«Sogno e son desto… in viaggio», la veglia d’armi di Ranieri

Massimo Ranieri in un momento di «Sogno e son desto... in viaggio»

Massimo Ranieri in un momento di «Sogno e son desto… in viaggio»

NAPOLI – S’intitola «Sogno e son desto… in viaggio» lo spettacolo che Massimo Ranieri presenta al Diana. E certo, il termine «viaggio» si riferisce alla tournée in cui lo spettacolo stesso è impegnato; ma possiamo pensare che si riferisca anche, se non soprattutto, al passaggio dalla televisione (le seguitissime prime serate su Raiuno) al palcoscenico. E c’è da chiedersi, perciò, a quali differenze conduca questo passaggio.
Non si tratta solo del passaggio dalla fruizione passiva indotta dalla televisione all’interazione fra l’interprete e lo spettatore: quell’interazione che nella circostanza porta il pubblico a cantare insieme con Ranieri i suoi grandi successi, da «Vent’anni» a «Se bruciasse la città», da «La voce del silenzio» a «Erba di casa mia», da «Rose rosse» a «Perdere l’amore». Qui si tratta, specialmente, del fatto che – almeno in alcuni momenti – il concerto cede il passo al teatro: e, aggiungo, a un teatro grande, e dunque necessario.
Occorre, allora, premettere che tre cose presiedono a questo «Sogno e son desto… in viaggio» ideato e scritto da Massimo insieme con Gualtiero Peirce: la tecnica, la strategia e il sentimento, che si dispiegano, nell’ordine, come nel gioco delle scatole cinesi. E il «son desto» del titolo s’identifica con l’esercizio di una tecnica che costituisce l’equivalente della veglia d’armi in uso presso gli antichi cavalieri, ossia della meditazione prima dell’investitura: giacché è la tecnica che consente di sviluppare la strategia che a sua volta innesca il sentimento.
Vedi, poniamo, la strepitosa esecuzione di «’O marenariello»: Ranieri, stando in ginocchio, canta e, contemporaneamente, oscilla avanti e indietro col busto, imitando il movimento che compie chi rema, mentre con la mano libera dal microfono a gelato imita il gesto del pescatore che getta la rete. E con ciò rimanda alla sostanza profonda della nostra più autentica tradizione, quella in cui la musica e il canto coincidevano perfettamente con la quotidianità: come, tanto per fare solo un esempio, nel caso del tempo battuto in uno della tammurriata, che corrisponde al movimento dall’alto in basso della falce.
Di qui alla strategia. Uno dei principali motivi d’interesse (e uno degli assi nella manica) di «Sogno e son desto… in viaggio» consiste nel proporre lo stesso tema in contesti formali e contenutistici opposti, in maniera da sottolinearlo per contrasto. E quindi, ecco che, sempre per fare un esempio, alla macchietta di Gigliati e Barile «Ccà simmo tutte pazze», che dà l’avvio allo spettacolo con un Ranieri debitamente in frac a quadriglié e bombetta, fa da eco il sentito omaggio («Ciao, Pino») al Daniele di «I’ so’ pazzo».
Già, gli omaggi. Occorre citarne quanto meno un altro, quello che Massimo rende, in un colpo solo, ai due monumenti che si chiamano Nino Taranto e Totò: esegue la macchietta di Pisano e Cioffi «Quagliarulo se ne va (Pamela)», che fu uno dei cavalli di battaglia del Commendatore, e la conclude con una camminata che riproduce la celeberrima andatura da gallinaceo inventata dal Principe. E Aznavour, poi. Non solo l’Aznavour de «L’istrione», che chiude lo spettacolo a titolo di bis, ma anche e soprattutto l’Aznavour di «Quel che si dice», lo straziato e straziante epicedio levato alla solitudine immedicabile dell’omosessuale. E qui, come anticipavo, la tecnica e la strategia lasciano la dimensione intellettuale e sfociano nel calore del sentimento.
Non so se Massimo Ranieri se ne renda conto, ma nell’esecuzione di «Quel che si dice» immette con precisione assoluta il desiderio di Occhiverdi, il protagonista di «Sorveglianza stretta» di Genet: «tutto è così triste, che davvero vorrei fosse già notte per stringermi sul mio cuore; vorrei, non mi vergogno di dirlo, vorrei, vorrei, vorrei, vorrei… rannicchiarmi tutto fra le mie braccia». E nella commozione evidente che lo prende, Massimo, io son sicuro che spasima il ricordo dei grandi personaggi – Peppino Patroni Griffi, Romolo Valli, Giorgio De Lullo – che giovanissimo lo avviarono, per l’appunto, al teatro.
Il resto è pura cronaca. Le citazioni (Neruda, Goldoni, Prezzolini, Palazzeschi…) disseminate fra una canzone e l’altra, gli assoli di tammorra e di tip tap e, naturalmente, la prova eccellente dell’orchestra: Max Rosati e Andrea Pistilli alle chitarre, Flavio Mazzocchi al pianoforte, Pierpaolo Ranieri al basso e al contrabbasso, Luca Trolli alla batteria, Donato Sensini ai fiati, Stefano Indino alla fisarmonica e Alessandro Golini al violino.
Possiamo concludere. Massimo Ranieri ha sessantacinque anni. E può legittimamente parafrasare la massima di Seneca che cita nel corso dello spettacolo: «Ci vuole tutta una vita per imparare a vivere». Ci vuole tutta una carriera per imparare a fare le cose che sa fare lui.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

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2 risposte a «Sogno e son desto… in viaggio», la veglia d’armi di Ranieri

  1. Pasquale Mannara scrive:

    Tutto azzeccato e pertinente. Ho vissuto le stesse sensazioni ascoltando questo concerto/teatro nel Salento, a inizio agosto scorso.
    Riuscissi a trovare gli accordi di “Quel che si dice”, nella versione cantata appunto da Massimo Ranieri…!!!
    Pasquale Mannara

  2. Enrico Fiore scrive:

    Gentile amico,
    proverò a chiederli allo stesso Ranieri, la prossima volta che lo incontrerò.
    Cordiali saluti.
    Enrico Fiore

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