Mimmo Borrelli tra rabbia e passione, in nome del teatro

Mimmo Borrelli in un momento di «Malacrescita», dato al Piccolo di Milano

Mimmo Borrelli in un momento di «Malacrescita», dato al Piccolo di Milano

In riferimento alla mia recensione di «Sanghenapule», Mimmo Borrelli mi ha inviato il seguente scritto, che, ovviamente, pubblico assai volentieri. L’ho lasciato così com’era, compresi gli errori di battitura e punteggiatura dovuti, in tutta evidenza, al fatto ch’è stato partorito di getto, secondo la natura vulcanica di Mimmo. È un suo ritratto, insomma; e dice non poche e non tranquillizzanti verità. Mi auguro che chi frequenta questo sito lo apprezzi per il valore di testimonianza (anche civile) che esprime. (E.F.) 

«Napoli è una citta tanto violenta,
tanto infame, quanto incredibilmente
fraterna per chi si accontenta,
tant’egoista nella fortuna, ridente
quanto solidale, generosa cu premura
nella più scalognata comune sciagura.
L’apocalisse nel partenopeo
è insita p’ ’a mancanza ’i nu penziero:
quello del futuro, che come un neo
è tatuato e fatto priggiuniero.
Vive unicamente alla giornata
nell’arrangarsi accire p’ ’a campata.
Nessun popolo sulla terra forse ha maje
sufferto comme ’u popolo napulegno.
Soffre na schiavitù schiava r’ ’i guaje
’i vinte secule ’i bagarie d’interregno.
Poiché la sconfitta in fondo c’accomune.
Pecché siamme na chiorma ’i zinghere ll’une
cu ll’ate aggruvigliate, nu popolo verme
che da nomade a stanziato e ferme
recita la parte ’i un popolo fiero,
ma che sape ’i esse sperzo p’ ’u sentiero.
Recitiamo il riso pe cupri’ ’u magone ’mpiette.
Recitiamo il dolore per esorcizzarne ll’effette.
C’allamentiamo mentre ce scannamme
’nta na guerra ’i muorte, muort’ ’i famma
senza sape’ né il movente, né ’a cundanne,
senza più futuro, senza manco ’a famme!!
P’ave’ ’a sensazione, almeno ’a spocchia
pe’ nu secondo ’i non essere sapute:
dei poveracci, ma dei figli ’i ntrocchia!!
’I essere gente deritta e maje falluta,
’i nunn’esse accise, ammazzati, ma assassine!!
Di non essere dei fessi, ma furbi, e caine!
Fottere ’u prossimo pure pe’ ciento lire
e ’u pataterno ’a rentiera mentre rire.
Siamo solidali solo nella sconfitta
della vittoria invidiosi e afflitte
un popolo ormai stanco e dormiente
pecché l’hanno acciso sempe pe’ senza niente.
A Napoli è sempre meglio ca c’ ’a faje
cu nu sotterfugio, na sisalla n’abbuso.
È sempe meglio campa’, sempe si allaje
sciorta e ingegno, truvanne ’u pertuso
della fregatura, allora sulo tanno,
sei rispettato: si aggisce cu bramiggie,
si ’rruobbe, ma ’u nicessario, sanza danno
si faje ’u furbo cu ’i ghiuoche ’i prestiggie,
che vivere con i calle spaccate r’ ’a dignità.
Pecché saciarraje sempe fesso e cuntento,
ma sempe nu fesso cu ’a rivalsa ’i ll’onestà,
sulo quanne muore atterrato ’u campusanto,
cu ’i sorde ’ncopp’a ll’uocchie p’ ’u Caronte,
ricunisciarranno a stiento ca ire nu santo,
nu brav’ommo faticatore scritto ’mbronte.

