Un premio alla carriera
per Vittorio Lucariello:
«Al teatro manca la ricerca»

Vittorio Lucariello

Vittorio Lucariello

NAPOLI – A giusta ragione, e con orgoglio legittimo, potrebbe far suo il titolo di Arthur Miller, «Erano tutti miei figli». Perché a Spazio Libero – la «cave» del Parco Margherita che nella seconda metà degli anni Settanta costituì un perfetto equivalente delle celebri «cantine» romane in cui nacquero i vari Carmelo Bene e Leo de Berardinis – lui, Vittorio Lucariello, ha tenuto a battesimo, per l’appunto, tutti i maggiori rappresentanti della più avanzata ricerca teatrale, a partire da Mario Martone e Toni Servillo. E dunque il premio alla carriera che gli verrà consegnato oggi, su iniziativa di Angelo Montella e Angelo Curti e nell’ambito delle celebrazioni per il trentennale della Sala Assoli, è davvero una sorta di meritatissima corona d’alloro. Ma sentiamolo, Lucariello.

 - Una domanda ovvia, per cominciare. Quando e come scoccò per lei la scintilla del teatro?
«Scoccò prima in rapporto alle arti visive (infatti sono stato sempre un visionario, dipingevo pure) e poi in rapporto al cinema, ovviamente quello di ricerca, dei registi tipo Godard. Un cinema che a sua volta era in rapporto con saggisti quali Lévi-Strauss e i “nouveaux philosophes” francesi. E infine, si capisce, ci fu l’incontro con Carmelo Bene, quando nel Teatro Laboratorio di Roma assistetti all’unica rappresentazione di uno dei primi spettacoli da lui messi in scena, il “Cristo ’63″».
- E l’incontro con quelli che rispetto a lei erano appena dei ragazzi, giusto i Martone e i Servillo?
«Niente, cominciarono a frequentare Spazio Libero subito dopo che a Salerno avevo organizzato, con Beppe Bartolucci, le prime rassegne di teatro sperimentale in Campania. E ricordo quando andammo tutti insieme ad assistere all’esame di maturità di Martone al Liceo Umberto. Era stato il suo professore di filosofia a spingerlo verso il teatro».
- Ha accennato alle arti visive. Quale fu, in proposito, il suo rapporto con Lucio Amelio?
«Più che un rapporto fu un destino. Scelsi il locale del Parco Margherita in cui fondai Spazio Libero perché si trovava quasi di fronte alla Modern Art Agency di Lucio. E vennero i pranzi con Joseph Beuys e Andy Warhol. Mi presentò a quest’ultimo come “colui che ha creato il teatro underground a Napoli”. E per me resteranno sempre una ferita aperta le ultime parole che gli sentii pronunciare. All’inaugurazione di “Terrae Motus” nella Reggia di Caserta gli dissi che aveva finalmente ottenuto ciò che voleva. E Lucio, che era già malato anche se nessuno lo sapeva, mi rispose: “Vitto’, aggio perzo tutte cose”».
- Perché non fu lei, come sarebbe stato logico, a raccogliere in una sola formazione i gruppi più rappresentativi di quella che appunto il caro, indimenticabile Beppe Bartolucci aveva definito prima «post-avanguardia» e poi «nuova spettacolarità»? Perché, in altri termini, non fu lei a fondare Teatri Uniti?
«Perché la mia formazione culturale mi spingeva a cavalcare e a superare i tempi. Non m’interessava rifondare il teatro, ossia sostituire un tipo di teatro a un altro».
- Alcuni dei suoi spettacoli sono stati in qualche modo profetici. Penso, in particolare, a «Città Sahara» del 1982 e a «Prova generale del 2000» del 1989. Come vede il mondo seguito a quell’inizio di millennio?
«Vedo un mondo che si evolve senza riflessione, che quindi si riconduce a ciò che in uno scritto teorico definii come “costanza del desiderio”: non ci sono scelte, c’è solo l’accumulo».
- Un’ultima domanda. Che cosa manca al teatro di oggi rispetto alla stagione di cui lei fu protagonista?
«Manca l’istituzionalizzazione della ricerca. Ma è un problema di tutti i campi».

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 29 novembre 2015)

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