Danza del ventre in quel di Argo
per un’«Orestea» fra luci e ombre

Mariano Rigillo è Agamennone (foto di Fabio Donato)

Mariano Rigillo è Agamennone (foto di Fabio Donato)

NAPOLI – All’inizio dell’«Orestea» che lo Stabile di Napoli presenta al Mercadante vediamo riemergere dalla terra i cittadini di Argo ch’erano stati sepolti, quelli di un coro che recita: «Noi – siamo vecchi corpi inutili: / al momento di partire per la guerra, / ci lasciarono qui, / e qui siamo rimasti». E dunque la regia di Luca De Fusco mette subito in campo una potente metafora: il seppellimento citato è il seppellimento della ragione uccisa dalla follia della guerra contro Troia.
Non a caso, lo stesso vincitore di quella guerra, Agamennone, emerge dalla terra in cui a sua volta è stato sepolto. E così De Fusco, intelligentemente, riassume con un’immagine decisiva  il tema portante della trilogia di Eschilo, che, come sappiamo, consiste nella transizione da una società arcaico-tribale a una «polis» civile: una transizione esemplificata dal sostituirsi di una giustizia amministrata democraticamente (il giudizio su Oreste pronunciato, in «Eumenidi», dai saggi dell’Areopago) a una giustizia esercitata solo attraverso la vendetta privata (l’uccisione del marito da parte di Clitemnestra in «Agamennone» e di Clitemnestra e di Egisto da parte di Oreste in «Coefore»).
Occorrerebbe, però, non dimenticare l’insuperata osservazione di Jean-Pierre Vernant: «Anche nel più ottimista dei tragici, in Eschilo, l’esaltazione dell’ideale civico, l’affermazione della sua vittoria su tutte le forze del passato non hanno tanto il carattere di una constatazione, di una tranquilla certezza, quanto quello di una speranza e di un appello in cui l’angoscia non cessa mai d’essere presente, anche nella gioia delle apoteosi finali».

La donna robot di «Metropolis»

La donna robot di «Metropolis»

Infatti, il tribunale istituito da Atena funziona in maniera a dir poco opinabile: di fronte alla parità fra i voti di chi vuol condannare Oreste e quelli di chi, invece, vuole assolverlo, la stessa Atena impone come dirimente il voto proprio, espressione di un potere indiscutibile. In tal modo la barbarie del passato rinasce in forme nuove, e la giustizia torna ad essere arbitrio. Ed è in una simile ambiguità che risiede la vera attualità dell’«Orestea».
Del resto, lo stesso Oreste invera l’acuta osservazione di un esperto della statura di Giulio Guidorizzi: «la caratteristica fondamentale dell’eroe greco è la sua ambivalenza morale; l’eroe non è virtuoso nel senso etico del termine, ma piuttosto una figura premorale, e talvolta persino sinistra».

Elisabetta Pozzi è Clitemnestra (foto di Fabio Donato)

Elisabetta Pozzi è Clitemnestra (foto di Fabio Donato)

A ciò si aggiunga che, secondo altre versioni del mito, a sostenere l’accusa nel processo contro Oreste non furono le Erinni, ma – per fare solo tre esempi – o Tindaro, il padre di Clitemnestra, o la sorellastra Erigone, figlia di Egisto e di Clitemnestra, o (Pausania, VIII 34, 4) Perileo, cugino di Clitemnestra. Col che, ovviamente, del processo in questione si mette in ombra la dimensione pubblica e democratica per portare alla ribalta soprattutto quella di un conflitto interno al nucleo familiare.
Insomma, non sono né pochi né irrilevanti i problemi che concernono l’«Orestea». E in qualche caso De Fusco ne ha coscienza. Bella e giusta, poniamo, è – nella scena di Maurizio Balò – la sostituzione del tappeto di porpora fatto distendere da Clitemnestra per Agamennone con un rivolo di sangue che scorre dalla reggia. Si dà conto, in tal modo, anche del corposo simbolismo e dell’altrettanto robusto carattere anfibologico che connotano il testo di Eschilo. Basta considerare, al riguardo, le parole che Clitemnestra rivolge ai servi a proposito dello sposo appena tornato: «Preparate un sentiero di porpora, per dove la Giustizia lo porti a un insperato riposo». Risulta evidentissimo che quel «riposo» allude sia alla meritata pace nell’Ade sia alla morte che sarà effetto della vendetta della regina.

Angela Pagano è la prima corifea (foto di Fabio Donato)

Angela Pagano è la prima corifea (foto di Fabio Donato)

Ma, per il resto, pochi dubbi e molta calligrafia (vedi le proiezioni in primo piano del volto dei personaggi o dei pugnali insanguinati) circolano, al contrario, nell’allestimento in scena al Mercadante. E, per giunta, una marea di segni o pleonastici o scontati o incomprensibili arriva a sommergere le persuasive intuizioni citate. Ne elenco qui di seguito solo i più eclatanti: la vera e propria danza del ventre evocata a un certo punto dalle coreografie di Noa Wertheim (che cos’è, il dépliant turistico della Turchia, che offre insieme la danza del ventre, appunto, e le presunte rovine di Troia?), i teschi «amletici» che compaiono, sempre proiettati, mentre Oreste prega sulla tomba del padre, il viluppo di nubi (è l’Olimpo?) che ancora in proiezione circonda gli occhi bistrati della Pizia, quell’Atena che richiama molto da vicino la donna robot interpretata da Brigitte Helm in «Metropolis» di Fritz Lang.
Questa, allora, è la cornice in cui si collocano le prove degli interpreti, su tutti Mariano Rigillo (Agamennone), Angela Pagano (la prima corifea) ed Elisabetta Pozzi (Clitemnestra). E la sigla di questo spettacolo, in definitiva non più che scolastico, sta nella facile trovata delle telecamere a circuito chiuso che inquadrano la platea del teatro mentre si svolge il processo a Oreste. Siamo tutti coinvolti, se qualcuno non l’avesse capito.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

(«Il Mattino», 26 novembre 2015)

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