La mia città piange per non aver speranza…
sorride per non aver rancore
distrugge per collera e onore
ironizza per coprire ogni istanza
e le ingiustizie subite a tutte ll’ore
urla nell’inciucio di una stanza
perdona il male sempre c’ ’u sapore…
di essere uniti da un destino morto
lottare senza legge e dalla parte del torto
Chesta è la Napoli ossimorica latente…
la contraddizione di un popolo vinto
dall’arrangiarsi suddito e obbediente
pecché diviso dal coraggio e dall’istinto…

Era doveroso per me affrontare Napoli, di nuovo nella sua contraddizione e nella sua metafora del sangue che accoglie e scioglie le omertose paure di un popolo stanco di essere vinto, furente di essere allo sbando del capoclan o Masaniello di turno. In tanti mi hanno invitato, tra cui anche Enrico spesso, mi hanno spesso invitato ad ampliare un mio pensiero sulle sorti della nostra città, oltre i miei versi e la scena, attraverso quali da anni, in verità, denunzio la deriva della nostra Partenope seppur attraverso metafore allegorie scenografiche, personaggi monchi e derelitti, paesaggi dove l’anima si fa deserto e il grido caustica la polvere.

In questi giorni di delirante baraonda caotica, data dai successi (fortunatamente declinati da pubblico e critica) della mia ultima fatica con un “compare” di scena dalla fama straripante, tanto debordante quanto sia senz’argine la sua acutezza e fluviale passione per la città che ama e da odiato lo respinge e lo infama, trovo, tra i respiri del camerino, qualche minuto per accordare sull’inchiostro telematico del mio diario, considerazioni sporadiche forse iperboliche, appunti di tensione sul mio essere artigiano, nel chiedermi continuamente se tutto questo abbia ancora un senso. In modo sempre caparbio, inane e spesso fallace noi operai della scena spesso ci chiudiamo nell’umidità cervicale dei nostri crudi spazi di lavoro, cercando quella verità, senza più ascoltare e mettersi alla luce di una verità che è fuori e oltre le quinte e i fondali. Si percorre una strada al buio, quella del senso dell’arte della scena: e in una città come Napoli, in un momento di crisi culturale così agghiacciante, noto però che nonostante l’olocausto dei suoi figli rinnegati, il teatro non subisce tale crisi, almeno nelle acque che colmano il golfo e soprattutto al di fuori di esse, dove quegli stessi figli navigano lontani dal porto dell’Immacolatella riportando però il cuore pulsante di questa città fuori dalle proprie mura dove spesso si viene ostracizzati.

Il teatro non è in crisi. Non lo è mai stato e mai lo sarà. Specialmente a Napoli negli ultimi anni, nonostante le recenti catastrofi culturali, ho visto proliferare con continuo progressivo andamento i più grandi registi, drammaturghi (e togliete me dall’elenco) e attori d’Italia… e sono tutti campani.

Noi non saremo mai in crisi, poiché la melma ci educa e uscire dalla melma, forgia sottopalco le fondamenta della necessità della scena, al fine di espiare in sacrificio le colpe e gli inciampi di un’umanità perennemente in cancrena: in crisi sono forse i nostri tempi… a cui forse i teatranti non si sono mai abituati. Noi li viviamo e ne riportiamo, segnaliamo le crepe, come in una Pompei cadente, che non ci permetteranno mai di salvare con le mani della nostra voce. Le richieste culturali, ci sono le proposte anche, ci sono e ci saranno, ma non i progetti culturali nelle modalità di lavoro che ormai in questa città sono invivibili.

Il teatro è in fuga.
Fuga senza esilio.
Salvezza nella provincia.
Epifania dell’artigianato.
Ritorno all’eredità.
Infanzia del primordiale.

