Al Cilea nel «Decamerino» di Gigi Proietti

Da sinistra, Enrico Fiore, Gigi Proietti e Giulio Baffi sul palcoscenico del Teatro Cilea

Da sinistra, Enrico Fiore, Gigi Proietti e Giulio Baffi sul palcoscenico del Teatro Cilea

NAPOLI – Da Valeria Valerio, addetto stampa del Cilea, ricevo e volentieri pubblico la seguente cronaca della serata che – su iniziativa di Biagio Izzo, direttore artistico del teatro di via San Domenico – s’è svolta ieri a partire dal libro di Gigi Proietti «Decamerino». (E.F.)

«A domanda risponde, come in questura». Questa la prima frase che Gigi Proietti dice divertito, ospite del palco del Teatro Cilea per l’incontro-intervista che si è svolto ieri sera, in compagnia dei giornalisti e critici teatrali, Giulio Baffi ed Enrico Fiore, che per un’ora e venti hanno supportato l’attore nei tanti racconti, aneddoti e sonetti da lui proposti. «È la prima volta che vengo al Cilea», continua Proietti. «L’avessi io a Roma un teatro così. Quest’anno festeggio 50 anni di carriera e con l’occasione ho scritto un libro, “Decamerino”».
Un libro definito dai  giornalisti «in scena» divertente, e tuttavia ricco di frecciatine contro i vizi del teatro, che Proietti affronta sempre con la battuta pronta. Per Enrico Fiore lo spirito del volume coincide molto con il suo autore, dalla scelta del titolo, appunto «Decamerino», che scimmiotta in maniera dissacrante il «Decamerone» e, però, può essere letto anche come «De-camerino», con l’allusione, cioè, a tutto quello che gira intorno al camerino di un attore, luogo di relax e di preparazione prima di andare in scena o dopo lo spettacolo. «Per 6-7 anni il mio teatro è stato il Brancaccio di Roma, poi ne sono stato cacciato. Lì io avevo il mio camerino», afferma Proietti, nostalgico e amareggiato al tempo stesso.
In ogni capitolo del libro c’è una scena. Tra i personaggi che vi compaiono c’è Giubbileo, un barbone affabulatore nato cinque anni prima del Giubileo del 2000. «Quando mi sono sentito pronto a portare in teatro questo personaggio, il Papa – racconta  scherzando l’artista – ha deciso  all’”improvviso” di organizzare il Giubileo. E poi, pur di non far sposare fra loro i gay, ne hanno organizzato  anche un secondo».
Ma tante altre sono le storie raccontate nell’arco della serata. Tirati in ballo anche i «ricercaroli», così Proietti  definisce coloro che, intellettuali “pe finta o pe davero» (come direbbe lui), si professano  «ricercatori della cultura».
Tra gli episodi più applauditi quello di Vittorio Gassman, al quale qualcuno disse che stava facendo teatro di ricerca e lui lo ammutolì freddandolo con un diretto: «E allora sospendete le ricerche!».
Giulio Baffi, in uno dei suoi interventi, porta l’attenzione a pagina 63 del libro, dove una donna molto avvenente chiede a Proietti, definito da lei come artista intellettuale, di scriverle una canzone da presentare a Sanremo. Canzone scritta, ma ahinoi mai interpretata, che l’«intellettuale» Proietti, prendendo le distanze da tale definizione, trasforma in uno sfottò tutto da ridere: «Se canto una canzone intellettuale / d’amore non banale / che esca dallo schema rituale / perché non posso andar al festivale? / Dello Stivale?…».
La serata, però, è anche l’occasione per raccontare ricordi inediti, legati a Eduardo De Filippo e non solo. «Mi ritrovai ad essere “convocato” da Carlo Molfese, il suo impresario, per organizzare la festa degli 80 anni di De Filippo, a Roma. Erano tanti gli amici attori che vi presero parte, a cominciare dalla Vitti e da Mastroianni. Arriva il giorno dell’appuntamento e io vado a casa di Eduardo, dove lui m’invitò a dagli del tu… e io, imbarazzato, evitai per tutto il pranzo i pronomi. La sua richiesta era che per il proprio compleanno gli avrei dovuto interpretare la fine di “La grande magia”. E io, sorpreso, diedi in un sincero: “ah!”, che lui interpretò come un non essere soddisfatto. E iniziò a ripetermi: “Non ti piace? Non ti piace?”… sembrava “Natale in casa Cupiello”. Passato un po’ di tempo da questo episodio, mi arriva una telefonata dal Piccolo di Strehler, con la quale la Vinchi mi chiedeva se avessi potuto interpretare “La grande magia”. Ma io per quel periodo ero impegnato e dovetti dire di no. Mi fu raccontato dopo che a quella telefonata aveva assistito anche Eduardo, il quale, naturalmente, aveva commentato: “Nun le piace, nun le piace…», conclude con una fragorosa risata Proietti.
Insomma una serata fatta di racconti, tratti dal libro e non, di spunti di riflessione sul panorama del teatro in Italia, sulla stranezza della gente del mondo dello spettacolo, su segmenti di cronaca cittadina romana, sulla capacità di far ridere, e su quanto il riuscirvi sia gratificante, il tutto condito dalla bravura di un artista che festeggia il suo mezzo secolo di carriera con il ridere gentile e mai scostumato.

                                                                                                                                         Valeria Valerio

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