Peppe Barra diventa il «doppio» di Basile

 

Peppe Barra in «Sogno di una notte incantata»

Peppe Barra in «Sogno di una notte incantata»

«Sogno di una notte incantata», lo spettacolo che Peppe Barra presenta al Delle Palme, si muove sulla pista aperta da «Peppe Barra racconta», dato due anni fa nello stesso teatro. La differenza è che, mentre in «Peppe Barra racconta» non c’era nemmeno una delle celeberrime fiabe di Basile, al quale ci si riferiva solo indirettamente, qui – nel testo elaborato dal mattatore insieme col regista Fabrizio Bancale – da «Lo Cunto de li Cunti» ne vengono estrapolate ben quattro: «I sette palombelli», che fa da filo conduttore dell’intero allestimento, «Vardiello», «La papera» e «Viola».
Ma, ben oltre la cronaca, occorre subito aggiungere che Peppe Barra fa molto più che rendere con la consueta, straordinaria perizia tecnica ed espressiva il tessuto narrativo delle fiabe citate: in breve, dall’inizio alla fine richiama Basile come se fosse un autentico proprio «doppio», adottando con una mimesi che ha del miracoloso – e, s’intende, reinventandole su un piano squisitamente teatrale – tutte le caratteristiche decisive del suo capolavoro: i processi di metamorfosi, lo sperimentalismo linguistico e, specialmente, la scrittura di tipo anfibologico (che, cioè, si presta a una doppia interpretazione).
Ancora una volta ritorna, insomma, il Peppe Barra prezioso, l’infaticabile rabdomante delle più varie esperienze. E s’ammanta, nella circostanza, di atmosfere magiche e, per l’appunto, sognanti. È il viandante della canzone di Patrizio Trampetti che non a caso esegue per prima: «’O viandante conta ll’ore / tene ‘o cielo pe’ patrone / cu ‘nu libro antico ‘mmano / fa ‘nu giro attuorno ‘o sole».
Così, accade che Peppe passi continuamente, e sempre con sapienza inarrivabile, dallo stato di narratore in piedi dietro il leggìo (ovvero dall’«ufficialità» passiva) al ruolo d’interprete a tutto campo (ovvero all’imprevedibile e, giusto, metamorfica inventività). Il che lo conduce, tanto per fare solo un esempio, a calarsi d’improvviso e con disinvoltura assoluta nelle vesti della vecchina incontrata nel bosco da Gianna, la fanciulla che va in cerca dei suoi sette fratelli, o della madre dell’ingenuo Vardiello che tenta affari con una statua. Salvo, di nuovo uno scarto, baccagliare con i musicisti che si son lanciati a commentare con un incongruo cha cha cha quelle storie seicentesche.
Molto brava anche la «spalla» Teresa Del Vecchio. E infine, l’ultimo brivido: l’elegia dell’orologio che scandisce il tempo che passa e si porta via il mondo. Ma resta, l’avete capito, l’eternità della poesia.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 17 febbraio 2015)

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