In questi anni di esilio voluto, seppur dividendomi tra i Campi Flegrei e Milano dove ho la mia compagna e i miei affetti, ho preferito tornare alle mie origini fuori dai circuiti, per poi rientrarci magari rinvigorito e meglio addestrato alle buche delle istituzioni teatrali ufficiali.
Ho compreso che se dovevo essere autore avrei dovuto prima, conoscere le proprie origini resuscitando, recuperando le memorie, sapienze e ricchezze della conoscenza orale: unico modello di unione dei popoli, alla deriva di un capitalismo che ha sempre più accentrato e accentuato l’individualismo a scapito del vivere in comunità. Il mio fine è di riaccomunare l’egoismo singolo e farlo confluire in egoismo sociale. Coincidenze di egoismi che rafforzino, diano dignità, “coriacità” ad un sociale sempre più diviso dai singoli interessi giornalieri di sopravvivenza, nella danza della guerra dei pezzenti. Con l’avvento sempre più invasivo nelle nostre case, nell’ambito dei ritmi ordinari della nostra esistenza, degli strumenti catodici a cavallo degli anni settanta e ottanta e con la scolarizzazione ed alfabetizzazione impulsiva, mal programmata spesso ben priva di contenuti, solo a favore di un’innumerevole quantità di vacue nozioni, al fine di dar parvenza di un’unità d’Italia mai avvenuta se non sulle carte al sol del meridione, si è creata una voragine un solco nel cammino e nella trasmissione della cultura e sapienza popolare che invece è alla base dell’origine dell’attuale civiltà moderna, del suo progresso e la cui scomparsa è già e sarà motivo fondante, fondamento scatenante della sua depressiva e inevitabile catastrofe “umano identitaria” che ci apprestiamo a combattere:

– mancanza di fiducia nelle istituzioni;
– de-riconoscimento delle cariche e autorità dello stato;
– etica diffusa del “saccheggio quotidiano”, ormai avallata in tutti i settori, secondo la quale se riesci a farla franca sei un eroe e non un criminale;
– etica del condividere il bene comune senza sprechi, né accentramenti di ricchezze;
– cultura del territorio e delle sue risorse in modo eco-compatibile;
– moralità e spirito di abnegazione per le generazioni future.

Unire con febbrile fanatismo significa scontro, conflitto, guerra, ma dividere e cancellare le tradizioni da tradire, in modo programmatico e criminale creando s-coesioni identitarie significa vincere la guerra a scapito dei più poveri, che pagano sempre i conti di sangue, affetti, fame, indigenza. Questa è la diagnosi di un trauma determinato, in gran parte secondo me, dalla rottura di una catena i cui anelli intrisi dell’olio e del grasso della sapienza e della saggezza, rinvigorita da un lungo passato, pencolano a vuoto rispetto alle ultime generazioni che dovrebbero tenderla, di nuovo, ma mancano purtroppo dei monconi. Gli ignoranti, gli umili gli anziani, gli analfabeti difatti sono stati condannati e denigrati, definiti e condannati tali, relegati ai loro “recietti” ai “malazzé”, all’inutilità dei loro cortili. Non hanno più avuto possibilità di ovviare al loro ruolo. Ogni anello della società, dal bambino, all’uomo adulto, al vecchio ha sempre un ruolo utile per la sopravvivenza della tribù e del popolo: in tal caso di tramandare attraverso i loro racconti di mestiere, quelle esperienze empirico-spirituali, quei saperi assunti da dettami sussurrati al capezzale di padre in figlio, di generazione in generazione. Saperi della vita comune e delle sue leggi, in rapporto empatico, armonico e non invasivo con la natura e il territorio.

Napoli è una città in perenne guerra, ormai da secoli, in perenne emergenza, in perenne sacco di avventori che usano questa emergenza, per speculazioni milionarie; in perenne coscienza di tutto ciò senza reagire; in perenne attesa di un padrone da servire in cambio dell’elemosina di qualche beneficio; in perenne preghiera per il miracoloso avvento di un liberatore che non verrà mai; in perenne coscienza di essere un porto franco comodo per le dissennate politiche di usurpatori del potere di stato; in perenne sopravvivenza gitana di un popolo che si è contraddetto poiché ormai fermo, in sofferenza ma con la morfina dell’inevitabile mancanza di speranza rispetto all’agognato, ma sempre più propagandato, ma lontano cambiamento. Napoli e l’intera sua provincia non è in pace, pur essendosi assuefatta a tale stato di indigente, vomitevole, condizione di stato nello stato, per di più commissariato, ha tra molti dei suoi indigeni per di più tra i giovanissimi e gli anzianissimi (forse perché per chiare ragioni d’età, non hanno nulla da perdere) il covato, castrato, ossessivo, blasfemo, coraggioso intento di rivalsa rivoluzionaria. Manca però la trama, il punto d’unione, poiché è stato organicamente cancellato, sepolto, infangato: compito della cultura e del teatro (di cui se ne parla e se ne mette in scena tanto, senza alcun senso) è colmare questa distanza, porsi come cerniera temporale tra passato, presente e futuro, ripartire dalla propria storia millenaria per ripensare la modernizzazione della città.

