Salemme e la rivolta
del «tronchetto
della felicità»

 

Vincenzo Salemme in «Sogni e bisogni»

Vincenzo Salemme in «Sogni e bisogni»

Che succede se l’attributo maschile per antonomasia, nella circostanza chiamato «tronchetto della felicità», decide di staccarsi dal corpo del suo legittimo proprietario, l’ometto Rocco Pellecchia che ha ormai smarrito tanto la fantasia quanto i desideri? Succede quel che possiamo constatare nella commedia, «Sogni e bisogni», scritta, diretta e interpretata da Vincenzo Salemme e tornata al Diana a quattordici anni dalla sua prima edizione.
Ecco, basterebbe questa breve introduzione a significare che ci troviamo di fronte a qualcosa di molto diverso dai soliti prodotti che propina il teatro cosiddetto «leggero». Qui si ride (e parecchio), ma in maniera intelligente: perché quella messa in campo da Salemme è una comicità non aliena dai contenuti, e questi, a loro volta, sono desunti – insieme con le forme e i ritmi dello spettacolo – dalla tradizione drammaturgica più solida, e non solo napoletana.
Nel merito dei contenuti, penso, poniamo, a Pirandello, chiamato in causa dalla maschera (lo rende invisibile, e quindi ne cancella o nasconde l’identità) indossata a tratti dal «tronchetto della felicità»; e, per ciò che concerne le forme e i ritmi, agli espedienti più accorsati della farsa, del varietà e dell’avanspettacolo nostrani, come gli equivoci indotti dallo scambio di parole e di nomi.
Per esempio, a proposito dei nomi, accade che si confonda il re magio Melchiorre con il manager Marchionne. E l’esempio serve, peraltro, a indicare gli aggiustamenti in chiave d’attualità condotti da Salemme sul testo originario. Ne fa fede anche il «rifiuto l’offerta e vado avanti» che tira in ballo, con un pizzico di sarcasmo, i riti consumistici della premiopoli televisiva odierna.
Né mancano le frecciate demistificanti indirizzate contro ciò che della tradizione scenica partenopea rappresenta il versante retorico o addirittura reazionario: vedi, sempre a titolo d’esempio, l’accenno alla sceneggiata tramite il fatidico «Zappatore». E il resto, s’intende, è affidato alla straripante bravura e alla non meno decisiva simpatia del mattatore, un Vincenzo Salemme (il «tronchetto») al meglio delle capacità tecniche ed espressive soprattutto quando si lancia nelle sue irresistibili tirate a rotta di collo.
Lo affiancano compagni perfettamente all’altezza del compito, fra i quali son da citare almeno Andrea Di Maria (Rocco Pellecchia), Antonio Guerriero (l’ispettore Savarese) e Susy Del Giudice (la signora Maria). Divertimento ad oltranza. E poi il finale che invita a riscoprire il senso di responsabilità, dal momento che siamo solo «stelle cadenti».

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 19 febbraio 2015)

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