Sciascia e il delitto chiamato omertà

Con «A ciascuno il suo» (1966) il pessimismo di Sciascia tocca davvero il fondo: se all’inizio della parabola ideologica dello scrittore di Racalmuto c’erano stati il neorealismo e, di conseguenza, l’assunzione come protagonista della narrazione di un personaggio tanto problematico quanto positivo, qui quel personaggio borghese (parliamo della borghesia riconducibile alla Rivoluzione francese) mostra tutti i segni di una crisi dichiaratamente insuperabile.
Infatti, Paolo Laurana, un professore di lettere che si trova a indagare su un delitto politico, non avanza più sulla traccia di profonde e salde convinzioni morali, tanto che, al termine, sarà definito puramente e semplicemente «un cretino». Per farla breve, in Sciascia, ormai, all’illuminismo si è sostituito il nichilismo.
Riassumendo ancora, in «A ciascuno il suo» non si salva proprio niente e nessuno, giacché soffoca nelle spire della corruzione e dell’omertà tutto intero il microcosmo portato in scena nella circostanza: notabili di paese, mafiosi, parlamentari, parroci e, addirittura, vedove dei morti ammazzati innamorate degli assassini.
Ora, a dire dello spettacolo tratto dal romanzo di Sciascia – in scena all’Acacia per la regia del nipote dell’autore, Fabrizio Catalano – basta considerare che, mentre nel testo originale Laurana scompare misteriosamente proprio quando è arrivato alla verità, nell’adattamento di Gaetano Aronica viene platealmente ucciso a colpi di pistola. E così appare drasticamente depotenziato l’efficacissimo strumento espressivo costituito dall’allusione.
Ma, poi, si tratta ancora una volta della penalizzazione che infligge il passaggio dalla letteratura alla drammaturgia: il dibattito moral-filosofico-politico, se sulla pagina scritta funziona, sul palcoscenico si trasforma inevitabilmente in un manifesto o in un comizio, con tutto quel che segue sul versante dell’agilità della rappresentazione.
Non resta, dunque, che la prova degli attori. E annoto subito che Sebastiano Somma rende come meglio non si sarebbe potuto l’astenia e lo smarrimento di Laurana, così come risulta molto bravo lo stesso Gaetano Aronica nel ruolo di Don Pasquale. Notevole anche il professor Roscio disegnato da Giacinto Ferro, laddove un po’ in ombra, forse perché chiusa in una troppo sofisticata distanza dagli altri, si rivela la Luisa di Daniela Poggi.

                                                                                                              Enrico Fiore

(«Il Mattino», 30 novembre 2013)

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