Questo può farlo anche il teatro… ma con i bastoni tra le ruote la battaglia è impari… specialmente con le ultime speculazioni, accentramenti di potere e di economie che si sono visti nelle istituzioni sia politiche che teatrali… e con l’intento ormai trentennale di un progetto criminale mirato all’abbassamento delle coscienze al fine di avallare il consenso dei pochi e dei loro privilegi.

Fuoco, tizzone che avalla questo disastro seppur con responsabilità minori è l’artista stesso che viene usato come cavia da esperimento, animale da circo, alla gogna al cappio delle proprie velleità di apparenza, dell’egoismo dei propri appagamenti, ed accetta ogni tipo di compromesso non economico, bensì tematico, mal programmato, pur di sopravvivere ed avere un nome in cartellone: non si tratta né di lotta politica, né di incoscienza culturale, ma di campare facendo quello che si sa fare.

In questo è la politica stessa che deve e dovrà fare un passo indietro, non è il teatro con i suoi poeti a servirsi e nutrirsi della politica per sopravvivere (cosa che avviene regolarmente da moltissimi anni), deve essere la politica nella sua grande intelligenza a nutrirsi dei poeti e dell’arte in genere per capire dove si sta andando?? Siamo nella direzione giusta?? Anche quando in modo fintamente di sinistra, di quella sinistra priva di idee, ma “stummacata” di tendenze radical chic, si occupare un luogo in nome dell’arte è giusto farlo??? E con quale assurda a profetica presunzione ci permettiamo di fare ciò, siamo noi i messia mascherati da saltimbanchi che ne sanno più lunga degli altri?? Avere uno spazio ideale e materico potrebbe anche essere un diritto, ma quel diritto è vincolato ad una serie infinita di doveri: azioni sociali nel quartiere (gratuite), mense per i poveri (gratuite), corsi scuola serali per analfabeti (gratuiti), ma tutto questo ha a che vedere con l’arte??? E perché l’artista dovrebbe far questo?? L’arte può essere sottomessa, abbassata o elevata ad attività di valore sociale?? Il teatro è già sociale, ma ogni volta i bandi sia ministeriali che regionali spingono a donare elargizioni solo se si effettua un ipocrita risorgimento sociale, coinvolgendo in eventi da parata politica dimenticando un aspetto: al bellezza.

Il teatro a Napoli è per tutti e di tutti e soprattutto di chi ha conoscenze politiche, effettua campagne elettorali per gli eventuali sindaci o governatori di turno. In questo sistema assolutamente “mafioso” muore una cosa rara, ma è la prima tavola che il teatro inchioda sin dai tempi anchtichi: la ricerca della felicità e della bellezza. Io esisto, stando in scena sacrificandomi per una cerimonia in un patto collettivo d’espressione, senza infingimenti, o radicali furberie, ma per procedere lungo questa dannata ascesa la cui vetta è l’irraggiungibile perfezione, il soggetto creativo “la mante teatrale” ha bisogno di strutture, ma soprattutto di “menti culturali”, di aedi della programmazione. L’arte anche dall’ultima legge sui teatri si è ridotta a numeri, date, in tal modo si favorisce l’occupazione di poltrone dirigenziali da parte di chi, non ha interesse a produrre cultura ma solo i propri benefici dall’abusata cultura.

