Nel Teatro Greco di Siracusa
l’«Orestea» e «Le vespe»
tra metafore, Grand Guignol e musical

Mariano Rigillo in una scena di «Agamennone»

Mariano Rigillo in una scena di «Agamennone»

Ai piedi di due gigantesche sculture affiancate di Arnaldo Pomodoro, una sorta di mascheroni inscritti in un’iconografia barbarica, si seppelliscono nella nuda terra numerosi morti. E sapremo, poi, che vengono interrati i cadaveri dei cittadini di Argo il cui coro recita: «Noi – siamo vecchi corpi inutili: / al momento di partire per la guerra, / ci lasciarono qui, / e qui siamo rimasti».
Dunque, Luca De Fusco – regista dell’allestimento di «Agamennone» che, nel centenario dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico, ha aperto nel Teatro Greco di Siracusa il cinquantesimo ciclo di rappresentazioni classiche – mette in scena soprattutto una potente metafora: il seppellimento di quei vecchi è il seppellimento della ragione uccisa dalla follia della guerra contro Troia, dieci anni d’«infiniti lutti» a causa di una donna e dei «suoi molti amanti».
Non a caso, lo stesso vincitore di quella guerra, appunto Agamennone, emerge dalla terra in cui a sua volta è stato sepolto. E così De Fusco, intelligentemente, riassume con un’immagine decisiva il tema portante dell’«Orestea» di Eschilo, che, come sappiamo, consiste nella transizione da una società arcaico-tribale a una «polis» civile: una transizione esemplificata dal sostituirsi di una giustizia amministrata democraticamente (il giudizio su Oreste pronunciato, in «Eumenidi», dai saggi dell’Areopago) a una giustizia esercitata solo attraverso la vendetta privata (l’uccisione del marito da parte di Clitemnestra in «Agamennone» e di Clitemnestra e di Egisto da parte di Oreste in «Coefore»).
Lo spettacolo in sé, viceversa, procede per prove attorali molto esteriorizzate: vedi quelle di Elisabetta Pozzi (Clitemnestra) e Massimo Venturiello (Agamennone). Il migliore, nel ruolo dell’Araldo, è sicuramente Mariano Rigillo, che s’appiglia, sì, all’accademia, ma a un’accademia fondata su una tradizione tuttora viva. E accanto a lui si distinguono un altro napoletano, Andrea Renzi, e una capuana, Giovanna Di Rauso, nei panni di Egisto e di Cassandra.

Francesco Scianna ed Elisabetta Pozzi nel momento clou di «Coefore»

Francesco Scianna ed Elisabetta Pozzi nel momento clou di «Coefore»

Sulle immagini punta anche Daniele Salvo, il regista dello spettacolo che unisce gli altri due capitoli della trilogia eschilea, giusto «Coefore» ed «Eumenidi». Stavolta, però, non tutte risultano plausibili: va bene, poniamo, che le Coefore si coprano la testa con un fazzoletto bianco, giacché, per l’appunto nelle culture ancestrali, il bianco è il colore della morte; e vanno bene (a simboleggiare la punta della spada vendicatrice di Oreste) pure i cunei disseminati in terra e che, giunto il momento di quella vendetta, si ergeranno verso il cielo. Ma l’immagine più eclatante – l’apparizione di una fanciulla nuda che reca in braccio un neonato – costituisce un autentico tradimento della sostanza ideologica dei testi in questione.
Cito al riguardo l’insuperata osservazione di Jean-Pierre Vernant: «Anche nel più ottimista dei tragici, in Eschilo, l’esaltazione dell’ideale civico, l’affermazione della sua vittoria su tutte le forze del passato non hanno tanto il carattere di una constatazione, di una tranquilla certezza, quanto quello di una speranza e di un appello in cui l’angoscia non cessa mai d’essere presente, anche nella gioia delle apoteosi finali».
Infatti, il tribunale istituito da Atena funziona in maniera a dir poco opinabile: di fronte alla parità fra i voti di chi vuol condannare Oreste e quelli di chi, invece, vuole assolverlo, la stessa Atena impone come dirimente il voto proprio, espressione di un potere indiscutibile. Così la barbarie del passato rinasce in forme nuove, e la giustizia torna ad essere arbitrio: un’ambiguità che, insomma, davvero non ha niente da spartire con l’idilliaca rinascita della vita sognata da Salvo.
Questo a prescindere dall’urlare scomposto dei protagonisti Francesco Scianna (Oreste), Francesca Ciocchetti (Elettra) e ancora Elisabetta Pozzi (sempre Clitemnestra). E a prescindere, soprattutto, dall’ammazzamento della stessa Clitemnestra in perfetto stile Grand Guignol.
Per conto suo, Piera Degli Esposti (Atena) sembra capitata lì per caso e di passaggio. E

Antonello Fassari arriva in Vespa ne «Le vespe»

Antonello Fassari arriva in Vespa ne «Le vespe»

infine, Mauro Avogadro, regista dell’allestimento de «Le vespe», sostituisce alla satira politica di Aristofane (si poteva pur giocare sul fatto che quest’attacco ai giudici ateniesi, raffigurati, appunto, come vespe, è degno di Berlusconi!…) un vero e proprio musical, che trascorre dalla Mina di «Parole parole» a «Casta diva», dal can can a Bregovic; e s’avvale, naturalmente, del prezioso apporto della Banda Osiris.
Assai divertente, ad esempio, è l’imitazione della vespa realizzata combinando il bassotuba, il sassofono soprano e i tromboni a coulisse. Ma, si capisce, sotto tal rutilante superficie resta sostanzialmente nascosta l’accennata, e violenta e implacabile, requisitoria di Aristofane contro i giudici di Atene, accusati senza mezzi termini d’essere asserviti a un certo potere politico che li foraggia e li utilizza per colpire e, quindi, eliminare i suoi avversari.
Il resto, scontato, appartiene al regno del déjà vu (come la scena assimilata a un alveare che undici anni fa compariva pure nell’allestimento de «Le vespe» firmato da Renato Giordano) o a quello della famigerata attualizzazione (come l’arrivo di Vivacleone in sella – bravi, avete indovinato – a una Vespa, completa di sidecar). E, si capisce anche questo, la timida frecciatina contro «le larghe intese col Cavaliere» batte precipitosamente in ritirata dinanzi alle forze preponderanti dei soliti «cazzo» e «pompino».
Buone, comunque, le prove di Antonello Fassari (Vivacleone) e Martino D’Amico (Abbassocleone). Il tutto, è ovvio, a beneficio di turisti e scolaresche.

                                                                                                                                              Enrico Fiore

(«Il Mattino», 14 maggio 2014)

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