mai: l’indifferenza della gente, che non si occupa, o preoccupa, di quello che le succede intorno se non ne viene toccata direttamente. Allora nacque il nazismo, oggi cosa nascerà?».
Infatti, «Cabaret» rappresenta una significativa eccezione rispetto a un genere, appunto il musical, ch’è per solito sinonimo di evasione, di spensieratezza e di effimero. Qui domina l’ambivalenza: giacché si fondono un’esplosione d’allegria e ritmi grazie alle musiche di John Kander e alle celeberrime canzoni di Fred Ebb (da «Willkommen» a «Life is a cabaret») e – in virtù del libretto di Joe Masteroff, basato sulla commedia di John van Druten «I’m a Camera» e sul racconto di Christopher Isherwood «Addio a Berlino» – uno «spaccato» dell’inquietudine che serpeggiava in Germania (e nel mondo) negli anni immediatamente precedenti l’ascesa del terzo Reich.

Giulia Ottonello è Sally Bowles

Giulia Ottonello è Sally Bowles

Non trovo di meglio, allora, che ripetere la frase riassuntiva che scrissi ventitré anni fa: i frenetici «numeri» offerti dalle ballerine del Kit Kat Klub sono una vera e propria danza sul ciglio dell’abisso. E non a caso, del resto, finirà per risultare del tutto «impraticabile» la storia d’amore fra Sally Bowles, l’indiscussa e «disponibile» star di quel locale, e Cliff Bradshaw, lo scrittore americano (nel film di Bob Fosse ricavato dal musical era uno studente insegnante d’inglese) perennemente a corto d’ispirazione e di quattrini: lei abortirà, preferendo tornare ai fumi oppiacei del Kit Kat Klub, e lui partirà verso un destino che promette soltanto solitudine e angoscia.
Ebbene, in questa sua terza versione di «Cabaret» Saverio Marconi accentua – e ad un tempo con intelligenza e partecipazione emotiva – il riferimento allo «spaccato» di cui sopra. E lo fa attraverso una trama fittissima di segni tanto forti quanto precisi, a partire già dalla sequenza iniziale: si sente un breve rumore, che potrebb’essere quello di un colpo di pistola o di fucile, e la scritta «Cabaret» disegnata con le lampadine accese crolla e resta appesa di sghimbescio, come ad avvertirci, prima di cominciare, che sullo spettacolo, raffazzonato alla men peggio, graverà costantemente un clima di minaccia e di pericolo.

Altea Russo (Fräulein Schneider) e Michele Renzullo (Herr Schultz)

Il ballo fra Altea Russo, che è Fräulein Schneider, e Michele Renzullo, nel ruolo dell’ebreo Herr Schultz

Di conseguenza, compare adesso, al posto della Berlino espressionistica che nella prima edizione del musical citava i disegni di Grosz, un palcoscenico polveroso, con i tiranti a vista e un sipario che pende storto. E il sipario del Kit Kat Klub è solo un panno attaccato a una fune. E il «Maestro delle Cerimonie», l’ambiguo personaggio che introduce ai piaceri trasgressivi in vendita nel locale, indossa un logoro frac verdastro, quasi la pelle d’un serpente, e appare come un incrocio fra Joker, il Corvo e il cantante dei Kiss Gene Simmons. E c’è negli sguardi e nei gesti una sessualità degradata, che infatti si esibisce fino all’osceno.
Un simile paradigma di allusioni, poi, si condensa (e si esalta in maniera ancora più drammatica) nella sconvolgente sequenza finale: quattro pareti si sollevano dal tavolato e si assemblano in modo da formare uno dei famigerati vagoni piombati dei nazisti. E ci vengono rinchiusi, ognuno con la stella di Davide attaccata sul petto, tutti indistintamente i personaggi dello spettacolo, trascinati, ormai, fuori dalla finzione e dall’intrattenimento.
A questo punto, è superfluo rilevare la funzionalità delle scene di Gabriele Moreschi e dello stesso Marconi, dei costumi di Carla Accoramboni e delle coreografie di Gillian Bruce. Così come è scontato sottolineare la bravura dei protagonisti Giampiero Ingrassia (il Maestro delle Cerimonie) e di Giulia Ottonello (Sally Bowles), ben affiancati fra gli altri da Alessandro Di Giulio (Cliff Bradshaw), Altea Russo (Fräulein Schneider) e Michele Renzullo (Herr Schultz). Il «Cabaret» che presenta la Compagnia della Rancia risulta uno spettacolo non solo bello in sé, ma anche e soprattutto importante per ciò che dice al di là di sé. E perfettamente giustificati sono, quindi, gli applausi convinti che lo salutano al termine.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

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