L’arte è vero può essere per tutti, ma non sarà mai democratica per gli artisti, gli eletti sono pochi.

La mia non vuole essere un’invettiva, né un rinnegare la mia città, anzi: in particolare lo Stabile di Napoli ha sempre affermato e condotto le mie peregrinazioni creative, ma il problema erano le condizioni e i modi indipendentemente da chi dirigeva con acume il teatro “stabile” di una città “epocalmente” instabile: a Napoli produrre un giovane, vincitore di innumerevoli Premi, foss’anche uno sconosciuto è e sarà sempre un’elargizione. Finché non ti raggiunge la fama nonostante i risultati, riconoscimenti e quant’altro, ci saranno sempre poche date, pochi soldi, poca visibilità è e sarà così. È una componente che va al di là delle volontà di chi mi ha cresciuto e che ringrazio come genitori.

Napoli ti mette al mondo,
ma non ti aiuterà mai.
Napoli ti cresce
ma non ti educa.
Napoli ti porta a scuola
ma non ti promuove.

I figli dei figli dei figli saranno destinati sempre a trovare successo altrove per poi tornare incattiviti alla casa paterna, magari con presunzione o con rassegnazione del “così è e nulla si muove”.

Si parla da sempre del teatro, come la più inutile delle passioni, la quale diviene utile se intesa come cerimonia laica, vero modello di assemblea democratica, tale da interrogare e muovere l’uomo verso Dio o meglio il trascendente spiraglio della bellezza che seppur inutile, permette certamente di vivere meglio. Trascendere il particolare della realtà per elevarsi all’universale, attraverso l’allegoria della poesia, della creazione o meglio migliorarne e sconfinare i suoi limiti, alla maniera dei greci, nell’educato stimolo delle sue coscienze:

 

Pe’ parta mia ‘u TRIATO è sempe state
un “mondo altrove” inventato ra ll’ ommo
’ddo’ ll’ommo se fa Ddio pe’ meglio capi’ comme
è bbusciarda ‘a terra e tutta ll’ umanitate.

Nel teatro istituzionale ormai da anni ci si chiede, ma compresi noi artisti non vi riusciamo mai, un teatro non propriamente intellettuale e borghese, ma bensì popolare, sociale senza essere assolutamente d’intrattenimento, ma altamente educativo, culturale, culturale, seppur divertente ed emozionale.

Ma fino a che punto è possibile tutto ciò?? Se il mercato globale e mediatico spettacolare muta sui principi di “share” del collettivo consenso, sull’abbassamento qualitativo della proposta per renderla di comune, rapida e facile fruizione, ma senza profondità di pensiero, né eccellenza, dicotomia del mettersi in cammino, vuoto necessario del mistero,: dare un prodotto di medio consumo, che possa avallare il consenso?

Altro quesito ormai annoso: fino a che punto i fondi pubblici debbano, servire a finanziare enti teatri e imprese culturali che praticano inequivocabilmente semplici e opache opere d’intrattenimento spettacolare, che così facendo viene pagato due volte, una dal contribuente, una dallo spettatore che è il contribuente stesso??

Cultura e intrattenimento sono la stessa cosa??

Evento spettacolare puo’ coincidere con l’evento culturale e viceversa??

Chi ne stabilisce il confine??

Chi dovrebbe stabilirne il confine è all’altezza di decidere e come decide, secondo quali linee culturali e programmatiche???

Le linee programmatiche e culturali però non andrebbero delineate dagli artisti che la producono? Se all’altezza è ovvio e non dalla politica che la gestisce, altrimenti saranno sempre per definizione conservative nell’ambito della garanzia del consenso elettorale e mai innovative??

Vi è un istituto di artisti che tutela tale limite??

E se c’è chi lo tutela’?

E se non c’è sarebbe il caso di costituirlo??

