Mattia Pascal, un ribelle che rientra all’ovile

 

Tato Russo nei panni di Mattia Pascal

Tato Russo nei panni di Mattia Pascal

NAPOLI – Mattia fugge col proposito di andarsene addirittura in America; ma poi si ferma al casinò e, quando vince l’ingente somma che più facilmente gli consentirebbe l’espatrio, sceglie, al contrario, di tornare al paese e alla famiglia. E non riesce neppure a vendicarsi, allorché scopre che la moglie Romilda s’è risposata con Pomino. Rinunciando alla possibilità di una vita nuova regalatagli dall’essere stato scambiato per un morto suicida, s’accontenta di qualche visita alla tomba intestata al presunto Mattia Pascal e della stesura delle proprie memorie.
Questa, in estrema sintesi, la trama de «Il fu Mattia Pascal». E dunque, in quel romanzo s’incarna per l’ennesima volta l’ambiguità di Pirandello in quanto autore borghese. È vero, infatti, che la storia del personaggio protagonista comincia con un gesto di rottura nei confronti di un ordine sociale e parentale chiuso e oppressivo, ma – come abbiamo visto – è vero anche che da quell’ordine, in seguito, Mattia non saprà (perché non vorrà) affrancarsi.
Insomma, Mattia Pascal è fratello gemello di quel Baldovino de «Il piacere dell’onestà» che, antagonista a metà, finisce per integrarsi nella stessa società di cui al principio s’era eretto a giudice. Ma, rispetto a tutto questo, Tato Russo – autore, regista e protagonista dell’adattamento teatrale de «Il fu Mattia Pascal» in scena ancora oggi all’Augusteo (dove tornerà dal 2 al 6 dicembre) – sembra privilegiare, invece, il dato esterno della centralità che, nell’ambito del Novecento europeo, distingue il testo in parola per ciò che attiene al passaggio dal romanzo d’impianto naturalistico a quello d’introspezione.
Consideriamo, al riguardo, il fatto che i personaggi – all’inizio e alla fine con la faccia nascosta da maschere neutre – emergono dal buio come fantasmi, o meglio come proiezioni della mente o dell’inconscio di Mattia. E tra sé e loro quest’ultimo stabilisce sempre una distanza, sottolineata, per giunta, dai ricorrenti passi detti soltanto dalla sua voce registrata.
È qui, peraltro, che si manifesta la sostanza dell’ineccepibile prova attorale di Tato Russo: che parla in sordina e si muove lento, girando intorno ai suoi interlocutori come un ragno che tesse la tela. E in linea con l’assunto registico risultano le musiche, segnatamente astratte, di Alessio Vlad. Fra gli altri, i più vicini a quell’assunto mi paiono Francesco Ruotolo (Anselmo Paleari) e Marina Lorenzi (la madre di Pascal e Silvia Caporali).

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 15 novembre 2015)

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