Torna Giovanna d’Arco. È femminista, anoressica e lesbica

Valentina Valsania nei panni di Giovanna d'Arco (foto di Angelo Maggio)

Valentina Valsania nei panni di Giovanna d’Arco (foto di Angelo Maggio)

CASTROVILLARI – Per Christine de Pisan («Le dittié de Jeanne d’Arc») è la salvatrice della Francia e il simbolo della femminilità eroica che si leva a onorare gl’ideali dello spirito cavalleresco. Per Shakespeare («Henry VI») è la strega e la prostituta codificate dalla polemica tradizione inglese. Per Robert Southey («Joan of Arc») è il simbolo di virtù civiche, tutte laiche e terrene, considerate in rapporto ai princìpi che poi ispirarono la Rivoluzione Francese. Per Schiller («Die Jungfrau von Orléans») è una mite e innocente pastorella trasformata per volontà soprannaturale in una guerriera crudele e spietata. Per Tomas de Quincey («Joan of Arc») è una visionaria ad un tempo sfolgorante e patetica. Per Péguy («Jeanne d’Arc», «Le Mystère de la charité de Jeanne d’Arc», «La tapisserie de Sainte-Geneviève et de Jeanne d’Arc») è l’emblema del misticismo cattolico. Per George Bernard Shaw («Saint Joan») è l’antesignana della concezione unitaria e nazionalistica dello Stato e della dottrina protestante circa il rapporto diretto fra Dio e l’uomo…
Sono alcune delle più sintomatiche incarnazioni letterarie e teatrali di Giovanna d’Arco, senza contare i tre testi («Santa Giovanna dei Macelli», «Le visioni di Simone Machard» e «Il processo di Giovanna d’Arco a Rouen») che le dedicò Brecht. E senza contare, a titolo di ultimo esempio, che Monica Guerritore, in un suo spettacolo del 2007, fece della Pulzella d’Orléans una sorella carnale di Che Guevara, Martin Luther King e Don Chisciotte, finendo per apparentarla, addirittura, al ragazzo di piazza Tien An Men.
Ma per Carolyn Gage – l’autrice di «Giovanna d’Arco – La rivolta», il testo che, allestito dalla compagnia Hermit Crab, ha aperto in «prima» nazionale la XVII edizione del festival «Primavera dei Teatri» – la leggendaria Pulzella è puramente e semplicemente una femminista arrabbiata, e per giunta anoressica, lesbica e atea. Spesso utilizzando un microfono montato su un’asta che lei punta contro gli spettatori a mo’ di fucile, spara sentenze come (cito dalla traduzione di Edy Quaggio) le seguenti: «Il problema vero per la civiltà è quando una donna decide di inventare le proprie voci e poi decide anche di crederci», «Non c’è uomo sulla terra che possa sbarrare la strada a una donna convinta che le sue azioni siano giuste», «Sento tanti discorsi sulle donne che perdonano gli uomini. Io a questo non credo proprio. Non c’è una cosa chiamata perdono». E la conclusione è che «Dio Padre è una bugia».
Insomma, un manifesto che più manifesto non potrebb’essere. E, peggio, un muro impenetrabile di proclami sciorinati con una sicumera che spesso diventa, né più né meno, tracotanza settaria. Mentre i due registi, Luchino Giordana ed Ester Tatangelo, aggiungono rabbia a rabbia proponendo rispettivamente, nelle loro note, affermazioni come «La Giovanna di Carolyn Gage ci pone di fronte una figura di confine, irrisolta, che pur dando voce incessantemente, non aspira a un dialogo o ad un compromesso» e «Odiare comporta forza, costanza, memoria. Odiare è una disciplina». Salvo, poi, impantanarsi in un allestimento assolutamente datato e scontato: tubi di neon che s’accendono ad intermittenza, brani recitati al buio con una torcia elettrica piantata negli occhi del pubblico, gelatine «stranianti» applicate dall’attrice protagonista (la peraltro bravissima Valentina Valsania) al proiettore piazzato in alto al centro della scena e, persino, dosi massicce di lampada stroboscopica.
Ora, volete sapere che cosa c’è dietro il furore di Carolyn Gage? Ce lo dice lei stessa nell’introduzione al testo: «”Giovanna d’Arco – La rivolta” è stato il testo del mio “coming out”. L’ho scritto nel 1987, poco dopo essermi dichiarata lesbica, dopo la fine del mio matrimonio, dopo essere stata costretta a lasciare la mia chiesa, dopo aver risanato i miei ricordi di abusi infantili ed essermi separata dalla mia famiglia, mentre cominciavo a sentirmi una drammaturga professionista. Nello stesso periodo, ero stata coinvolta in una causa ad alto profilo contro una grande istituzione statale, nella quale io ero un informatore. Dopo aver respinto un’offerta di patteggiamento, il procuratore generale dello Stato aveva alzato il tiro e io mi ero ritrovata ad essere il bersaglio di una moderna caccia alle streghe».
Avete capito? Non si tratta di Giovanna d’Arco, ma di Carolyn Gage. Non si tratta di un’ipotesi interpretativa (legittima come tutte le ipotesi) circa il personaggio, quant’altri mai complesso, della Pulzella d’Orléans, ma della sovrapposizione, quant’altre mai scoperta e tendenziosa, di dati autobiografici dell’autrice alla biografia del suo personaggio. Ed è un’operazione francamente inammissibile e insopportabile, comunque non degna di un festival che si fregia del sottotitolo «nuovi linguaggi della scena contemporanea».