Sono domande ormai vecchie di cinquant’anni quasi e che non mi sono posto io, ma che ponendole adesso in modo anche strumentale non me ne vergogno, noto con profondo rammarico, che chi se le pose con lungimiranza negli ormai lontani anni sessanta, con l’intento e l’avallo del tempo di vincere e trovare la risoluzione di tali velleità: quelle soluzioni agognate mai le ha trovate e incarnate.

Ancora oggi bisogna sottostare alle incapacità dell’incapace di turno che nel non saper far niente viene delegato puntualmente alla cultura, nell’ambito delle attività politiche, poiché quelle in cui ci si guadagna meno: mostri di indomita, capricciosa e spacciata deficienza e ignoranza da vendere, a cui spesso viene dato in sovrafforma di giocattolo-trastullo, per il soddisfacimento dei propri coito-isterismi personali, il gioco serio dell’attività spettacolare e teatrale???

L’evento spettacolare perché dovrebbe essere finanziato da fondi destinati a formazione, sviluppo, educazione e imprenditoria giovanile, dispersione scolastica, cosa che avviene nei maggiori Stabili Italiani, che propongono e devono farlo per direttive Ministeriali, ahimè invece teatro unicamente spettacolare, fatto sempre dalle stesse caste di direttori di potere e schieramento conservativo, finanche senza il mirato fine dell’acuto pensiero (se di destra), intellettualoide, intellettivo, d’élite, masturbatorio, presuntuoso, fintamente sociale, per pochi che ritengono erroneamente di saperla più lunga degli altri (se di sinistra, con attori, registi, drammaturghi che fanno a turnazione come direbbe qualche saggio amico “ ’u smonto e ’u monto”, agendo a turnazione sia il ruolo dello spettatore, che poi una volta giù dal palco del teatrante)??

A queste domande, una risposta ci sarebbe: dare la possibilità di far gestire la cultura a chi quella cultura la genera, la fluidifica, ne fruisce, se ne alimenta, la mangia e vi ha a che fare, ma con un obiettivo che abbiamo dimenticato tutti: il referente ultimo e sovrano, il pubblico che deve essere rieducato, sfibrato di pellicce, disarcionato dalle sedie, messo in condizione di venire a teatro nomn per passare il tempo, ma di vivere un’esperienza unica: l’unica assemblea democratica possibile.

Non possiamo più lamentarci che produttori, teatrali, discografici, cineasti mediocri producano “opere da McDonald”, di facile fruizione e che il pubblico si sia abituato e assuefatto a quella proposta, il mondo va da un’altra parte e noi dobbiamo invertirne il decorso, senza andare da soli in “direzione ostinata e contraria”: negli anni sessanta qualcuno, anzi tanti ti seguivano, anche se andavi controcorrente, ora no, c’è bisogno di un apostolato di una predicazione, se no anche noi poeti ci troveremo a combattere da soli con il vuoto mulinare al vento di nessuno; saremo utili ai posteri, ma un’azione politica deve essere necessariamente utile nel presente, altrimenti è anti-politica. Dobbiamo re-agire, poeti, politici, artisti, e agire coordinatamente con e sui giovani, per una vera rivoluzione di senso, ma come dice qualcuno, per attuarla c’è bisogno di buon senso, noi artisti siamo preparati o siamo anche noi divisi dai nostri personalissimi interessi??

A Milano e al Piccolo ho trovato casa e quando dico casa dico una famiglia, una meravigliosa istituzione che lavora con la passione e la fratellanza di una comunità che ha orgoglio di farne parte ed essere protagonista seppur dietro le quinte della tua arte. Famiglia che avevo anche a Napoli, ma alla quale per mie diverse scelte e discordanti modalità di concepire il mestiere, mi sono volontariamente sottratto, anche perché avevo bisogno di fare da solo. Ora felicemente c’è un riavvicinamento, ma il punto di discussione che non vorrei eludere è un altro: siamo nel bel pieno di una tempesta, che però è sempre gradita alle menti creative, più c’è crisi, più la fantasia ingegna la scena.

Faccio una provocazione, andate a guardare e analizzare tutti coloro che occupano spazi alternativi, centri occupati e TEATRI occupati ed anche Teatri ufficiali, sono dove si sprecano fiumi di parole e concetti di tendenza, moda e tendenziosa ipocrita vuotezza, perché occupare è di tendenza, dove tutti si ritengono in diritto di ergersi a depositari del sapere culturale comune, senza nessuna esperienza: nell’ottanta per cento dei casi è tutta gente che nel teatro non riesce ad emergere e spesso per incapacità chiare, spesso è gente che tra l’altro ha da perdere tempo, poiché appartiene alla classe medio alta e borghese, che vive male il senso di colpa della propria ricchezza e istericamente vorrebbe fare qualcosa per la comunità che in verità di cultura e di teatro con questi presupposti non ne ha proprio bisogno, spesso è gente “cu ’a panza chiena, pecché è bello a parlo’ cu ‘a panza a fore i cianche”, vi sono eccezioni ma sono molto rare.

Napoli è il luogo ideale per perdere la speranza per chi ha fede e chi ci crede. Ma io resto qui nei miei Campi Flegrei, poiché non ho fede: credo solo nel lavoro delle mie mani della mia voce, della mia penna e ultimo il mio corpo martoriato in queste sere di estasi scenica. Milano mi ha adottato, promosso e non mi lascerà, ma miracoli come “Opera Pezzentella” o la paranza di “Efestoval”, in questi continuerò ad avere fede. Altra cosa, io sono un teatrante e i teatranti sanno solo risolvere problemi inerenti alla scena e mettere il sale sulle ferite dell’umanità. Il resto dovrà farlo quel chi di dovere, al quale non smetterò mai di chiedere:

 L’onestà crudele del non prenderci in giro
è il punto di partenza per alzare il tiro.
Si tratta in vero, di una inevitabile polemica,
sui diritti e la scomparsa d’ogni etica:
in cui l’arte apre il sipario al vacuo apparire
della politica propaganda culturale.
Se la religione un tempo, faccio per dire,
era l’oppio dei popoli, il teatro ufficiale:
allora è un sipario che cala per offuscare
’i guaje r’ ’a povera gente, per propagandare
ca Napule sta cagnanno… che si puo’ fare!
Il miracolo folcloristico di un affare.
Questa è la nostra attuale condizione,
na guerra dei pezzenti senza na ragione.
Nu carro carretta che ciarla ma non sfila
invisibile ai tutti, scazzimma ‘nvece
agli occhi di chi soffre e stenta la trafila,
di un sistema che malconcia, con maschere di pece
fatte di monetine elemosinate per creanza,
i nostri volti, avvinti dal faro dell’usura,
che possono solo sorridere per circostanza
al cocchiere che ci conduce alla sciagura.
Il soldo sopra agli occhi na vota se metteva,
‘a bbonanema ‘i mia nonna sempe me diceva,
pe’ pagare il viaggio all’atu munno
e non per i vivi… ca ‘nvita vanno a funno.
Non è malsana e facile ironia…
ma chesto è chello che penzo… pe’ parta mia:
un carro scorazzato da chi senza sparagno
fa nu mestiere serio, ma senza guadagno.
E che diviene sempre più inutile se fatto così:
se nun ce chiarificammo: a che po’ servì?
Se non ci interroghiamo più a quali svolte
ci conduce l’arte scenica e a chi rivolgere il nostro
troppo spesso grido o il nostro monito a volte?
Apriamo un tavolo del settore preposto.
Accampiamoci allora all’arrembaggio
Accampiamoci senza accattonaggio.
Senza arrivismi accaparramenti illeciti.
Senza ce fottere con ipocriti solleciti.
Ponendoci quesiti come noi sappiamo fare
con due versi, un inchino! Non sapremmo stilare
una richiesta, un documento, un manifesto
… siamo zotici attori, ci chiediamo solo questo:
Perché non abbiamo un contratto nazionale,
alle vigenti regole europee, equiparato?
Perché il nostro inesistente sindacato,
non scende in campo con un comunicato ufficiale?
Perché i tanti casi di talento palese,
spesso non arrivano alla fine del mese?
Perché non costituire bande e gare pubbliche
ca cu tutt’ ’u rispetto siano più lineari,
i cui soggetti preposti e beneficiari
non siano in concorso con vere e proprie fabbriche,
le imprese del consunto indotto scenico,
ovvero gli Enti ed i Teatri ufficiali,
bensì con gli artisti e le compagnie teatrali?
Perché invece il nostro è diventato
un lavoro in cui bisogna prima essere
imprenditori e poi forse artisti,
prima burocrati che equilibristi
delle tavole, bensì delle carte bollate
stacanovisti e manager di frodi sceneggiate?
Perché non rilanciare una nuova strategia
che dia dignità alla nostra categoria?
Sicuro una più equa distribuzione
delle risorse con maggiore attenzione,
verso i lavoratori dello spettacolo,
che sempre briciole colgon dal cenacolo?
Apriamo il là senza distinzione
ad una vera e propria iterazione
tra artisti e politici, preposti a tutelare
i nostri diritti… non è un loro dovere???
Invece di sorridere e al pubblico tacere:
ca manco lloro so’ contenti delle difficoltà,
delle ingerenze del loro mestiere.
Perché non aiutarci senza malignità!!
Perché non istituire un osservatorio
sulla base di criteri di trasparenza,
che sia costituito da esperti del settore
ed abbia facoltà decisionale all’occorrenza?
Che valuti progetti improntati sulla qualità,
i cui componenti siano attori, scrittori,
registi di fama riconosciuta dalla realtà
del mondo teatrale, che senza dissapori
darebbero garanzia di vigilanza
ad ogni valida e propositiva istanza??
Esistono i consigli d’amministrazione,
è vero, ma mi riferisco ad un istituto di giovani
lavoratori del settore senza distinzioni
che vigili sulla pantagruelica erogazione,
di quelli che poi in pubblici soldoni…
sono erogati da stato, province e regioni.
Non ci abbandonate a navigare
senza alcuna meta tra le vostre beghe;
la nostra categoria si è messa a suonare
la campanella di un esseoesse tra le pieghe
e le piaghe di una sofferenza ormai smorta,
di una lotta che poi a nessuno importa…
Non volevo fare il politico che mi tocca fare
per il dannato premio del rappresentare.
Fate che il pubblico sia in disequilibrio.
Facite scennere ’a mmerda dai fondali,
sputazzate e ghiastemmate con ludibrio:
“Mannaggia ’a Maronna!!! Cu ’i triate ufficiali!!”
Ponete delle spine sulle poltrone
e dei topi che, ai piedi delle quali,
lecchino il sangue che sgorga a profusione
dalle chiappe di spettatori occasionali.
Basta cu ’a ricerca, ’a sperimentazione,
ca trent’anne fa è morta e oggie è tradizione!!
Basta cu ’i registe, i mancati scrittori
ca cacano ’u cazzo ai testi e agli attori!!
Scrivitavelle vuje si site capace
vierze e strunzate comme ll’autore face!!
Basta con i corpi che si muovono a casaccio,
che siano fermi, ma parlino da vivi!!
Il teatro a nulla serve solo a svelare il marcio
che in noi si cela e ristagna tra i declivi
’i nu munno stuorto dove la natura
’a troppo tiempo sciala senza na misura!!».

Mimmo Borrelli

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2 risposte a Mimmo Borrelli tra rabbia e passione, in nome del teatro

  1. Antonio Landino scrive:

    Grazie, davvero grazie, per averci offerto la possibilità di leggere questo bel torrente di Mimmo Borrelli. Ci fa vedere cosa è una creatività esuberante.
    Antonio Landino

  2. Enrico Fiore scrive:

    Grazie a Lei, gentile amico, per l’attenzione che ci ha dedicato.
    Enrico Fiore

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