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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2 risposte a Torna Giovanna d’Arco. È femminista, anoressica e lesbica

  1. Luchino Giordana scrive:

    Quanta superficialità e quanto grossolano rancore nella sua critica. Quanta sentenziosità (quella che lei imputa alla Gage!) e quanta mancanza di curiosità, per una figura irrisolta che lei ci tiene a giudicare moralmente ma che, prima di tutto, non capisce umanamente.
    Il suo paternalismo è strabordante e i suoi ipocriti espedienti per ottenere il copione, dopo la replica, insieme all’uso capzioso di pezzi delle nostre note per comporre il suo “sermone” mi lasciano sconcertato per la sua immaturità.
    Avremmo voluto un dialogo costruttivo, anche aspro, ma lei ha preferito chiudersi nelle sue piccole certezze e sentenziare. D’altronde non ci si illude tutti di poterlo fare? Che aspirazione sciocca! Spero che il tempo le dia più saggezza, che poco ha che fare con l’erudizione… La saluto.
    Luchino Giordana

  2. Enrico Fiore scrive:

    Pubblico questo “commento” – che in realtà si riduce a una serie d’insulti nevrotici che fanno esattamente il paio con la nevrosi autobiografica manifestata nel suo testo dalla Gage – perché sono una persona democratica e, soprattutto, perché esso costituisce la migliore e più esaustiva dimostrazione che quanto ho scritto è giusto. Mi limito a rispondere che sono tanto “superficiale”, che provo tanto “grossolano rancore”, che sono tanto “sentenzioso”, che sono tanto “paternalista”, che sono tanto “capzioso” da aver dedicato allo spettacolo in questione e a chi l’ha realizzato una recensione di ben 84 (ottantaquattro) righe di sessanta battute ciascuna, ciò che, mi permetto di presumere, il signor Giordana non ha mai ottenuto in precedenza e non otterrà più in avvenire. E sempre in ossequio al rispetto per chi ha realizzato lo spettacolo in questione (e per l’autrice, naturalmente) ho chiesto il copione, allo scopo di non commettere errori nel citarne le battute. E l’ho semplicemente chiesto, quel copione, al termine della “prima” (non della “replica”, che non c’è mai stata), senza mettere in atto alcuno dei misteriosi “ipocriti espedienti” di cui ciancia il mio interlocutore. Infine, data la mia età, è probabile che io non abbia davanti a me molto tempo per diventare “più saggio”, mentre è certo che Lei, signor Giordana, ne ha parecchio per diventare meno presuntuoso.
    La saluto anch’io.
    Enrico Fiore

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